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Mio marito mignolino: comodato d’uso

Mio marito mignolino: comodato d’uso

I. Il Barolo chinato«Si scioglie» disse Costanza. «Lo prendo in mano, e si scioglie.»Lo disse senza alzare la voce, con l’accento torinese educato con cui leggeva gli atti in studio,girando piano tra le dita il bicchierino di Barolo chinato. Erano nel salotto di Marisa ed Ettore,all’ultimo piano di un palazzo di via Montebello, una sera di novembre. Dalla grande finestra adarco, a cinquanta metri, la Mole Antonelliana riempiva il cielo, illuminata dal basso, con la gugliache spariva nella nebbia.Edoardo, seduto sul pouf di pelle accanto alla libreria, con il papillon allentato, smise di respirare.«Costanza…»«Cosa, amore? Non è così?» Lei gli sorrise, dolcissima. «Lo approvi o non lo approvi?»Edoardo guardò il tappeto persiano.«Lo approvo.»Costanza Ferraris aveva quarantaquattro anni e uno studio notarile in piazza San Carlo. Era alta, conle gambe lunghe e i capelli castani raccolti in uno chignon severo che a fine serata si allentavasempre. Aveva gli occhi scuri, la bocca larga, un seno pieno sotto la camicia di seta bianca. Almignolo portava l’anello d’oro con il sigillo di famiglia, che in studio usava per scherzo sullaceralacca degli auguri di Natale. Quella sera indossava un tailleur pantalone grigio antracite e unpaio di décolleté nere, e aveva lasciato la giacca sullo schienale del divano.Edoardo aveva quarantasette anni e faceva il conservatore al Museo Egizio, sezione Nuovo Regno.Era alto e magro, con la barba corta, gli occhiali tondi, il papillon e una voce bassa e precisa cheusava soprattutto per parlare di scarabei.Erano sposati da sedici anni. Avevano un gioco che nessuno conosceva. Lei diceva una cosa,davanti a chiunque, e poi gli chiedeva: «Lo approvi?». E lui rispondeva: «Lo approvo». Era laformula dei suoi atti, e lei la usava su di lui da anni. Per smettere c’era una parola, Superga, il nomedella basilica sulla collina. Lui non l’aveva mai detta.Marisa ed Ettore erano i loro amici più cari. Marisa era primario di urologia alle Molinette:cinquantadue anni, piccola, tonda, con i capelli neri ricci striati di grigio, gli orecchini grandi e unarisata che faceva voltare i camerieri. Ettore faceva il Barolo a La Morra e lo vendeva in un’enotecadel Quadrilatero. Aveva cinquantacinque anni, una barba bianca, le guance rosse, le spalle di unuomo che aveva passato la vita tra i filari, e due mani grosse e callose. Parlava poco, e quasi semprechiudeva la frase con un «neh».«Si scioglie» ripeté Marisa, con l’interesse professionale di chi sentiva quella frase tre volte asettimana in ambulatorio. «In che senso, si scioglie?»«Nel senso che è un gianduiotto» disse Costanza.Ettore, sul divano, si coprì la bocca con la mano.«Lo chiamo così da anni» continuò Costanza, con calma. «È piccolo, è morbido, e appena lo prendiin mano si scioglie. Lo approvi, amore?»«Lo approvo.»«Dillo tutto, che Marisa è un medico. Le serve l’anamnesi completa.»Edoardo deglutì.«Il mio è un gianduiotto. È piccolo, è morbido, e appena Costanza lo prende in mano si scioglie.»Marisa posò il bicchiere, con gli occhi che brillavano.«E quando non lo prende in mano?»