I. Il sentieroLa caletta non aveva un nome sulle carte. Ci si arrivava da un sentiero di capre che scendeva per quaranta minuti tra i lentischi e i ginepri, a sud di Orosei. In fondo c’erano cento metri di sabbia bianca chiusi tra due pareti di roccia rossa, e un mare che passava dal verde al blu senza decidersi.Irene l’aveva trovata su un forum. Filippo aveva letto il forum dopo di lei, la sera prima, in albergo, e si era fermato su una frase: «Spiaggia naturista. Nel tardo pomeriggio quasi solo uomini.» Sotto, qualcuno aveva aggiunto: «E che uomini.»«Hai letto?» gli aveva chiesto Irene dal letto, senza alzare gli occhi dal telefono.«Ho letto.»«E?»«E niente.»«E niente» aveva ripetuto lei, con la sua voce dolce, e gli aveva sorriso. «Domani alle quattro partiamo.»Erano sposati da quindici anni. Lei faceva la fisioterapista a Milano, lui il farmacista in una farmacia di corso Buenos Aires. Per dieci anni erano stati una coppia qualunque. Poi, una sera di novembre, a letto, Irene gli aveva raccontato ridendo di un uomo visto per sbaglio nello spogliatoio della piscina, dalla porta socchiusa. «Un cazzo così» aveva detto, e aveva allargato le mani sopra il lenzuolo. Filippo era diventato rosso in faccia, e sotto il lenzuolo era diventato duro, per quel poco che poteva. Irene se n’era accorta. Da quella sera aveva cominciato a raccontargli. Poi a guardare, davanti a lui. Poi a fargli domande, e a volere le risposte.In casa loro c’era una regola sola. Quando lei gli chiedeva una cosa davanti agli altri, lui rispondeva a voce alta. E c’era una parola per fermare tutto, Maestrale, il vento che in Sardegna spazza via ogni cosa. In cinque anni Filippo non l’aveva mai detta.A casa, il suo, Irene lo chiamava il pisellino. Quel giorno, in quella caletta, gli avrebbe trovato un nome nuovo.II. NudiArrivarono in fondo al sentiero alle cinque, sudati, con le gambe graffiate dai lentischi. A quell’ora le famiglie non c’erano più: la caletta era lontana e ripida, e chi scendeva fin lì con il sole basso sapeva cosa ci avrebbe trovato.Sotto la parete di sinistra, all’ombra, una signora anziana con un cappello di paglia leggeva un romanzo in edizione tascabile, nuda e abbronzata fino all’ultimo centimetro. Tutti gli altri erano uomini.Sulla battigia c’era un gozzo di legno tirato in secca, e seduto sul bordo un uomo sui cinquant’anni rammendava una rete. Era scuro, con il petto largo coperto di peli grigi e le braccia grosse, e tra le cosce aperte gli pendeva un cazzo scuro e pesante che arrivava quasi sul legno.Più in là un ragazzo biondo e altissimo, sui trent’anni, sistemava la vela di un kitesurf sulla sabbia. Quando si chinava, il cazzo gli dondolava tra le gambe, lungo e pallido, e gli batteva sulla coscia.Al centro della spiaggia, su un telo enorme con una borsa frigo in mezzo, due uomini sui quarantacinque anni bevevano birra e parlavano romano a voce altissima. Uno era calvo e tarchiato, con un cazzo grosso e corto, largo quanto una lattina. L’altro era magro e lungo, e anche il cazzo era lungo, così lungo che piegava da una parte e gli si appoggiava sulla coscia.In fondo, sotto la parete di destra, un uomo con i capelli bianchi e gli occhiali da lettura sfogliava un quotidiano su una sedia pieghevole. Era asciutto e abbronzato, con l’aria di un professore in pensione. Il giornale non bastava a coprirgli quello che aveva in grembo.Irene si fermò sulla sabbia con la borsa in spalla e guardò tutto, con calma, da destra a sinistra.