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Sotto la scala - Vita di condominio

Sotto la scala - Vita di condominio

Cecilia fece il suo ingresso in soggiorno avvolta in un'uniforme domestica priva di qualsiasi concessione all'estetica: una felpa informe e un paio di calzoni da tuta decisamente abbondanti, che le ricadevano in modo quasi goffo fin sulle caviglie. Allungò la mano verso la parete e schiacciò l'interruttore, ma la risposta della plafoniera al centro della stanza fu poco rassicurante: un sordo crepitio di scintille attraversò il vetro un istante prima che una delle lampadine cedesse di schianto.Trattenne a stento un'imprecazione, infuriata per il guasto ma soprattutto per il tempismo: la casa si sarebbe riempita di ospiti a cena da lì a un paio d'ore. Come se non bastasse, adesso le toccava pure correre a comprare un ricambio. Rimase per un istante immobile al centro della stanza, con un dito piantato alla tempia mentre scartabellava tra i ricordi domestici, finché non le balenò la soluzione: nel mobiletto della cucina doveva essercene una di scorta.Il recupero della lampadina dal mobiletto fu un affare da pochi secondi, concluso quando depositò il bulbo sul tavolo senza troppe cerimonie. Per colmare la distanza dal soffitto, Cecilia trascinò una sedia al centro della stanza, piazzandola proprio sotto la plafoniera. Vi si arrampicò sopra con cautela, ma bastò un attimo per prendere atto della realtà: la statura non le veniva in aiuto e il lampadario restava per lei un obiettivo del tutto inaccessibile. Serviva una scala, non ci si scappava.La prima opzione, quasi immediata, portava alla porta del vicino di pianerottolo, ma il pensiero fu liquidato con un moto di fastidio istintivo. Quell'uomo le riusciva così visceralmente antipatico che l'idea stessa di chiedergli un favore suonava come una condanna. Molto meglio ripiegare su Vittorio. Il portinaio rappresentava la classica figura provvidenziale della vita condominiale: un uomo premuroso, perennemente a disposizione e la cui presenza pareva concepita al solo scopo di risolvere piccole noie domestiche, sfoggiando all'occorrenza la proprietà di un'insostituibile scala pieghevole.Senza perdere tempo, recuperò il cellulare e si mise a scorrere la rubrica fino a rintracciare la voce memorizzata sotto l'etichetta della portineria. Premette il tasto di chiamata e accostò il telefono all'orecchio, attendendo che dall'altro capo qualcuno rispondesse.– Vittorio, buonasera. Mi scusi se la disturbo, ma ho un'emergenza: mi si è fulminata una lampadina in soggiorno e non ho una scala per arrivarci. Lei non potrebbe? … Ah, sì. Ma che gentile! Quando? Ma anche subito… Di quello non si deve preoccupare: la lampadina ce l'ho io. L'aspetto.Pochi minuti dopo, al trillo del campanello, Cecilia aprì la porta di casa trovandosi di fronte la sagoma premurosa del portinaio. Vittorio reggeva con solennità e con entrambe le mani una scala pieghevole in alluminio, pronto a prestare soccorso.– Signorina Cecilia, buon pomeriggio. Eccomi! – esclamò l'uomo con premura.– Venga, venga avanti, signor Vittorio, – lo accolse lei, sfoderando la classica gratitudine di circostanza. – Non so proprio come ringraziarla, lei è sempre così gentile.– Ma si figuri, per così poco, – minimizzò lui, stringendo la presa sugli scalini metallici e guardandosi attorno. – Dov'è la lampadina da cambiare?– Di là, in sala.I due si spostarono nel soggiorno, dove Vittorio piazzò la scala esattamente sotto la plafoniera. Prima di muovere un solo passo verso il primo gradino, però, s'impose una pausa di prudenza.– Signorina, le devo però dire una cosa… – esordì l'uomo con un velo di apprensione.– Mi dica, – lo incoraggiò lei.