«Quando non lo prendo in mano non succede niente» disse Costanza. «E quando lo prendo in manosuccede ancora meno.»«E dentro?» Marisa si sporse in avanti. «Scusa, Costanza. Te lo chiedo da medico. Dentro, davanti,ci arriva?»Costanza sospirò, si sfilò una forcina dallo chignon e la posò sul tavolino.«Ci arriva per sbaglio. Se sto ferma, se lo tengo con le dita, se lui non si emoziona. Entra un poco, siguarda intorno, e se ne va.» Sorrise al marito. «Vero, amore? Lo approvi?»«Lo approvo. Entro un poco e me ne vado.»Ettore fece un rumore nella barba, che poteva essere una risata. Marisa invece era seria, attenta, eprendeva appunti con gli occhi.«E dietro?»Costanza girò il bicchierino tra le dita. Il Barolo chinato luccicava, scuro.«Dietro è un capitolo a parte» disse. «Io dietro ci godo, Marisa. Da sempre. All’università avevo unassistente di diritto romano…» Si voltò verso il marito. «Te l’ho raccontato, l’assistente di dirittoromano?»«Me l’hai raccontato.»«Quante volte?»«Ogni volta che ci proviamo.»«Ecco. L’assistente me lo metteva dietro sulla scrivania del dipartimento, il giovedì, dopo ilricevimento studenti. Da allora, sedici anni di matrimonio e niente.» Bevve un sorso. «Edoardo ciprova. Povero, ci prova con impegno. Mi prepara, mi apre, mi mette il gel, è bravissimo con le dita.Le dita del conservatore. Poi si avvicina con il gianduiotto, lo appoggia, spinge…»«E si scioglie» disse Marisa.«E si scioglie. Contro il buchetto. Si ammorbidisce, si piega, e torna a casa.» Guardò il marito conaffetto infinito. «Lo approvi, amore?»Edoardo aveva le orecchie in fiamme.«Lo approvo. Ogni volta che provo a metterglielo nel culo mi si scioglie contro il buchetto, e torna acasa.»Per un momento nel salotto si sentì soltanto il tram che passava giù in via Po.Poi Ettore parlò, per la prima volta da quando avevano finito il brasato.«Dietro» disse, «ci vuole fermo, neh.»Costanza si voltò verso di lui e lo guardò. Lo guardò a lungo, dalla barba bianca fino alle ginocchia.«Lo so, Ettore» disse piano. «Lo so che ci vuole fermo.»II. La visitaMarisa si alzò dalla poltrona, prese la borsa dall’ingresso e tornò con una scatola di guanti di latticein mano.«Li porto sempre» disse. «Deformazione professionale.»Costanza rise.«Lo vuoi visitare?»«Voglio vedere con i miei occhi. Mi hai fatto un’anamnesi da manuale, Costanza. Ma io sono unmedico: senza esame obiettivo non firmo niente.» Si infilò un guanto con lo schiocco, poi l’altro.«Edoardo, tesoro. Ti dispiace?»Edoardo guardò sua moglie. Lei alzò appena il bicchierino: avanti.«Puoi dire Superga, se vuoi» aggiunse piano. «Lo sai.»Lui non lo disse.«Spogliati, Edo» disse Costanza. «Tutto. Il papillon lo puoi tenere.»Edoardo si alzò dal pouf. Si sfilò il gilet, la camicia, la canottiera. Si tolse le scarpe, i calzini, ipantaloni e le mutande, e li piegò sul pouf, uno sopra l’altro, perché non sapeva fare diversamente.Rimase in piedi in mezzo al salotto, davanti alla finestra con la Mole, alto, magro e bianco, nudo aparte gli occhiali e il papillon.Il suo stava raccolto tra le cosce, piccolo e molle, quasi nascosto tra i peli scuri. Era corto, tondo inpunta, morbido.«Visto?» disse Costanza. «Un gianduiotto.»Marisa si avvicinò e si inginocchiò davanti a lui sul tappeto, con i guanti, con la stessa calma concui si inginocchiava davanti ai pazienti del lunedì mattina.