«Pippo» disse piano.A casa lo chiamava Filippo. Pippo lo chiamava quando voleva umiliarlo.«Sì.»«Hai visto?»«Ho visto.»«Tutti quanti?»«Tutti quanti.»Irene sorrise. Stese il telo a metà spiaggia, a cinque metri dai romani, e si spogliò per prima, senza fretta. Si sfilò il vestitino di cotone dalla testa. Si slacciò il reggiseno del bikini. Si abbassò lo slip e lo scavalcò.Era una donna di trentanove anni, morbida e piena, con la pelle chiara cosparsa di lentiggini, i capelli rossi raccolti in una treccia e gli occhi verdi. Aveva il seno grande e pesante, lentigginoso fino ai capezzoli, la pancia morbida e i fianchi larghi. Sulla pelle dorata dall’estate le restavano i tre triangoli bianchi del costume, netti, e il triangolo in basso incorniciava un ciuffo di peli ramati.I due romani smisero di parlare. Il ragazzo biondo si raddrizzò con la vela in mano. Il pescatore alzò gli occhi dalla rete.«È la prima volta» disse Irene ad alta voce, a nessuno in particolare, indicandosi i segni bianchi. «Si vede, no?»«Se vede, signò» disse il romano calvo. «E se vede bene.»Irene rise. Poi si voltò verso il marito.«Adesso tu, amore.»Filippo si tolse la maglietta. Si slacciò il costume. Si fermò con le mani sull’elastico, e lei aspettò senza dire niente, sorridendo. Lui se lo abbassò.Il suo stava lì, tra le cosce bianche, piccolo e raccolto, quasi nascosto tra i peli, rattrappito dalla vergogna e dal sudore della discesa.Il romano lungo diede una gomitata al calvo. Il calvo si coprì la bocca con la mano.Irene guardò il marito dall’alto in basso, con dolcezza. Poi guardò il romano lungo, e il calvo, e il ragazzo biondo, e il pescatore, e il professore. Poi di nuovo il marito.«Amore» disse, abbastanza forte da farsi sentire, «qui sei il più piccolo.»Filippo arrossì fino al petto.«A voce alta, Pippo» disse lei. «Dillo tu.»«Qui sono il più piccolo.»«Di quanto?»«Di tanto.»«Più forte. Non ti sentono, là in fondo.»«Qui sono il più piccolo di tutti!» disse Filippo. «Di tanto!»Il calvo scoppiò a ridere. Il lungo gli fece eco. Sotto la parete, la signora con il cappello di paglia abbassò il libro e guardò sopra gli occhiali.Irene si stese sul telo a pancia in su, con le braccia dietro la testa, le gambe un poco aperte e il sole sulle lentiggini.«Siediti accanto a me» disse. «E guarda. Io guardo loro, e tu guardi me che li guardo.»III. Il permessoIl ragazzo biondo passò davanti a loro dopo dieci minuti, diretto alla battigia, con la vela sotto il braccio. Camminava lento, a piedi nudi sulla sabbia calda, e il cazzo gli dondolava a ogni passo, da una coscia all’altra.Irene si tirò su sui gomiti e lo seguì con gli occhi finché non arrivò all’acqua.«Pippo.»«Sì.»«Vai a chiedere a quel ragazzo se posso toccarglielo.»Filippo la guardò.«Io?»«Tu. È tuo il permesso che gli serve, no? Io sono tua moglie.» Gli accarezzò la guancia. «Vai, amore. Chiediglielo bene. E torna con una risposta.»Filippo si alzò. Attraversò la spiaggia nudo, con il pisellino che quasi non si vedeva, sotto gli occhi dei romani, del pescatore e del professore, e si fermò davanti al ragazzo biondo, sulla battigia. Il ragazzo era più alto di lui di tutta la testa.