Quella sera a noi tre, giovani con molte speranze ma modeste prospettive, venne l'idea di rivolgere la nostra attenzione a una nuova discoteca, tanto decantata e inaugurata soltanto due settimane prima, ma già diventata punto di riferimento imprescindibile per quanto riguardava il fervore notturno di tutta la gioventù tardo-adolescenziale della provincia.Arrivati all'ingresso ci ponemmo diligentemente in fila: Fabio in testa, poi Renato, e per ultimo io. Dopo un'attesa di trenta minuti riuscimmo finalmente a passare la selezione e a entrare, grazie soprattutto all'intercessione del cugino di Fabio, che in quella discoteca era stato ingaggiato come buttafuori e addetto ad altri incarichi non bene specificati; non fosse stato per il suo determinante intervento non saremmo mai e poi mai riusciti a varcare quella soglia, infatti i maschietti da soli, senza uno straccio di femmina al seguito, non erano ben visti e dovevano rimanere fuori; tali erano le disposizioni impartite agli addetti al controllo da parte della Direzione.Eravamo dentro, esultanti per la nostra buona riuscita, ma ben presto ci accorgemmo di come quel terreno di caccia non fosse in verità ciò che facesse al caso nostro: le ragazze erano quasi tutte accompagnate da nostri muscolosi coetanei, e i più di costoro erano delle dimensioni di un armadio; meglio non averci a che dire e tanto meno a che fare; ragionammo almeno per una volta saggiamente. Le poche pollastre senza fidanzato sguazzavano all'interno di gruppetti esclusivi in cui non sarebbe stato possibile accedere nemmeno su raccomandazione del capo in testa del Vaticano, e le altre sgallettate che si muovevano per la discoteca allo stato brado, cioè che non erano in compagnia del cascamorto di turno, avevano tutte, come ebbi subito modo di notare, la puzza sotto il naso, come se si portassero dietro una montagna di merda a due dita dalle narici.Traendo ispirazione da un documentario che avevo visto in televisione il giorno prima, avevo provato a rimorchiarne qualcuna appostandomi come un leone che attende le gazzelle vicino all'unica pozza d'acqua nel raggio di chilometri; solo che invece di essere nell'assolata savana, mi ero piazzato in prossimità della porta dei cessi delle donne. Purtroppo i miei tentativi di attaccare discorso dispensando gentili ed eleganti apprezzamenti o esternando intelligenti motti di spirito, non riuscivano a scalfire la dura corazza di quei crudeli e poco socievoli esemplari femminili. Al limite dell'esasperazione mi dissi che avrei fatto tre ultimi tentativi utilizzando un approccio più diretto, cioè usando termini più espliciti, ma tutto ciò che ricavai fu nell'ordine: uno schiaffone, che per fortuna riuscii a evitare con un rapido arretramento del busto, un sonoro vaffanculo, e da ultimo, e fu ciò che mi bruciò maggiormente, l'impietoso attributo di "sfigato".Con la coda tra le gambe abbandonai la postazione e raggiunsi i miei amici i quali fino a quel momento non avevano fatto altro che continuare a bere birra e lustrarsi gli occhi nel contemplare da una posizione defilata il rutilante e multicolore panorama.Decidemmo per un'ultima consumazione, poi avremmo portato via i tacchi da quella deludente discoteca e saremmo andati in cerca di altri locali a noi più confacenti e dove speravamo avremmo trovato miglior fortuna.Iniziò così il tour dei bar e delle birrerie, ma la musica pareva essere sempre la stessa: di figa ve ne era a mazzi ma era tutta accompagnata. Non ci rimaneva altro da fare che, avvolti da una nuvoletta di mestizia, prendere lentamente la strada del ritorno verso casa.Arrivati in una zona poco abitata e appena rischiarata dalla luce di un lampione che aveva visto tempi migliori, fermai l'autovettura annunciando con un certo orgoglio e anticipandone anche il risultato, che dopo tutta la birra che avevo bevuto quella sera, avrei fatto una pisciata di proporzioni di sicuro eccezionali.Poiché anche Fabio e Renato avvertivano la mia stessa impellenza, scendemmo tutti e tre dall'auto e ognuno cercò di individuare il luogo più allineato ai propri gusti dove espletare la propria fisiologica funzione.Ci trovavamo un poco distanti uno dall'altro e ancora non avevamo messo mano alla zip dei pantaloni, quando un grido sconvolse la tranquillità della campagna circostante:‒ Fermi tutti! ‒ urlò Fabio.