«Rilassati, Edoardo. È un esame di routine.»Glielo prese tra due dita guantate e lo sollevò. Lo guardò di sopra e di sotto. Gli scoprì la punta, laguardò, la ricoprì. Gli palpò i testicoli, uno alla volta, con le dita esperte.«Testicoli normali» disse. «Un poco piccoli. Consistenza buona.»Poi gli passò un dito sull’interno della coscia, dal basso verso l’alto, e un testicolo si sollevò discatto.«Riflesso cremasterico presente» disse, soddisfatta. «Il cablaggio funziona.»Costanza rise sul divano.«Adesso la prova funzionale» disse Marisa.Gli prese il cazzo nella mano guantata e cominciò ad accarezzarlo, piano, con un movimentoregolare e paziente, dalla radice alla punta. Con l’altra mano gli massaggiava sotto, dietro i testicoli,dove sapeva che bisognava premere. Lo guardava negli occhi da sotto, con un sorriso gentile.«Pensa a qualcosa che ti piace, Edoardo. Pensa a Costanza. Pensa a una bella mummia.»Non successe niente. Il gianduiotto si gonfiò appena, per un attimo, e poi si ammorbidì di nuovonella mano di Marisa, e restò lì.Marisa continuò per due minuti, con metodo. Poi lo lasciò andare, si sfilò un guanto e si voltò versol’amica.«Diagnosi» disse. «Gianduiotto. Clinicamente, gianduiotto.»«Te l’avevo detto.»«Lo approvi, Edoardo?» chiese Marisa, guardandolo dal basso.Edoardo guardò sua moglie, sbigottito.«Rispondi a Marisa, amore» disse Costanza. «Il medico ti ha fatto una domanda.»«Lo approvo. Clinicamente, il mio è un gianduiotto.»Marisa si rialzò. Però non tornò a sedersi. Restò in piedi a guardarlo, con la testa piegata, e un’ideale si accese negli occhi.«Però, Costanza. Manca un esame.»«Quale?»«In ambulatorio questi pazienti li vedo spesso. Mariti di quarantacinque, cinquant’anni, sani, checon la moglie non combinano niente. Poi gli fai l’anamnesi bene, a fondo, e viene fuori che gli tirain una situazione sola.» Si voltò verso il marito, sul divano. «Ettore. Alzati. Spogliati.»Ettore la guardò.«Adesso?»«Adesso. Mi serve il controllo.»Ettore si alzò. Ci mise un po’. Si tolse il maglione di lana grossa e la camicia di flanella. Sotto avevaun petto largo e peloso, bianco di peli, e una pancia dura, da uomo che porta le ceste in vendemmia.Si slacciò la cintura, abbassò i pantaloni di velluto e le mutande, e li scalciò via.Costanza posò il bicchierino.Il cazzo di Ettore gli pendeva tra le cosce lungo e pesante, scuro, con la cappella larga, una venagrossa che gli correva sopra e due coglioni enormi che dondolavano sotto. Da molle era quattrovolte quello di Edoardo.«Ecco» disse Marisa. «Questo è il controllo.»Costanza si alzò dal divano e si avvicinò. Si fermò tra i due uomini nudi, davanti alla finestra, eguardò prima uno, poi l’altro, poi la Mole, illuminata, enorme, dietro di loro.Rise. Rise piano, con la mano sulla bocca.«Marisa» disse. «L’hai visto? La Mole e il gianduiotto.»Marisa scoppiò a ridere così forte che dovette appoggiarsi alla libreria.«La Mole e il gianduiotto!» ripeté. «Costanza, sei una delinquente.»«Lo approvi, amore?» chiese Costanza al marito. «Chi è la Mole?»«Ettore è la Mole.»«E tu?»«Io sono il gianduiotto.»«Piccolo.»«Piccolo.»«Morbido.»«Morbido.»«E si scioglie in mano.»