«Scusa» disse Filippo.«Ja?»«Parli italiano?»«Poco. Sono danese. Mi chiamo Jens.»«Filippo.» Gli porse la mano, e Jens gliela strinse. «Jens, mia moglie… quella là, con i capelli rossi…»Jens guardò Irene, che dal telo gli fece ciao con la mano.«Sì. Molto bella.»«Grazie. Mia moglie vorrebbe…» Filippo deglutì. «Vorrebbe toccarti.»Jens aggrottò la fronte.«Toccare? Cosa?»Filippo abbassò gli occhi sul cazzo di Jens, e Jens seguì il suo sguardo.«Il mio…?»«Il tuo cazzo» disse Filippo. «Mia moglie vorrebbe toccarti il cazzo. Mi ha mandato a chiederti il permesso.»Jens lo fissò per qualche secondo, con gli occhi azzurrissimi. Poi guardò il pisellino di Filippo, a lungo, e capì tutto. Sorrise.«Ah» disse. «Ja. Certo. Prego.»Tornarono insieme. Jens si fermò in piedi davanti al telo, con il sole alle spalle e il cazzo all’altezza degli occhi di Irene, che si era messa seduta a gambe incrociate.«Ciao, Jens» disse lei.«Ciao.»«Mio marito te l’ha chiesto bene?»«Molto bene» disse Jens. «Molto gentile.»«Lui è gentile» disse Irene. «È la sua specialità.»Allungò una mano e prese il cazzo di Jens nel palmo, da sotto, senza stringere. Lo soppesò.«Faccio la fisioterapista» disse. «Tocco uomini tutto il giorno. Spalle, schiene, ginocchia.» Fece scorrere le dita dalla radice alla punta, lentamente, con la stessa pressione con cui cercava una contrattura. «Questo mai, però. Non al lavoro.»Jens trattenne il fiato.«Pippo» disse Irene senza voltarsi. «Siediti qui accanto. Vicino. Voglio che guardi da vicino.»Filippo si sedette sul telo, accanto a lei, con il cazzo di Jens a mezzo metro dalla faccia.«Guarda quanto è lungo» disse Irene. «Molle, è già il doppio del tuo duro. A voce alta.»«Molle, è già il doppio del mio duro.»«E guarda la pelle. Tutta liscia, tesa. Senti che peso.» Lo sollevò e lo lasciò ricadere sul palmo. «Il tuo non pesa niente, Pippo. Il tuo, se lo prendo in mano, non me ne accorgo.»Cominciò ad accarezzarlo. Con una mano sola, piano, dalla radice alla punta e ritorno, con il pollice che passava sulla testa a ogni giro. Con l’altra gli prese i testicoli e li massaggiò con le dita aperte, con la competenza di chi sa dove passano i nervi.Jens chiuse gli occhi. Il cazzo gli crebbe nella mano di Irene, lentamente: si allungò, si gonfiò, si alzò, finché lei non dovette usare anche l’altra mano.«Oh» disse Irene, e rise, piano. «Oh, Jens. Guarda, amore. Guarda cosa diventa.»«Guardo.»«Quanto è adesso?»Filippo guardò il cazzo duro del danese, lungo, dritto, con le vene azzurre sotto la pelle chiara e la testa lucida.«Venti centimetri. Di più.»«E il tuo, duro?»«Undici.»«A voce alta, che ti sentano i signori.»«Il mio, duro, fa undici centimetri!» disse Filippo. «Il suo, più di venti!»Dal telo accanto il romano calvo applaudì.IV. La cremaI romani si alzarono per primi. Si avvicinarono con le birre in mano, nudi, con i cazzi che dondolavano, e si fermarono accanto a Jens.«Aò, signò» disse il calvo. «Scusate se se intromettemo. Ma qua er danese se sta a pija’ tutto lui.»Irene, con il cazzo di Jens ancora in mano, alzò gli occhi verso di loro e sorrise.«Pippo» disse. «Chiedi ai signori se vogliono favorire.»Filippo li guardò, dal basso.«Volete favorire?» disse. «Mia moglie vorrebbe toccare anche voi.»