Salve, approfitto di queste giornate di vacanza per confessare quale profonda e ignominiosa depravazione si impossessi di me ogni volta che la famiglia di mia moglie si ritrova nella casa al mare.
Mio suocero è un maresciallo della guardia di finanza in pensione, ha ricoperto ruoli importanti e adesso si gode una rendita d’oro e una grande villa che dà a picco sullo splendido mare della Sardegna. L'età, ma, credo soprattutto la lunga militanza nelle forze dell’ordine con quella vita e mentalità da caserma, lo hanno rincoglionito forte, al contrario di mia suocera che, per quanto ormai prossima ai settanta, mantiene una vivacità ed una esuberanza da ragazzina, a cui va ad aggiungersi una presenza davvero piacente, un fisico pasciuto e ben messo che lei poi rende ancora più eccitante indossando sempre vestiti scollacciati (giustificandosi con il caldo torrido africano che si insedia sull’isola per tutta l’estate con temperature costantemente a 40° gradi!) che mettono in evidenza le sue generose e pingui rotondità.
Io ho 45 anni e da venti sono sposato con Michela che ne ha 40 ed è la più giovane delle tre figlie dei miei suoceri.
La più grande è Rosa che ha superato i cinquanta, fa l’insegnante nelle scuole medie a Varese (dove risiede col marito e due figlie) ma è di una ignoranza mostruosa, ed è riuscita ad avere il posto nella pubblica istruzione grazie alle raccomandazioni del padre. L’unico “pregio” di questa donna è di essere grassa come una vacca e io ho un debole per le donne dalle taglie forti.
Frequentare questa mia cognata solo in estate, e solo per quindici giorni, è una vera pacchia, un’autentica goduria perché il caldo torrido di queste parti costringe tutti a stare il più leggeri e spogliati possibili e così, per gli amanti dei belvedere, per i maniaci del sesso come me, è un continuo stato di eccitamento vedere quelle due scrofe di mia suocera e mia cognata girare per la proprietà con indosso solo delle leggere canottiere o dei prendisole così leggeri e sottili da sembrare trasparenti.
Dioporco sto a tutte le ore con il cazzo che scalpita furioso, guardando quelle tette grasse ed enormi riempire a sproposito i vestiti.
Sia mia suocera che Rosa trovano molto fastidioso dover sopportare, con questo caldo, la costrizione dei reggiseni, e così, approfittando del fatto di trovarci in famiglia, in maniera disinibita, non si fanno problemi a lasciare (seppure sotto il tessuto leggero di vesti succinte) le loro tettone della madonna pendere grosse, pesanti e oscene, fino a sotto l’ombelico!
E così è dall’anno scorso che aspetto con una impazienza smodata questi giorni di vacanza.
Per vent’anni, ogni anno, ho atteso l’estate per godermi gli agi offerti, gratis, dai miei suoceri che mettono a completa disposizione di figlie, genere e nipotine (sette, e tutte femmine) la loro grande proprietà, l’ampio giardino, un appezzamento di terra con alberi da frutto ed un accesso privato alla spiaggia. Dall’anno scorso invece a tutti questi lussi si è sostituito il desiderio di riprendere gli osceni rapporti adulterini che sono nati con tutte le donne di casa, a iniziare da mia suocera Ada che si sta rivelando un troione della madonna.
Come dicevo, ho sempre visto in lei una donna giovanile, esuberante, espansiva e generosa (non solo d’animo ma anche di forme) ma non mi sarei mai aspettato di vederla liberare con me (suo genero!) tutta la sua troiaggine; di rivelarsi una vecchia zoccola preda delle voglie più indecenti e lascive; di porsi nei miei confronti come una cagna in calore, come una vacca da monta, dioporco!
Fin da quando ho conosciuto mia suocera (allora una bella donna tra i quaranta e i cinquanta ed io un aitante venticinquenne) non nego di avere sempre apprezzato le sue forme belle piene e, qualche volta, di essermi goduto delle sane smanettate fantasticando di affondare la mia mazza tra le sue minnone grosse e pendenti da vacca. Ma non ho mai osato andare oltre a delle golose occhiate che, pensavo, lei nemmeno notasse.
Lei invece, da qualche anno, mi ha fatto capire con sorrisi, smorfie divertite da vecchia monella e battute, che non solo si fosse accorta delle mie guardate, ma che le apprezzasse pure!
E così questo troione stagionato di suocera, superati i sessanta, e con un marito vecchio e in fase di incipiente senilità, ha capito che fosse giunto il tempo di liberare i suoi bollori da cagna, e di darla senza farsi storie e problemi. E il fortunato prescelto sono stato io, sempre audace negli sguardi alle sue scollature da troia, alle cosce piene sempre al vento. Al contrario dei miei cognati e degli altri parenti che vengono a passare in villa un pomeriggio o una serata e che non hanno mai osato fare battutine maliziose e scherzose con la matriarca vogliosa di porcate.
E così una mattina dell’estate dell’anno scorso finalmente si è realizzato quello che fantasticavo ormai da tempo.
Come ogni mattina, di buon’ora, mia suocera Ada fa un giro nel frutteto a raccogliere le succose pesche e le dolci albicocche che tanto piacciono alle nipoti (comprese le mie due figlie adolescenti) maniache della bellezza e ossessionate dall’avere pelli sempre più abbronzate e lisce, grazie anche alle proprietà contenute in questi frutti.
La notte precedente ho dormito poco e male. La mangiata esagerata della sera prima, il caldo afoso e soffocante e le zanzare sono stati una continua tortura, e così, abbastanza nervoso e infastidito da tutto, alle prime luci dell’alba, ho lasciato mia moglie dormire e ho deciso di farmi una passeggiata tra gli alberi da frutta.