‒ Che cazzo c'è? ‒ dissi io. ‒ M'hai fatto spaventare.‒ Facciamo a chi piscia più lontano.Renato ed io accogliemmo con parziale trasporto l'invito di Fabio, ma essendo in vigore tra noi una regola non scritta che imponeva di assecondare le proposte, soprattutto le più bizzarre, provenienti da ognuno del nostro trio, non potemmo rifiutarci di partecipare a quella sfida, pena passare per vigliacchi.‒ Qui, venite qui; questo punto è perfetto! ‒ c'incalzò il nostro amico, non senza una punta d'entusiasmo nella voce.Lo raggiungemmo e ci allineammo a una distanza di circa un metro uno dall'altro. Eravamo in cima a una montagnola e sotto di noi molti punti di riferimento: sassi, rami, e altro ancora, che avrebbero svolto egregiamente la funzione di bersagli nel nostro improvvisato e personalissimo poligono di tiro.‒ Guardate là, quel grosso sasso, ‒ c'indicò Fabio con la mano libera, cioè quella che non reggeva l'uccello, e dopo il primo zampillo, azione quella di tipo esplorativo, si produsse in un arco di ben più ragguardevoli dimensioni, e che giunse a pochi centimetri dall'obiettivo.Malgrado non fosse arrivato a segno, Renato ed io ci complimentammo comunque con lui per l'eccellente prestazione, poiché la distanza, dovemmo riconoscerlo, era davvero notevole.Tentammo di emulare le formidabili gesta del nostro amico ma con risultati non paragonabili, e infine fummo costretti ad ammettere la nostra inferiorità e di conseguenza la mortificante sconfitta.‒ Facciamo a chi… ‒ propose di nuovo Fabio, ancora infervorato per la recente vittoria ‒ facciamo a chi ha il cazzo più lungo.‒ Questa mi pare davvero una stronzata! ‒ dissi io, e intanto vidi che Fabio incurante della mia riluttanza, si era già abbassato pantaloni e mutande a metà coscia e si stava smanettando per farselo venire duro.Guardai Renato e gli feci un cenno che stava a chiedergli quali fossero le sue intenzioni. Non mi rispose. Continuai a fissarlo; da principio lo vidi titubante, poi anche lui si abbassò i calzoni e iniziò a menarselo.Per chiamarmi fuori da quella situazione dichiarai che non avrei partecipato alla tenzone ma che volentieri avrei fatto da arbitro; ritenendo che fosse necessario un giudizio esterno e insindacabile in una competizione delicata come quella.Fabio e Renato ne furono entusiasti, ed io mi ritrovai a osservare quei due deficienti che se lo menavano di fronte a me. Essendo lo spettacolo non dei più gratificanti, decisi fosse il caso di porre fin da subito a quell'osceno cimento, e dichiarai all'istante il vincitore che si materializzò nella figura di Fabio, non fosse altro per evitare che gli venissero in mente altre idee strampalate e così la smettesse di rompere i coglioni.Ma Renato iniziò a pestare i piedi e a protestare. Non volle ammettere che quello di Fabio fosse più grosso del suo, e s'inventò la panzana che si fosse stabilito sin dall'inizio che la valutazione si sarebbe fatta sulla precisa lunghezza, e non mediante un'analisi visiva superficiale che non teneva conto dei più semplici principi del sistema metrico decimale. Pertanto pretese che io trovassi uno strumento di misurazione accreditato, cioè un righello, e con esso mi ponessi a fare con la giusta professionalità gli opportuni rilievi.