«Da dove, i signori?» chiese Irene.«Da dove venite?»«Da Testaccio» disse il calvo. «Io so’ Claudio. Lui è Sandro.»«Piacere» disse Irene. «Irene. E lui è mio marito, Pippo.»«Pippo!» Sandro, il lungo, rise. «E che, er nome ce l’ha pure de diminutivo?»«Il nome sì» disse Irene. «Il resto lo vedete.»I due romani si sistemarono a destra e a sinistra di Jens, in piedi, in fila. Irene li guardò tutti e tre a gambe incrociate sul telo. Ne aveva uno in mano e due davanti alla faccia, e suo marito nudo accanto.Allungò la mano libera e prese quello di Claudio. Era corto, rispetto agli altri, ma largo, così largo che le dita di Irene non si toccavano intorno.«Madonna, Claudio» disse. «Questo è un tronco.»«Grazie, signò.»«Pippo. Prova.»«Cosa?»«Prova a chiudergli la mano intorno. Voglio vedere se ci arrivi tu.»Filippo allungò la mano, esitò un secondo e la chiuse intorno al cazzo di Claudio. Le dita non si toccavano. Ne mancava un pezzo.«Non ci arrivo.»«A voce alta.»«Non ci arrivo! Ho la mano troppo piccola per il suo cazzo!»Claudio rise così forte che dovette appoggiarsi a Sandro.«E io ho il cazzo troppo piccolo per la mano di mia moglie» aggiunse Irene, dolcissima. «Questo non te l’ho chiesto, ma lo dico io.»Poi si alzò in ginocchio e si guardò la pelle delle spalle e del seno, arrossata dal sole.«Mi sto scottando» disse. «E anche i signori si scottano, in quei punti lì, che non sono abituati.» Prese il flacone di crema solare dalla borsa e lo mise in mano al marito. «Pippo, la crema. Prima ai signori. Lì.»«Lì?»«Lì, amore. Sul cazzo. Che non si scottino. Sono ospiti nostri.»Filippo guardò il flacone. Poi guardò i tre uomini in piedi davanti a lui. Jens sorrideva imbarazzato. Claudio e Sandro sorridevano e basta.Si versò la crema sul palmo, si inginocchiò sulla sabbia davanti a Jens, e cominciò a spalmargliela sul cazzo duro, dalla radice alla punta.«Bene» disse Irene. «Bene, così. Anche sotto, sulle palle. Anche sulla punta, che lì la pelle è delicata.»Gli passava accanto con la mano e lo correggeva, e intanto con l’altra mano accarezzava il culo di Sandro.«Adesso Claudio. Ci vuole più crema, Claudio è più largo.»Filippo spalmò la crema su Claudio. Poi su Sandro, che era così lungo che dovette usare tutte e due le mani, una dopo l’altra, e Sandro rideva e diceva: «Piano, Pippo, che me fai veni’.» E Irene rideva con lui.Il pescatore si era alzato dal gozzo. Arrivò lentamente, a piedi nudi, con la rete ancora in mano, e si fermò alle spalle di Irene. Non disse niente. Lei si voltò, lo guardò dal basso in alto e trattenne il fiato.Da vicino era ancora più grosso. Scuro, pesante, venoso, con la testa larga, gli pendeva fra le cosce fino a metà strada verso il ginocchio, e i testicoli erano due pesi sotto.«Pippo» disse Irene con la voce cambiata. «Chiedi al signore il nome.»«Il suo nome, signore?»«Gavino» disse il pescatore. Aveva una voce bassissima.