– In questi giorni ho qualche problema di equilibrio; forse per via di un'infiammazione all'orecchio che non mi è ancora passata del tutto. Non vorrei mai che quando sono là in cima…– Oh, no, per carità! – lo interruppe subito Cecilia, paventando la prospettiva di un infortunio domestico del portinaio sul proprio parquet. – Non vorrei mai che si facesse male. Ci salgo io; tanto cosa ci vuole a svitare e avvitare una lampadina. È meglio solo che prima mi tolga le scarpe.Si liberò delle calzature e cominciò la scalata. Non fece in tempo a posare il piede sul secondo gradino che la struttura in alluminio denunciò un'inquietante oscillazione.– Uh, ma questa scala balla! – protestò lei, bilanciando il peso.– Sì, in effetti non è il massimo della stabilità, – ammise Vittorio senza troppa vergogna. – Ma non si preoccupi, signorina Cecilia, gliela tengo io.Si accostò con sollecitudine alla base e abbrancò i montanti con fermezza istituzionale. Rassicurata, Cecilia guadagnò gli scalini più alti fino ad avere il lampadario a portata di mano. Vittorio, a quel punto, alzò spontaneamente lo sguardo e si ritrovò catapultato a una manciata di centimetri da un'inquadratura ravvicinata e decisamente privilegiata sul fondoschiena della ragazza.– Ecco. Ci sono arrivata! – esclamò Cecilia con una nota di trionfo nella voce.Svitò il bulbo fulminato e lo protese verso il basso; Vittorio allungò la mano per prenderlo, mantenendo lo sguardo fermo su quell'inquadratura provvidenziale.– Adesso avrei bisogno di quella da sostituire. Me la prende, per favore?– Dov'è?– Là, sul tavolo.– Vado. Ma stia attenta, per carità. Non si muova…– Sì, tranquillo. Mi ha già detto che questa scala è traballante.Vittorio staccò a malincuore le mani dai montanti, si affrettò verso il tavolo per recuperare la lampadina nuova e tornò lesto ai piedi del trespolo. Gliela allungò con deferenza e Cecilia si protese verso il soffitto per completare l'opera.– Ah, signor Vittorio, non so proprio come farei senza di lei, – commentò lei dall'alto, mentre con le dita cercava l'imbocco della filettatura. – È sempre pronto ad aiutare. Mi dica, c'è qualcosa che per una volta potrei fare io per lei?L'uomo esitò un istante, la gola improvvisamente secca.– In verità lei fa già qualcosa per me, e tutti i giorni.Cecilia si bloccò un secondo, sorpresa.– E cosa sarebbe? Non capisco.– No, no, mi scusi, – s'affrettò a ritrattare lui, colto da un repentino attacco di prudenza. – Stavo per dire una scemenza. Una cosa che…– Ma no, dica pure! Non si senta in imbarazzo.– Come vuole. Del resto me lo ha chiesto lei, – mormorò Vittorio, facendosi coraggio. – A me basta vederla passare davanti alla portineria e avere la possibilità di ammirare le sue belle gambe e, mi permetta la sfacciataggine, soprattutto quando indossa quel gonnellino chiaro, di tessuto leggero, che al minimo movimento si solleva, di godere anche del suo…– Il mio cosa? – lo interruppe Cecilia, piegando leggermente il capo verso il basso con un'ombra di malizia. – Non mi verrà a dire che tutte le volte che passo davanti alla sua guardiola lei si mette a guardarmi il fondoschiena?– No, non volevo! La prego, non mi prenda per un vizioso o, peggio ancora, per un depravato!– Non era questo che intendevo, – lo rassicurò lei, trattenendo un sorriso.– Ah, meno male! Del resto, mi capisca: come potrei fare altrimenti? Lei ha un cul… beh, ci siamo capiti. Uno come se ne vedono pochi in giro, anzi, direi unico.Cecilia riprese ad avvitare il bulbo, divertita da quell'inaspettata deviazione.– Beh, devo riconoscere che a modo suo è un uomo galante. E oltretutto sincero, non ha paura di dire quello che pensa.– Se le dicessi quello che sto pensando veramente in questo preciso momento – mormorò il portinaio, inghiottendo la saliva – sono sicuro che scenderebbe dalla scala e mi appiopperebbe un ceffone.– E perché mai? Su, non faccia il timido. Mi dica cosa le passa per la testa.– Uhm, è proprio sicura di volerlo sapere?