Lì ho camminato tranquillamente, godendomi il verde, una fresca brezza mattutina ed il profumo della frutta matura. Mi sono quindi riconciliato con il mondo e mi perdevo in pensieri leggeri e stupidi quando, ad un tratto, la mia attenzione è stata richiamata dal frusciare di foglie; un frusciare rumoroso e lungo come di rami e fronde che vengono agitate con decisione. Mi dirigo verso questi rumori e vedo mia suocera in cima ad una scala intenta a raccogliere albicocche e metterle in un cesto di vimini che tiene a braccetto.
Non la saluto subito; non faccio sentire la mia presenza; mi appoggio ad un’altra pianta e da lì resto a guardarla per un po’.
Nel fissarla sorrido compiaciuto perché nella mia testa ho la percezione che, seppure non delineati, si stiano agitando dei pensieri alquanto indecenti.
Da dove mi sono messo riesco a vederla da dietro. Ha un prendisole corto che le arriva appena sotto ai fianchi, e così mostra le sue coscione belle tornite, e quando si sporge per afferrare altre albicocche il tessuto sale facendo vedere le mutandine bianche.
A quel punto mi faccio scappare un “ommadonna” e faccio un lungo sospiro e lei si volta, restando però sporta in avanti, con le braccia allungate verso i rami carichi e, soprattutto, con una coscia sollevata rispetto all’altra, così da continuare a lasciarmi vedere lì nel mezzo qualcosa di niente di esagerato ma che instilla idee indecenti.
Mi guarda sorpresa, all’inizio, poi sorridente; un sorriso che si fa malizioso, come se in testa le si presentassero fantasie audaci e mi dice: “Come sei mattiniero. Ti è venuta voglia di raccogliere frutta?”.
Osservo quelle due tettone enormi che pendono senza reggiseno; quelle minnazze gonfie e pesanti che, stando piegata in avanti, paiono due angurie, sul punto di andare per terra. Il loro peso e la loro grandezza deformano la stoffa del leggero prendisole. Ha le mammelle e la pancia come quelle delle vacche ed i pensieri più osceni mi offuscano ormai la mente.
Con uno slancio deciso e audace mi porto a ridosso della scala e l’afferro per farle vedere che mi preoccupo di mantenerla più stabile.
“Che cavaliere, grazie,” mi dice lei mentre scende, sorridendo divertita perché io, perso ogni ritegno, le fisso deciso le cosce e il culo, che si agita ammiccante al suo scendere piolo dopo piolo, e poi sempre più sfacciatamente attacco il mio sguardo, ora eccitatissimo, sulle tette da ottava o nona misura che, scendendo, arrivano a un soffio dalla mia faccia. Finito di scendere me la ritrovo di fronte, quasi addosso, e adesso i miei occhi si gettano nella generosa scollatura e sprofondano in quel solco mozzafiato.
Restiamo così, come in imbarazzo ma con una eccitazione palpabile nell’aria. Il mio petto e il suo seno che quasi si toccano. Sento i suoi capezzoli duri che mi sfiorano.
“Allora,” fa lei, sempre sorridendo provocante, “vuoi raccoglierla o no ‘sta frutta?”
Io rompo gli indugi e senza risponderle piazzo le mani, a palmi aperti, sulle sue tettone e prendo a palpargliele oscenamente da sopra il vestito. Lei ride e si lascia perquisire e scrollare dalle mie manate che affondano senza ritegno, mungendola come una vacca; come la vacca che è. “Mmm... ce ne hai messo per deciderti a raccoglierle queste angurie!”. “Dio cane che puttana che sei... Sono anni che mi giri attorno con ‘ste tette da vacca al vento, e più invecchi più ti comporti da troia. Ti è piaciuto fare ammattire tuo genero, eh? E adesso vedrai che ti faccio... Puttana della madonna, adesso vedi!”
Così dicendo la prendo per le spalle e la faccio girare. Lei si lascia scappare un’esclamazione di sorpresa e si ritrova stretta nella mia presa, con un braccio la cingo ai fianchi e con l’altra mano continuo a impastarle le mammelle. Nel frugarla con così tanta foga le strappo il vestito, e le tettone, liberate, strabordano pendendo in maniera oscena. Le arrivano più giù dell’ombelico e io faccio scivolare la mano sotto la stoffa strappata e le palpo la fica. Da sopra le mutande sento il cespuglio di peli che gliela nascondono. Spingo le dita da sopra il tessuto e glielo affondo nella fessura che rilascia umori, mentre sta vacca di suocera si dimena per il piacere e mugola, incitandomi con i suoi “sì... sì, oh sì...”
Sono ormai completamente senza freni e mentre continuo a tenerla addossata a me con un braccio stretto in vita, mi tiro fuori la nerchia che spinge furiosa dentro i pantaloncini.
È una nerchia dura, solcata da vene nodose, e pur essendo nella media, come misure della lunghezza, è grossa di circonferenza e quella porca di mia suocera l’apprezza aumentando i gemiti quando gliela ficco e spingo nella sua passerona da vecchia, pelosa e calda, che mi accoglie bagnata e vogliosa.
E così scoppia una oscena passione e, in un men che non si dica, mi ritrovo, in un’alba d’estate, nel frutteto dei miei suoceri, con mia suocera messa carponi sull’erba, con la vesta strappata e due tettone grosse quanto mongolfiere che pendono rasenti il suolo, ed io che me la scopo senza ritegno.
Da quella volta io e mia suocera abbiamo iniziato una relazione che continua ancora, anche se rimane circoscritta alle due settimane in cui, in estate, ci ritroviamo per le ferie.

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