«Gavino» ripeté Irene. Gli prese il cazzo con tutte e due le mani, senza chiedere, e lui la lasciò fare. «Pippo, guarda. Guarda cosa ha Gavino. Non hai bisogno di spalmargli niente: è già abbronzato.»Gavino rise, piano, una volta.Tutto intorno a Irene adesso c’erano quattro uomini nudi, in piedi, con i cazzi che le arrivavano all’altezza della faccia, tre duri e uno che si induriva nelle sue mani. Lei era inginocchiata sul telo, nuda, con le lentiggini e i segni bianchi del costume, e passava da uno all’altro con le mani: un’accarezzata a Jens, una stretta a Claudio, due dita lungo Sandro, e poi le due mani su Gavino, che diventava sempre più grosso.E guardava sempre il marito.Filippo era inginocchiato sulla sabbia, fuori dal cerchio, con il flacone di crema in mano. E il pisellino gli si era alzato.Era duro. Era piccolo e duro, dritto in mezzo ai peli, e tutti lo videro nello stesso momento.«Guardate» disse Irene, e per la prima volta la sua voce tremò dal piacere. «Guardate, signori. Si è alzato anche lui.»Sandro si chinò per vedere meglio. Claudio si portò una mano sulla fronte.«Ma quello è ‘n cappero!» disse.Irene scoppiò a ridere. Rise fino alle lacrime, con il cazzo di Gavino in una mano e quello di Jens nell’altra.«Un cappero» disse quando riuscì a parlare. «Dio, Claudio, è vero. Un cappero.» Guardò il marito con tenerezza. «Da oggi lo chiamo così, amore. Il cappero. Ti piace?»Filippo aveva la faccia in fiamme.«A voce alta.»«Mi piace. Il mio è un cappero.»«E i loro?»«I loro sono cazzi. Cazzi veri.»Sotto la parete di sinistra la signora con il cappello di paglia chiuse il libro, tenendo il segno con un dito.«Brava, signora» disse, con un accento ticinese. «Erano trent’anni che venivo qui ad aspettare una come lei.»Irene si voltò e le sorrise.«Lei è di Lugano?»«Di Lugano. Continui, la prego. Non si fermi per me.»V. Protezione cinquantaIl professore arrivò per ultimo. Piegò il giornale, si tolse gli occhiali da lettura, li mise nel taschino di una camicia che non indossava e se ne accorse. Ridendo di se stesso, li appoggiò sulla sedia e attraversò la spiaggia con passo calmo.Era lungo e sottile, il cazzo del professore, elegante come lui, con la testa scoperta e un neo sulla radice.«Signora» disse, con un leggero accento piemontese, «se permette, mi aggiungo. Sono un medico in pensione: ne ho visti molti. Mai in un contesto così ben organizzato.»«Pippo» disse Irene, senza guardare il marito. «Il permesso.»«Prego, dottore» disse Filippo dalla sabbia. «Mia moglie vorrebbe toccare anche lei.»«Molto gentile» disse il professore, e si mise in fila.Adesso erano cinque. Irene inginocchiata in mezzo, nuda sotto il sole basso, con il mare verde alle spalle. Cinque cazzi intorno alla sua faccia, tutti duri, tutti grossi, tutti lucidi di crema solare.«Pippo. Vieni qui. Dentro il cerchio. In ginocchio, davanti a me.»Filippo entrò nel cerchio e si inginocchiò di fronte a sua moglie. Adesso aveva i cazzi degli altri sopra la testa, sopra le spalle, a destra e a sinistra della faccia.«Così ti vedo bene» disse lei. «Te e loro. Tutti insieme.»Prese Gavino con la destra e Jens con la sinistra, e cominciò a masturbarli, piano, a ritmo, guardando il marito negli occhi.«Lo sai cosa mi piace, amore?» disse. «Non i loro cazzi. Cioè sì, anche. Ma non soltanto.» Strinse Gavino, e Gavino gemette. «Mi piace la tua faccia mentre li tocco. Quella faccia che fai adesso. Diventi rosso, ti tremano le labbra, e il cappero ti sta dritto lì sotto e non lo tocca nessuno.»«Irene…»«Non toccarti. Mani sulle cosce.»Filippo mise le mani sulle cosce.