– Lo dica, coraggio. Non abbia vergogna.Vittorio prese un respiro profondo, soppesando il rischio prima di buttarsi a capofitto:– Sto pensando che in questo momento mi piacerebbe afferrare i pantaloni della sua tuta e abbassarglieli fino alle caviglie. Ecco, gliel'ho detto.– Provi ad azionare l'interruttore, per vedere se funziona, – replicò Cecilia, lasciando cadere la sconveniente ammissione come se non l'avesse neppure sentita.– Vado subito, – borbottò Vittorio, la faccia istantaneamente fiammante per via di quell'avventatezza spinta un passo oltre il consentito.L'uomo si allontanò a passi rapidi verso la parete, raggiunse il punto di comando e schiacciò il tasto: la plafoniera inondò la stanza di una luce piena, senza più crepitii né incertezze.– Perfetto! Funziona! – esclamò lei con palpabile soddisfazione dall'alto della scala.Vittorio riguadagnò la posizione ai piedi della struttura e riprese ad abbrancarne i montanti. Ma Cecilia, invece di iniziare la discesa, si trattenne deliberatamente sull'ultimo gradino. Piegò la testa verso il basso, puntando lo sguardo dritto sul portinaio che, per un misto di pudore e vergogna, manteneva il collo rigido e gli occhi fissi a terra per evitare l'impatto visivo.– E allora? – lo stuzzicò lei, con un'intonazione carica di svagata indolenza. – Questi calzoni della tuta me li vuole abbassare sì o no?Vittorio scattò con la testa verso l'alto, la bocca mezza aperta per lo sconcerto.– Dice davvero?– E perché no? Se è questo che desidera, se è una cosa che le fa piacere… – argomentò Cecilia, soppesando la concessione con impeccabile pragmatismo. – In fondo lei mi fa sempre un sacco di cortesie: mi ritira i pacchetti dei corrieri, va fino alla Posta a pagarmi le bollette…– Non ci posso credere che lei mi stia dando il permesso di… – mormorò l'uomo tra sé e sé, quasi per rassicurarsi che non fosse un'allucinazione da sforzo, prima di trovare la spinta decisiva: – Oh, me l'ha detto lei di farlo!Vittorio abbandonò d'un tratto ogni cautela, mollò i montanti della scala e allungò le mani verso i polpacci di Cecilia. Con una lentezza devota, quasi rituale, iniziò a far scivolare la tuta verso il basso fino a farla ammucchiare attorno alle caviglie, assaporando ogni singolo centimetro di pelle rivelato durante la discesa. La ricompensa visiva fu tuttavia parziale: sotto il tessuto pesante spuntò un paio di pantaloncini da palestra decisamente aderenti, che le fasciavano le cosce fino a metà gamba.– Deluso? – infierì Cecilia, cogliendo l'attimo di sospensione. – Pensava forse di trovarmi a pelle, o magari con uno di quei perizomi sexy che fanno tanto scena? Con questi ci vado ad allenarmi: niente che un centinaio di uomini non abbia già avuto modo di contemplare.Vittorio, tutt'altro che sconfortato, mantenne il volto rivolto verso l'alto in uno stato di rapita contemplazione. Anzi, approfittando della posizione e cercando di non tradirsi con movimenti troppo vistosi, fece scivolare con discrezione una mano verso la patta dei pantaloni per sistemarsi al meglio.Cecilia, del tutto ignara di quel piccolo aggiustamento tattico, spezzò il silenzio dall'alto:– Com'è il panorama dalla sua prospettiva?– Una vista meravigliosa. Mi sembra letteralmente di stare in paradiso! – mormorò lui con un filo di voce.– Sa che c'è? – riprese lei, lasciando balenare una sfumatura di cinica generosità. – Credo che per lei potrei persino spingermi oltre. Ma solo perché oggi mi ritrovo in vena di regali.– Come, scusi? – balbettò il portinaio.Cecilia sollevò prima un piede e poi l'altro, liberandosi definitivamente dell'ingombro della tuta che finì sul pavimento. Poi, bilanciandosi con una mano sola sulla scala, infilò le dita nell'elastico dei pantaloncini e li spinse verso il basso, scoprendo parte delle natiche.– Così incontra di più il suo gusto?– Signorina, lei non ha idea della felicità che mi sta regalando, – farfugliò Vittorio, quasi sopraffatto dall'incredulità.– Sia chiaro, non si faccia strane idee: non è una routine quotidiana. Oggi è una giornata particolare.