«E si scioglie in mano.»Marisa si asciugò gli occhi e tornò seria. Indicò Edoardo con il dito guantato.«Adesso guardatelo bene» disse. «Tutti e due. E tu, Ettore, toccatelo. Non lui. Toccati il tuo.»Ettore si prese il cazzo in mano e cominciò a masturbarsi, lentamente, davanti a Costanza, a mezzometro da lei. Gli crebbe nella mano grossa, un pezzo alla volta, finché non si alzò davanti a lui,scuro, pesante, immobile, con la cappella gonfia e lucida all’altezza del seno di Costanza.E accanto, piano, contro ogni diagnosi, il gianduiotto si alzò.Era piccolo. Ma era duro, dritto, per la prima volta in tutta la sera.Marisa lo indicò con il dito, trionfante.«Ecco! Visto? Esame positivo!»Costanza guardò il marito, poi il gianduiotto alzato, poi di nuovo il marito. Le si aprì la bocca.«Sedici anni» disse. «Sedici anni, Edoardo. E ti tira guardando il cazzo di Ettore.»«Diagnosi definitiva» disse Marisa, sfilandosi l’altro guanto. «Cornuto. Clinicamente cornuto. Loapprovi, Edoardo?»Edoardo guardò il proprio cazzo, piccolo e duro, accanto a quello di Ettore, dritto e lungo il triplo.«Lo approvo» disse. «Mi tira guardando il cazzo di Ettore. Sono clinicamente cornuto.»III. Il comodatoCostanza tornò a sedersi sul divano, accavallò le gambe e guardò Marisa negli occhi.«Marisa» disse. «Facciamo le cose per bene.»«Cioè?»«Ettore. Me lo presti?»Marisa sorrise e si appoggiò al marito, ancora nudo e duro accanto a lei.«A Ettore piace. A me piace guardare. Lo sai che non sei la prima.»«Lo so. La vedova del farmacista di Alba.»«La vedova, la sommelier, la cugina di Bra…» Marisa sospirò. «Ettore è un uomo generoso. Te lopresto volentieri. Ma come lo vuoi, il prestito?»«Lo voglio regolare» disse Costanza. «Sono un notaio.»Allungò una mano verso il tavolino, dove Marisa aveva lasciato il ricettario delle Molinette, prese lastilografica dalla borsa e cominciò a scrivere sul retro di una ricetta, in bella grafia, ad alta voce.«Atto di comodato d’uso gratuito» lesse, scrivendo. «Tra la dottoressa Marisa Gallo, comodante, ela dottoressa Costanza Ferraris, notaio, comodataria. Articolo uno. Oggetto. Il cazzo del signorEttore Gallo, vignaiolo in La Morra, nello stato di fatto in cui si trova.» Alzò gli occhi su Ettore.«Cioè duro.»Ettore annuì, serio.«Articolo due. Uso. Davanti e dietro. Con preferenza per dietro.» Scrisse. «Articolo tre. Obblighidella comodataria. La comodataria si obbliga a custodire e conservare il bene con la diligenza delbuon padre di famiglia.» Si fermò e guardò il marito. «Il buon padre di famiglia sei tu, amore. Nelsenso che lo custodisci tu.»«Lo approvo.»«Articolo quattro. Restituzione. Il bene sarà restituito alla comodante al termine dell’uso, nello statoin cui è stato ricevuto. Pulito.» Sottolineò la parola. «Le operazioni di pulizia sono a carico deltestimone.»«Chi è il testimone?» chiese Marisa.«Articolo cinque» lesse Costanza. «Assiste alla stipula, e a tutto quanto segue, il signor EdoardoFerraris, coniuge della comodataria, che dichiara di essere d’accordo, di voler guardare, e di essereclinicamente cornuto.»Gli porse la stilografica.Edoardo la prese. Si inginocchiò nudo davanti al tavolino, con il papillon, gli occhiali e ilgianduiotto ancora dritto, e lesse l’atto, tutto, dall’inizio alla fine.