‒ Renato, ma vai a fare in culo! ‒ gli dissi io, e mi accesi una sigaretta.Nel frattempo lui non demordeva e continuava a menarselo con foga e, sebbene da dove mi trovassi la visuale non fosse delle migliori, vuoi per la distanza, vuoi per la scarsa luce, mi parve che qualche risultato riuscisse a ottenerlo.Mi allontanai ancora di qualche metro in direzione della mia auto. Udii Fabio che incitava Renato a farselo venire duro; e quell'altro lamentarsi che avrebbe avuto bisogno di un aiuto esterno, poiché gli pareva che in quell'occasione il menarselo in autonomia non gli fosse di sufficiente stimolo.A quel punto cosa udirono le mie orecchie! Quale orrore! Udii Fabio che in uno slancio di sportiva generosità si offriva di andare in aiuto al suo avversario, e senza dire altre parole, lo vidi prendere in mano il cazzo di Renato e iniziare a fargli una potente sega; e dall'espressione e dai concetti espressi da quest'ultimo, pareva che la cosa gli fosse oltremodo gradita:– Ecco, così, bravo! Scappellamelo tutto… ma fai piano, con sentimento.Ma porca di quella puttana! pensai.Mi appoggiai con le terga sul cofano della mia auto e, allibito, rimasi con gli occhi fissi su quella orripilante scena. Pensai che peggio di così non potesse andare, ma mi sbagliavo: udii Renato che con voce flautata e quasi implorante si rivolgeva a Fabio:– Senti… Cosa ne dici se ora…– Ora cosa?– Me lo prendessi in bocca.– Un pompino, dici? Io a te?– E perché no?!Fabio rimase per un attimo titubante. Poi si passò la lingua sulle labbra, come a pregustare il compito che lo attendeva, e infine si produsse in uno schiocco con la lingua; il che, mi parve di intuire, volesse dire che si poteva dare il via all'azione. Si abbassò, accosciandosi, e si fermò con il viso all'altezza del membro di Renato che finalmente era arrivato a una più che consistente erezione. Poiché puntava verso l'alto Fabio lo prese con due dita e lo abbassò per avvicinarlo alla sua bocca semichiusa.Renato si spostò in avanti con il bacino. Le labbra di Fabio erano ormai a meno di un centimetro da quella cappella gonfia per l'eccitazione.Fabio esitava… infine fece fuoriuscire la lingua e l'appoggiò sulla punta del glande. Fu un momento brevissimo, poi si ritrasse.– Che c'è? – gli domandò Renato. – Ci hai ripensato?Fabio non rispose. Allargò le labbra, si fece avanti con la testa e fece sparire il turgido tronchetto di carne di Renato nella sua bocca. Quell'altro diede un guizzo di schiena e affondò ancor di più all'interno del cavo orale di Fabio.– Cazzo, sì! – esclamò. – Questo ci voleva: un bel pompino!La testa di Fabio prese a muoversi avanti e indietro con spostamenti veloci e cadenzati. Renato con lo sguardo rivolto verso l'alto e gli occhi semichiusi, con una espressività sul volto di tipo ascetico, mugolava di piacere.– La lingua… lavoramelo di più con la lingua, – lo incitò Renato.Fabio non si fece pregare: se lo tolse di bocca e cominciò a passargli la lingua su tutta la cappella, insistendo in particolar modo sul frenulo.– Cazzo, se sei bravo! – si complimentò Renato. – Meglio di qualunque puttana con cui sono stato finora. Dai, dai… un ultimo sforzo.Forse insuperbito da quel sincero apprezzamento, Fabio glielo prese di nuovo in bocca e tornò a darci dentro e a succhiarglielo con maggior foga e avidità.L'azione frenetica e entusiasta portò Renato alla soglia del punto di arrivo, e lo annunciò con voce strozzata, al limite dello spasimo:– Ec-co, così… Non ti fe-fermare… Godooo…Un ultimo inequivocabile rantolo, e compresi che Renato stava sgorgando a caldi fiotti nella bocca di Fabio… Passarono un paio di secondi, al massimo tre, di raggelante silenzio, poi potei chiaramente udire Fabio mentre deglutiva. Almeno avrebbe potuto sputare, pensai, come avrebbe fatto una qualsiasi onesta puttana da bordello, e invece no: lui mandò giù tutto.Fabio abbandonò la posizione accucciata. Ora erano in piedi, uno di fronte all'altro, e si guardavano negli occhi; mi sarebbe piaciuto sapere che cosa passasse nella testa di quei due in quel preciso momento. Il membro di Renato penzolava, ancora gocciolante.