– In che senso particolare?– Che ne so. Saranno stati i due aperitivi di troppo mandati giù con i colleghi d'ufficio prima di tornare a casa. Chi lo sa? Ma che fa lì imbalsamato? Mi dia una mano a cavare anche questi, che in equilibrio precario non ce la faccio.– Non può essere vero, non sta succedendo davvero a me… – continuava a ripetere l'uomo come un mantra.– Le conviene approfittarne alla svelta, – lo incalzò lei senza troppe cerimonie. – Non è che mi capiti tutti i giorni la luna dritta per le porcherie.Vittorio si riscosse al volo dal torpore e obbedì senza farselo ripetere due volte, afferrando i pantaloncini e tirandoli verso il basso. Cecilia completò l'opera con un agile gioco di gambe, sfilandoseli del tutto e lasciandoli cadere vicino ai calzoni della tuta.– Bene, – decretò infine dall'alto del suo trespolo – le concedo esattamente due minuti per rifarsi gli occhi. Dopodiché, pedalare: aria e a casa!– La prego, signorina Cecilia, allarghi un poco le gambe, così che la possa vedere meglio, – implorò Vittorio con la voce incrinata dal desiderio.– Adesso non esageriamo! – lo stroncò lei al volo, abbassando lo sguardo per rimetterlo a posto. Fu in quel preciso istante che la sua attenzione cadde su un dettaglio inatteso. – Ma che cosa sta facendo? Lei si sta toccando?– Mi scusi, ma non ci posso fare niente, – farfugliò l'uomo senza accennare a fermarsi – mi è venuto duro.Cecilia rimase a fissarlo a bocca aperta, oscillando tra lo sconcerto e la pura incredulità, mentre Vittorio continuava a darci dentro con vigore e ammirevole determinazione. Poi l'uomo staccò del tutto le mani dai montanti della scala per concentrarsi sull'impresa e, con un gesto secco, fece scorrere la cerniera dei pantaloni.A quella vista, Cecilia sgranò gli occhi, e la dose di tolleranza concessa fino a quel momento evaporò all'istante.– Ma che cosa fa? – sbottò lei, perdendo ogni residuo di aplomb. – Lo sta tirando fuori? Cosa si è messo in testa? Ora basta! Si sposti subito; devo scendere!Cecilia abbozzò una discesa precipitosa, ma nella foga calcolò male la traiettoria e appoggiò un piede malamente, sfiorando il capitombolo. Vittorio, spinto da un istinto di soccorso non privo di opportunismo, allungò le braccia per intercettare la caduta: una mano andò a stamparsi d'impatto su un gluteo, mentre l'altra andò a posizionarsi con millimetrica precisione in mezzo alle gambe della donna.– Ma che cazzo! – urlò Cecilia, riavendosi dallo spavento e ritrovandosi addosso le mani del portinaio. – Come le salta in mente di toccarmi il culo! Villano! Maiale! E m'ha quasi infilato un dito nella fica!Colpito in pieno da quell'esplosione d'indignazione, Vittorio ritirò gli arti come se la pelle di Cecilia fosse diventata rovente. Liberatasi dalla presa indesiderata, la donna afferrò con fermezza i montanti della scala e scese rapidamente gli ultimi gradini, ritrovando finalmente la stabilità del pavimento. Si girò di scatto verso l'uomo con l'intenzione di finire di fulminarlo, ma Vittorio aveva ormai travalicato il punto di non ritorno: cedendo all'impulso, aveva estratto il membro e aveva iniziato a masturbarsi senza troppi complimenti sotto i suoi occhi.Cecilia sgranò le pupille, fece scivolare le mani sui fianchi con un misto di sbigottimento e cinica rassegnazione e sintetizzò la scena in due parole:– Questa, poi!Cecilia si chinò per raccogliere da terra i pantaloni della tuta, cacciandoci dentro le gambe con ampie falcate. Una volta ricomposta, tornò a piazzarsi di fronte a Vittorio e si concesse il lusso di godersi la scena con una punta di gelida curiosità.