«Puoi dire Superga» disse Costanza, piano. «Ancora adesso.»Lui alzò gli occhi verso di lei.«Lo approvo» disse.E firmò.Firmò Marisa, comodante, ridendo. Firmò Costanza, comodataria, con la sua firma da notaio. Ettorefirmò in fondo, per accettazione, con una grafia larga e storta, e scrisse accanto «neh».Costanza prese il foglio, lo sventolò per asciugare l’inchiostro e lo lesse un’ultima volta.«Letto, approvato e sottoscritto» disse. «Andiamo di là.»IV. Sotto la MoleAnche la camera da letto di Marisa ed Ettore aveva una finestra ad arco sulla Mole, e la Mole eracosì vicina che sembrava entrare nella stanza. La luce della cupola illuminata entrava dai vetri ecadeva sul letto, un grande letto di noce con la coperta di lana bianca.Marisa si sedette sulla poltrona accanto alla finestra, con la bottiglia di Barolo chinato e ilbicchierino.«Edoardo» disse Costanza in piedi accanto al letto. «Spogliami tu.»Lui le slacciò la camicia di seta, bottone dopo bottone, con le dita del conservatore. Gliela sfilò dallespalle. Le slacciò il reggiseno. Il seno le ricadde pieno e pesante, bianco nella luce gialla dellaMole. Poi si inginocchiò e le abbassò la cerniera dei pantaloni, glieli fece scivolare lungo le gambelunghe e glieli sfilò, insieme alle décolleté. Infine le mutandine di seta nera.Costanza si tolse le forcine dallo chignon, una a una, e le porse al marito. I capelli castani le cadderosulla schiena. Restò nuda davanti alla finestra, con l’anello con il sigillo al mignolo.«Tienile tu» disse. «Le forcine. Custodiscile, buon padre di famiglia.»Ettore la prese senza fretta. La stese sulla coperta bianca, le aprì le ginocchia con le sue mani grandie la scopò davanti, piano, poi più forte. Costanza gli si aggrappava alle spalle e gridava, con gliocchi fissi sul soffitto. Edoardo era in ginocchio accanto al letto, con le forcine in mano, perché leigli aveva detto di stare lì.«Edoardo!» gridava Costanza. «Edoardo! Lo sento! Lo sento entrare! Non devo chiedergli se c’è!C’è! Lo approvi?»«Lo approvo!»«Cosa approvi?»«Approvo che lo senti! Che Ettore c’è, e io no!»Venne la prima volta così, sotto Ettore, con le lunghe gambe strette intorno ai suoi fianchi e un urloche fece ridere Marisa sulla poltrona.Poi Ettore uscì da lei, ancora duro, lucido, e la girò. Costanza si mise a quattro zampe sulla coperta,con la faccia verso la finestra e la Mole davanti agli occhi, e il culo alzato verso di lui.«Adesso l’articolo due» disse, senza fiato. «Con preferenza per dietro.»Marisa le lanciò un tubetto e una scatola di guanti.«Gel sterile» disse. «Monodose. Ospedaliero. Edoardo, prepara il campo operatorio.»Edoardo si infilò i guanti, si spremette il gel sulle dita e si inginocchiò sul letto dietro sua moglie.La toccò. Le passò il dito sul buchetto, in tondo, poi entrò. Un dito. Poi due. Costanza gemeva espingeva indietro contro la sua mano.«Bravo, Edo» diceva. «Bravo, amore. Le dita del conservatore. Aprimi tu. Così dopo entra la Molee io non soffro.»Marisa si alzò dalla poltrona e venne a guardare da vicino, chinata, con il bicchierino in mano, lastessa espressione che aveva in sala operatoria.«Tre dita» disse. «Sfintere rilassato. Buona dilatazione.» Gli diede un colpetto sulla spalla. «Ottimolavoro, Edoardo. Davvero. Peccato che poi tocchi a un altro.»