Quando io e mia moglie Michela (con le nostre due ragazze) siamo arrivati in villa, quest’anno, mia suocera si è fatta trovare in perfetta forma, tosta e raggiante, ed ogni volta che i nostri sguardi si incrociano lei ammicca, sorridente, facendomi capire quanto sia arrapata e vogliosa del mio cazzo; entusiasta e impaziente al pensiero di riprendere la relazione adulterina. E il mio cazzo reagisce prendendo a irrigidirsi nei pantaloni.
Adesso ho preso l’abitudine di alzarmi di buon’ora per raggiungerla nel frutteto accanto alla villa, e, arrivato là, sfoghiamo le nostre voglie più porche.
Una mattina la prendo per i capelli, grigi e raccolti in una coda, e la faccio inginocchiare. Le ordino di abbassarmi la cerniera; lei mi tira fuori la verga, già pulsante e in tiro come la canna di un fucile, e si mette a leccarmela tutta, dalla cappella dura fino alla base e poi giù, slinguandomi i coglioni.
“Prendilo tutto! Puttana della madonna, che troia che sei! ...Ecco, sì... succhia, succhia tutto!”
La incito così, di continuo, mentre le tengo la testa fra le mani e muovo il bacino, affondale il cazzo nella bocca, infilandoglielo fino in gola (“Dio porco, prendilo fino in gola, Dio porco!” le sussurro rabbioso) per poi ritrarlo quando la troia ha uno spasmo e si sentono i conati di vomito salire.
Le allontano la testa dal mio cannone che esce tutto insalivato, e tra le sue labbra e la mia nerchia si allungano fili spessi di saliva che poi ricadono sulle sue tettone che pendono sempre più pesanti e oscene, su quel prato d’erba.
Me la scopo come un selvaggio, in bocca, e poi la faccio mettere carponi, ammiro il suo culone grasso e ci affondo delle manate goduriose, le divarico le chiappe scoprendo il buco su cui faccio colare un fiotto di saliva. Il mio sputo si incanala nel retto che ora è pronto per accogliere la mia mazza dura che sta dritta, puntando decisa il suo orifizio bruno e carnoso. La cappella si addossa a quel buco e spingo, forzandolo. Nonostante l’età è un orifizio ancora elastico e con uno sforzo breve ma deciso faccio entrare tutto quel manico duro nel suo culo enorme e grasso, che prendo a pompare con un ritmo crescente, fino a inondarle di sborra il budello mentre lei ansima e rantola dal dolore di sentirsi il culo sfondato, e dal piacere di godersi la mazza tosta del genero depravato.
Finito di scopare, mia suocera raccoglie il cestino di vimini con le pesche e, tenendolo sotto braccio, va a ripulirsi gettandosi una manata di acqua fresca dalla fontanella in giardino. Continuo poi un giro tra le piante per non farmi vedere con lei e, per la prima settimana di vacanza, ci troviamo regolarmente di mattina molto presto per sfogare le nostre brame laide e lussuriose.
Mi piace un casino ritrovarmi a fottere questa vacca della madonna. A sentire le mie mani affondare nelle sue carni grasse e formose, che per quanto stagionate e meno sode non mortificano affatto la soddisfazione di chiavare questa che si è rivelata una vera porcona, affamata di sesso; che non disdegna di farsi ravanare nell’orifizio del culo dalla verga dura e pulsante del genero.

Una di quelle mattine poi degli occhi indiscreti e increduli, scioccati, hanno colto questi incontri adulteri e osceni...
Come succedeva dal primo giorno delle vacanze, la mattina mi alzavo all’alba.
Mia moglie si girava nel letto e riprendeva a dormire di gusto. Credeva che questa mia abitudine fosse dovuta al piacere di godermi la frescura e la quiete del frutteto. Invece io mi alzavo con la verga già dura, e che scalpitava al pensiero di quella vaccona che fremeva dalla voglia di ciucciarmela e di farsela pistonare nella ficona grassa, pelosa e ribollente di umori.
Quella mattina ho raggiunto le piante di pesca con una voglia esagerata tra le gambe, il cazzo duro da ore, impaziente di impalarlo nella fregna sempre ingorda di mia suocera, e avvicinandomi ho visto la scala a pioli appoggiata all’albero.
In cima però, con mia grande sorpresa, c’era mia cognata intenta a staccare delle grosse pesche e a lasciarle cadere nel cestino di vimini. L'ho fissata con un’espressione spiazzata, lei mi ha sorriso divertita, facendomi capire che se lo aspettava di sorprendermi.
“Ti piace proprio tanto la ‘pesca pelosa’, eh?” Ha detto strizzandomi l’occhio.
Ho capito che doveva avere scoperto la tresca fra me e sua madre, e da troia qual è non voleva farsi scappare l’occasione di entrarci anche lei.
Mi sono allora avvicinato a reggerle la scala e, sorridente e sfacciato, ho sollevato gli occhi e puntato la sua fica.
Con intrigante piacere ho visto che non portava le mutande e così, sotto la gonna bianca con l’orlo sfrangiato, potevo godermi l’osceno spettacolo di quella sorca rigonfia e piena di pelo. Un cespuglio nero e arruffato come piacciono a me. Mi sono complimentato e le ho imposto di non depilarsi la fica per tutta la durata delle vacanze.