– Va bene. Ora basta, ed è meglio che se ne vada, – decretò con un tono di voce fin troppo calmo e pacato.Vittorio, ormai arrivato al punto di non ritorno, era del tutto sordo a qualsiasi richiamo e incapace di frenare quella pubblica esibizione. Gemeva senza sosta, la faccia ridotta a una maschera di libidinoso fermento. Impresse alla mano gli ultimi colpi frenetici e finì per venire, con una serie di fiotti che andarono a centrare in pieno Cecilia.Seguì un secondo di mortale, gelido imbarazzo. Vittorio mantenne il capo chino e gli occhi piantati sul pavimento, ansimante e sopraffatto dalla vergogna, mentre Cecilia ispezionava con distaccato disgusto le chiazze a testimonianza dell'impresa.Infine fu lei a rompere il silenzio:– Ma che cazzo!– Mi scusi! – balbettò lui, paonazzo.– Niente, niente… La ringrazio per la scala, – tagliò corto lei con un tono quanto mai piccato.– Non c'è di che. Io ora andrei, – mormorò il portinaio, nel più completo smarrimento.Vittorio piegò la scala con gesti svelti, la sollevò e si avviò verso l'uscita, scortato da Cecilia fino all'ingresso.Cecilia allungò la mano verso la maniglia per congedarlo, quando l'uomo, ancora visibilmente sopraffatto dalla vergogna, si girò per un ultimo, goffo saluto. Fu in quel momento che lo sguardo della donna scivolò verso il basso, cogliendo un dettaglio innegabile: nella fretta di ritirarsi, il portinaio aveva del tutto trascurato di richiudere il reparto.– Si è dimenticato la cerniera abbassata, – gli fece notare lei con disarmante neutralità.– Uh, appoggio la scala e la tiro subito su! – esclamò Vittorio, accennando a posare il carico contro la parete.Ma Cecilia gli fece segno di fermarsi.– Aspetti. Faccio io.– Cosa vuol dire "faccio io"? – domandò lui, sgranando gli occhi in un misto di sbigottimento e incredulità.Senza perdere tempo in spiegazioni, Cecilia allungò la mano, la insinuò con disinvoltura nell'apertura e tirò fuori il membro, prendendo a manovrarlo con ritmo esperto finché non lo vide riprendere vigore.Vittorio, immobile sotto il peso della scala e sospeso tra la resa e il giubilo, lasciò cadere ogni residuo di dignità:– Mai avrei pensato che oggi avrei rimediato pure una sega!All'improvviso, sul più bello, Cecilia arrestò la mano, lasciandolo sospeso in quell'incompiuto stato di grazia.– Ma che cosa fa? – protestò Vittorio con voce strozzata. – Mi lascia così, con il cazzo duro?– Se avessi più tempo le farei anche un pompino, – rispose lei con disarmante concretezza – ma mi dispiace: aspetto gente a cena. Sarà per un'altra volta.– Oh, ma almeno una leccatina, – supplicò l'uomo, aggrappato all'ultimo briciolo di speranza.– E va bene! – cedette Cecilia, piegandosi in avanti per concedergli qualche leccata vigorosa.Vittorio inarcò la schiena, serrando le palpebre e abbandonandosi a una breve parentesi di pura estasi. Non fece in tempo a goderne appieno che Cecilia si era già tirata su, decretando la fine delle trasmissioni.– Già finito? Peccato! – si lamentò lui con un sospiro di delusione.– Ora è meglio che lo rimetta dentro, – lo ammonì lei, riacquistando un tono materno e al tempo stesso d'ineccepibile buon senso. – Non vorrà mica tornare da sua moglie con la merce in vista e per giunta così in tiro? Chissà cosa penserebbe.Con un gesto fluido Cecilia spalancò la porta d'ingresso. Vittorio, provando a districarsi con la mano lasciata libera dalla scala, riuscì non senza qualche acrobazia a riordinarsi i pantaloni. Dopodiché si voltò e mosse un paio di passi verso l'ascensore, ancora un po' intontito dall'inaspettata piega degli eventi.– Arrivederci, signor Vittorio, – lo salutò lei dalla soglia. – Ah, domani dovrebbe arrivare un pacchettino per me.– Stia tranquilla! – si affrettò a rassicurarla il portinaio, ritrovando all'istante l'orgoglio del proprio ruolo. – Lo ritirerò e glielo terrò da parte, bene al sicuro. Buona serata, signorina Cecilia.– Buona serata anche a lei, signor Vittorio.Nota: questo racconto è la versione in prosa di una mia sceneggiatura originale, creata per la produzione di video amatoriale con attori non professionisti.
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