«Lo approvo» disse Edoardo, con la voce rotta.«Adesso aprile le natiche. Con le mani. Tienigliele aperte, che Ettore vede dove va.»Edoardo sfilò le dita, prese le natiche di sua moglie con le mani guantate e le aprì.Ettore si inginocchiò dietro di lei. Si unse il cazzo con il gel di Marisa, lentamente, dalla radice allapunta. Poi appoggiò la cappella.Edoardo teneva aperta sua moglie, con il cazzo di Ettore a dieci centimetri dalla faccia.«Guarda, amore» disse Costanza, girando la testa sul cuscino. «Adesso guarda bene. Guarda cosavuol dire fermo.»Ettore spinse.La cappella premette, e il buchetto di Costanza cedette piano, si allargò, e la cappella entrò.Costanza emise un suono lungo, rauco, a bocca spalancata. Ettore aspettò. Poi spinse ancora. Uncentimetro. Un altro. Il cazzo entrava dritto, fermo, e non si piegava, non si ammorbidiva, nontornava a casa, e Edoardo, con le mani sulle natiche di sua moglie, lo guardava sparire dentro di lei.«Non si scioglie» diceva Costanza, con il fiato rotto. «Edoardo. Non si scioglie.»«Non si scioglie.»«Diglielo a Marisa.»«Non si scioglie, Marisa» disse Edoardo. «Entra tutto. Fermo. Non si scioglie per niente.»«Lo so, tesoro» disse Marisa, e bevve un sorso. «È piemontese. Non si muove finché non ha finito.»Ettore arrivò in fondo e si fermò.Costanza aveva gli occhi pieni di lacrime e rideva.«Sedici anni» disse. «Sedici anni, Ettore.»«Neh» disse Ettore.Poi cominciò a muoversi.Lentamente all’inizio, uscendo quasi tutto e rientrando, e ogni volta che rientrava Costanza gridava.Poi più forte. Le mani grosse di Ettore le tenevano i fianchi, il suo bacino sbatteva contro di lei, eCostanza urlava con la faccia sulla coperta bianca e la Mole illuminata negli occhi.«Così!» gridava. «Così si mette nel culo, Edoardo! Così! Lo approvi o non lo approvi?»«Lo approvo!»«Dillo tutto!»«Approvo che Ettore ti mette tutto il cazzo nel culo e non si scioglie! E io non ci sono mai riuscito!»Marisa si chinò su Edoardo e guardò in basso, tra le sue gambe. Il gianduiotto era duro. Dritto,piccolo, durissimo, tremante.«Costanza» disse. «Il paziente ha un’erezione.»Costanza girò la testa e guardò. Rise, piangendo.«Lo vedo, Marisa. Lo vedo.»«Mi pare il caso di riportarlo in cartella» disse Marisa, compiaciuta. «Edoardo, dettami tu.»«Erezione completa» disse Edoardo, con la voce che si spezzava. «Insorta guardando il cazzo diEttore nel culo di mia moglie.»«Che bel cornuto» disse Marisa, e gli accarezzò i capelli. «Costanza, che bel cornuto che hai.»V. Il gianduiottoCostanza alzò una mano.«Ettore. Fermo. Un momento.»Ettore si fermò, dentro di lei fino in fondo.Costanza girò la testa verso il marito. Aveva le guance rigate di lacrime e di trucco, i capelli sullafaccia, e un sorriso che lui conosceva bene.«Edoardo» disse. «Adesso che ti tira, voglio vedere una cosa.»«Cosa?»«Voglio vedere se il gianduiotto regge sotto la Mole.» Si sollevò sulle braccia. «Sdraiati sotto di me.Sulla schiena. Ettore resta dove è. E tu me lo metti davanti.»Marisa posò il bicchierino.«Costanza» disse, ammirata. «Tu vuoi fare una doppia con il gianduiotto.»