Che spettacolo depravato mi sono goduto dalla migliore posizione possibile. Con lei che ogni tanto guardava in giù e rideva compiaciuta per il panorama che mi stava offrendo.
Ho continuato a fissarla in mezzo alle grasse coscione e intanto ho tirato fuori il cazzo. Me lo sono smanettato lentamente, sentendo l’asta indurirsi sempre più.
Riabbassando lo sguardo ha visto la mia verga spuntarmi da sopra i bermuda blu e ha commentato:
“Adesso sono io ad aver voglia di frutta. Quella bananona mi stuzzica proprio!”
L’ho fatta scendere di due pioli, poi le ho detto di fermarsi. Reggevo forte la scala di legno, mentre ho infilato la testa sotto la sua gonna. Sono arrivato sfacciato con la bocca fra le sue cosce. Ho preso a leccarla vergognosamente sullo spacco peloso e, senza smettere, sono arrivato a slinguarle il solco del culo. Ho infilato la punta della lingua nell’ano, mentre sentivo le guance appiccicarsi alle sue grasse chiappe.
È stata una lappata fantastica, fatta con una brama avida e oscena.
La porca di mia cognata ha sussultato lanciandosi scappare un urletto e anche il cestino (con le pesche, che si sono sparse sull’erba), sentendo la mia lingua infilarsi bagnata, a tradimento, nello spazio tra fica e culo. Poi ha stretto forte la presa sulla scala e, sospirando e ansimando, si è goduta divertita la sorpresa di quelle leccate.
Diocane che goduria pazzesca affondare in quel manto peloso e succhiare umori da quella fessura carnosa.
Quella posizione avventurosa e oscena, sulla scala a pioli, e la situazione altamente torbida, con quella troia e vacca di cognata, mi hanno eccitato all’inverosimile portando il mio cazzo a farsi duro come marmo e svettare come un palo indecente, pronto a stantuffare ancora indomito in quella calda fregna colante. Non prima però di essermelo fatto succhiare per bene da quella bocca ingorda, sempre vogliosa del mio grosso cazzo.
L'ho aiutata a scendere e lei si è subito messa in ginocchio, senza neanche preoccuparsi di raccogliere le pesche, che tanto piacciono alle figlie e nipoti. Ne ho raccolta una io mentre lei si è fiondata a bocca aperta sulla mia mazza che le svettava davanti.
Come un’ingorda assatanata ha ingurgitato la cappella che pulsava dura e carnosa, impalandosi anche metà asta, e ha preso a succhiare con un’avidità oscena mentre io mi sono sporto in avanti e ho addentato una pesca succosa, facendo colare il brodo proprio sul mio cazzo.
Ho messo la mano sulla sua testa, afferrando le ciocce di capelli, e con il bacino ho preso a spingere, scopandola con irruenza fino in gola.
Lei succhiava bramosa la mia asta che scompariva e riappariva nella sua bocca. Ingoiava intanto il succo della pesca che oltre che sul mio cazzo le stava sbrodolando sulle tettone enormi e pesanti da vacca, che pendevano fuori dalla maglia.
Quando si sfilava di bocca la cappella, si dedicava a leccarmi l’asta ed a scorrerla per lungo, con baci e succhiate, fino alla base. Anche i coglioni si stavano inzuppando del brodo della pesca, e la mia premurosa cognata si è dedicata ad affondare la bocca nel folto della peluria che li ricopre ed a succhiare golosa sia le palle, grosse e dure, che quel dolce succo estivo.
Dopo l’ho fatta alzare in piedi e fatta mettere a novanta gradi, facendola abbracciare all’albero di pesche mentre l’ho presa per i fianchi. Le ho sollevato la gonna, le frange dell’orlo le cadevano sulle chiappe; gliele ho divaricate mettendo in bella mostra il buco del culo e lo spacco della fica, con una selva di pelo nero che si estendeva fino all’ano e che non mi sono risparmiato di leccare. Che godimento passare e ripassare la lingua in quella oscena peluria cresciuta intorno agli orifizi che gocciolavano umori.
In quella posizione le ‘mostruose’ tette di mia cognata pendevano oscenamente nel vuoto, gonfie e pesanti come le grasse mammelle di una vacca; tette che non hanno nulla da invidiare a quelle della madre.
Ne ho afferrata una, palpandola e strizzandola a dovere. Ho pizzicato con avidità il capezzolo ruvido e duro. Lei mugolava e ansimava, invitandomi a fotterla. Io ho strusciato la cappella sulle labbra gocciolanti e pelose della sua fica matura poi ho forzato, infilandola nel buco bagnato, e spinto deciso, per impalare con tutta l’asta questa porcona.
Ho preso a chiavarla con una foga irrefrenabile e sotto l’albero è risuonato il suono morbido e osceno delle mie palle che sbattevano contro il suo pube grasso e peloso. Mentre le sussurravo “Puttana della madonna, sei una troia tale e quale a quella vecchia ninfomane di tua madre!”
È stata un’altra scopata fantastica. Le torbide e indecenti relazioni con quella famiglia di troie andavano alla grande.

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