‒ Ora è venuto il mio turno, ‒ sentii Fabio rivolgersi a Renato, e si sfilò i vestiti rimanendo nudo dalla vita in giù. Non potei fare a meno di notare l'eccitazione che aveva pervaso Fabio: il suo cazzo si ergeva dritto come una canna.– Vuoi che ora sia io a succhiartelo? – Renato chiese istruzioni.‒ Mi è venuta un'idea migliore…– Quale?– Togliti i calzoni. Girati e mettiti a quattro zampe.– Me lo vuoi mettere nel culo?– L'idea è quella; non l'ho mai fatto.‒ Mi farà male? Mi brucerà?‒ Non so. Proviamo. Al massimo mi fermo.Renato si tolse gli indumenti che gli erano d'impiccio e si mise in posizione, con le chiappe che puntavano al cielo stellato e pronto ad accogliere la verga di Fabio all'interno delle sue viscere. Pareva che le sue membra, tutte, vibrassero per l'emozione.Fabio piegò le gambe per arrivare ad appoggiare il glande scappellato in corrispondenza del tondo pertugio dell'esordiente sodomita. Stava per dare il primo affondo quando Renato lo fermò:– Un momento. Aspetta.– Che c'è?– Mica me lo vorrai infilare così?– Così come?– A secco. Ci vorrebbe qualcosa per lubrificare; almeno così mi hanno detto che si fa in questi casi.– Giusto! Ma non abbiamo niente che faccia al caso nostro.– E se provassimo con la saliva?– Buona idea!Fabio si abbassò ulteriormente e sputò, centrando in pieno il buco del culo di Renato. Poi si si mise le dita in bocca e le inumidì per bene.– Ora ti metto un dito in culo, annunciò. Lo faccio per aprire la strada.– Mi pare una buona idea!Il dito indice di Fabio scomparve all'interno di Renato che emise solo un flebile lamento.– Uh, pensavo peggio. Prima di infilarci il cazzo, quel dito fallo andare un poco in su e in giù.– D'accordo.– Due, fai due dita. Allargamelo per bene.– Così sia!Dopo un paio di minuti di quel viavai, in cui Fabio, oltre a fare andare le dita aveva continuato a smanettarsi l'uccello per non perdere la consistenza acquisita, Renato annunciò di essere pronto:– È ora: ficcamelo nel culo!Fabio abbrancò le chiappe di Renato, le allargò e senza perdere secondi preziosi, senza tentennamenti, gli si fiondò dentro con veemenza e straordinaria determinazione.Renato emise un gemito.– Com'è? – s'informò Fabio.– Vai avanti. Zitto e inculami… fino a sborrarmi dentro.A quel punto non ce la feci più, e decisi che mi sarei immediatamente allontanato da ciò che ormai consideravo la scena di un delitto. Senza dire nulla, salii in auto, accesi il motore, ingranai la retromarcia e dopo una veloce manovra già viaggiavo in direzione del centro abitato, lasciandomi alle spalle quei due che non si erano nemmeno accorti che me ne fossi andato. Sarebbero tornati a piedi, avrebbero fatto l'autostop o avrebbero continuato a darselo nel culo fino al mattino; non era affar mio. Che impegnassero il loro tempo come meglio credevano, mi dissi.A bordo strada vidi un furgone attrezzato a chiosco. Mi fermai. Vendevano bibite e altri generi di conforto alimentare. Avevo bisogno di mettere qualcosa nello stomaco. Mentre aspettavo che fosse pronto il mio panino con la porchetta, si fermò un'altra auto da cui scesero due ragazze: una era quella che davanti ai bagni della discoteca mi aveva mandato a fare in culo, l'altra, quella che mi aveva dato dello "sfigato". Certo che questa volta avrei rimediato qualcosa, subito mi lanciai all'indirizzo di quest'ultima con un apprezzamento a dir poco galante, ma la sua risposta fu di quelle da gelare il sangue:‒ Ancora tu! Ma perché una buona volta non ti levi dai coglioni?Mi misi in disparte e in silenzio, a ragionare che quella sera tutto era andato per il verso sbagliato. Terminato il mio panino con la porchetta risalii in auto, indeciso se andarmene a casa o tornare da Renato e Fabio per prendere parte anch'io al festino e a mia volta farmelo dare nel culo.
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Aggiunto: 1 giorno fa
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Gay e Bisex
Prime Esperienze


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