«Voglio vedere cosa succede. Da notaio. Voglio constatare.»Edoardo si sfilò i guanti e si infilò sotto di lei, sulla coperta, sulla schiena, tra le sue ginocchia.Sopra di lui il viso di sua moglie, rosso e bagnato, i capelli che gli cadevano addosso, e più su,dietro di lei, le spalle larghe di Ettore, e più su ancora, oltre la finestra, la cupola della Mole.«Mettilo dentro, amore» disse Costanza.Edoardo si prese il gianduiotto in mano. Era ancora duro. Lo guidò tra le gambe di sua moglie, loappoggiò e spinse.Entrò. Un poco. La punta e poco altro, perché sopra di lui, dall’altra parte di una parete sottile dicarne, c’era il cazzo di Ettore, enorme, che occupava tutto.«Ci sei?» chiese Costanza.Marisa si coprì la bocca.«Sì» disse Edoardo.«Ettore» disse Costanza. «Adesso muoviti.»Ettore si mosse. Un colpo lungo, profondo, dentro il culo di Costanza.E dall’altra parte, Edoardo sentì il cazzo di Ettore passargli sopra attraverso sua moglie, unapressione enorme, durissima, che lo schiacciava. Il gianduiotto venne spinto indietro. Si piegò. Siammorbidì. Cercò di resistere al secondo colpo, al terzo, e al quarto si afflosciò del tutto e scivolòfuori, e restò a pendere sulla pancia di Edoardo, molle, bagnato.Costanza non si mosse. Sentì solo che sotto non c’era più niente.«Edoardo» disse. «Sei ancora dentro?»«No.»«Quando sei uscito?»«Al quarto colpo.»«Al quarto colpo di Ettore» precisò Marisa.«Al quarto colpo di Ettore» ripeté Edoardo. «Mi ha schiacciato fuori. Attraverso di te. E si èsciolto.»Costanza rimase un attimo a guardarlo dall’alto. Poi rise. Rise così forte che Ettore, dentro di lei,dovette tenerla ferma per i fianchi.«Si è sciolto» disse. «Sotto la Mole. Lo approvi, amore? Dillo tutto, per l’atto.»Edoardo guardò sua moglie sopra di lui, impalata sul cazzo di un altro, e il proprio cazzo molle chegli pendeva sulla pancia.«Lo approvo» disse. «Il gianduiotto non regge sotto la Mole. Basta che Ettore si muova, e siscioglie.»«Constatato» disse Costanza. Poi, sopra la spalla: «Ettore. Continua. Fino in fondo. E resta pure lìsotto, Edoardo. Così senti tutto.»Ettore continuò, e Edoardo, sotto di lei, sentì tutto. Il peso di sua moglie che sobbalzava sopra di lui,i colpi di Ettore che la spingevano avanti e la facevano gridare a dieci centimetri dalla sua faccia, icoglioni di Ettore che gli battevano sul pube. Costanza venne dietro così, urlando, con le manistrette nella coperta ai lati della testa del marito e i capelli che gli coprivano la faccia. E poco dopoEttore affondò un’ultima volta, con un verso basso, profondo, da uomo che solleva una botte, e levenne dentro il culo, fino in fondo. Edoardo, sotto, lo sentì pulsare attraverso il corpo di sua moglie:una volta, due, tre, quattro.Rimasero così un lungo momento, tutti e tre, uno sopra l’altro, ansimando.Poi Ettore uscì da lei, piano, e si sedette sul bordo del letto, con il cazzo ancora mezzo duro e lucidosulla coscia.Marisa si alzò dalla poltrona. Aveva in mano il foglio del ricettario.«Articolo quattro» lesse. «Restituzione. Il bene sarà restituito alla comodante al termine dell’uso,nello stato in cui è stato ricevuto. Pulito. Le operazioni di pulizia sono a carico del testimone.»Abbassò il foglio e guardò Edoardo, ancora sdraiato sotto Costanza.«Il bene è lì» disse, indicando il marito. «Ed è sporco.»Costanza rotolò di fianco sulla coperta, con il culo rosso e aperto e un rivolo bianco che le scendevasulla coscia. Guardò il marito con affetto.«Hai sentito il comodante, amore. Il testimone ha un obbligo.»Edoardo si tirò su. Scese dal letto e si inginocchiò sul tappeto, davanti a Ettore seduto sul bordo. Ilcazzo di Ettore era lì, a una spanna dalla sua faccia, lucido di gel, di sua moglie e del proprio seme.«Puoi dire Superga» disse Costanza dal letto, piano.Edoardo aprì la bocca.Lo pulì con cura, con la stessa pazienza con cui puliva i reperti. Dalla radice alla punta, e sotto, eintorno alla cappella, e i coglioni, uno per uno. Ettore lo guardava dall’alto senza dire niente, con lamano grossa appoggiata sulla sua testa, leggera.Quando ebbe finito, Edoardo si raddrizzò sulle ginocchia.Marisa si chinò, prese in mano il cazzo del marito e lo esaminò, girandolo nella luce della Mole. Loannusò. Lo guardò di sotto.«Restituito» disse. «In buono stato. Pulito a regola d’arte.» Guardò Edoardo. «Con il tuo sapore,però. E con quello di tua moglie.»«Lo approvo» disse Edoardo.«Manca solo una cosa» disse Costanza dal letto.Si alzò, nuda, con i capelli sciolti, e andò al comò, dove c’era una candela rossa in un candeliered’argento. La accese con i fiammiferi del comodino. Prese il foglio del ricettario dalle mani diMarisa, lo appoggiò sul comò e ci fece colare sopra, in fondo, tre gocce di cera rossa. Poi si sfilòl’anello dal mignolo e premette il sigillo nella cera ancora calda.Lo sollevò. Sulla cera rossa c’era lo stemma dei Ferraris.«Sigillato» disse. «Atto valido.»VI. SupergaAll’una e mezzo erano tutti sul letto. Ettore russava piano su un lato, enorme, sotto la copertabianca. Marisa fumava una sigaretta alla finestra, in vestaglia, con la Mole davanti. Costanza erasdraiata con la testa sulla pancia di Ettore, nuda, e ogni tanto allungava una mano sotto la coperta eglielo toccava, per controllare che ci fosse ancora.Edoardo era seduto per terra, sul tappeto, ai piedi del letto, con le spalle contro il legno e il papillonslacciato sul petto nudo. In mano teneva l’atto sigillato.«Marisa» disse Costanza. «Il comodato. Ha una durata?»Marisa soffiò il fumo contro il vetro.«L’hai scritto tu, l’atto. Sei tu il notaio.»«Hai ragione.» Costanza allungò una mano verso il marito. «Edoardo. La stilografica.»Lui gliela porse. Lei si girò sulla pancia, prese l’atto dalle sue mani, lo appoggiò sul cuscino escrisse ancora qualcosa, sotto il sigillo di cera, in fondo al foglio. Poi lo lesse ad alta voce.«Articolo sei. Durata. Il presente contratto si rinnova tacitamente ogni sabato sera, salvo disdetta diuna delle parti con preavviso di una settimana.» Alzò gli occhi sul marito. «Il testimone è tenuto apresenziare a ogni rinnovo.»Marisa rise piano alla finestra.Costanza tese il foglio e la stilografica a Edoardo, ai piedi del letto.«Lo approvi, amore?»Edoardo guardò il foglio. Guardò fuori dalla finestra, oltre la Mole, la collina nera al di là del Po,dove brillavano le luci della basilica di Superga. Poi guardò sua moglie, distesa sulla pancia di unaltro uomo, con i capelli sciolti e il sigillo al mignolo.Prese la stilografica e firmò sotto l’articolo sei.«Letto» disse. «Approvato. E sottoscritto.»
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