«Brava» disse Irene. «Bravo, volevo dire.» Rise. «Brava mi scappa, con te.»Lasciò Jens e prese Claudio. Lasciò Gavino e prese Sandro. Passava da un cazzo all’altro senza fretta, e a ogni cambio diceva qualcosa al marito, con la sua voce gentile.«Questo è Claudio. Te lo ricordi Claudio? Non gli chiudevi la mano intorno.»«Me lo ricordo.»«Questo è Sandro. Sandro è così lungo che con due mani una sopra l’altra avanza ancora la punta. Guarda. Vedi la punta che avanza?»«La vedo.»«Il tuo, con una mano sola, sparisce tutto. Te lo ricordi, amore?»«Me lo ricordo.»«E questo è il dottore. Un medico. Uno che di cazzi ne ha visti tanti.» Alzò gli occhi sul professore. «Dottore, mi dica la verità. Da medico. Mio marito.»Il professore guardò Filippo, inginocchiato nel cerchio con il cappero dritto. Si prese un momento.«Nella norma bassa, signora» disse. «Molto bassa.»Irene rise.«A voce alta, amore. Cosa ha detto il dottore?»«Il dottore ha detto che il mio è nella norma bassa. Molto bassa.»Fu Jens a venire per primo. Si irrigidì all’improvviso, disse qualcosa in danese, e Irene lo puntò su di sé appena in tempo. Le venne sul seno: fiotti lunghi e caldi che le colarono sulle lentiggini e sul capezzolo, e le gocciolarono sulla pancia.«Oh» disse Irene, e guardò il seme che le scendeva sulla pelle. «Oh, Jens. Grazie.»«Prego» disse Jens, senza fiato, ed era così educato che la fecero ridere tutti.Claudio venne subito dopo, con un’imprecazione romana: sulla spalla, sul collo e sulla treccia rossa. Irene chiuse gli occhi e lo lasciò fare.Poi guardò il marito, con il seme di due uomini che le colava addosso.«Pippo. Mi sto scottando.»Filippo la guardò senza capire.«La crema, amore.» Gli prese la mano e gliela posò sul seno, dove il seme di Jens era ancora caldo. «Spalmamela. Tutta. È protezione alta.»Filippo cominciò a spalmare. Le passò la mano sul seno, piano, e il seme del danese le si allargò sulla pelle in uno strato lucido. Poi sulla pancia. Poi sulla spalla e sul collo, dove c’era quello di Claudio.«Bene. Lentamente. Che penetri.» Irene teneva ancora in mano Sandro e Gavino e li masturbava, a occhi chiusi. «Non lasciare scoperto niente, amore. Il seno, sotto. Le spalle. La faccia, dopo.»«Mia moglie mi fa spalmare la sborra degli altri uomini sulla sua pelle» disse Filippo piano, senza che lei glielo chiedesse.Irene aprì gli occhi e lo guardò con un amore sconfinato.«A voce alta, tesoro.»«Mia moglie mi fa spalmare la sborra degli altri uomini sulla sua pelle!» gridò Filippo alla caletta, al mare e alle rocce rosse. «Come crema solare!»«Come crema solare» ripeté Irene, e rise. «L’hai detto tu, il come. Io non l’avrei detto.»Sandro venne sulla sua faccia. Lei lo guardò in faccia mentre veniva, con la bocca un poco aperta, e lo ricevette sulle guance, sul naso e sulle labbra.Il professore si fece venire da solo, educatamente, sulla sua pancia, con un sospiro e un «grazie, signora» detto con il fiato corto.Restava Gavino.Irene gli prese il cazzo con tutte e due le mani e gli si avvicinò con la faccia. Lo masturbò lentamente, tutta la lunghezza, guardandolo dal basso, mentre il marito le spalmava sulla schiena il seme del professore.«Gavino» disse piano. «L’ultimo è il più importante. Lo sai, sì?»«Lo so» disse Gavino.«E sai dove lo voglio?»Gavino guardò Filippo, inginocchiato dietro di lei con le mani bianche e lucide. Poi guardò lei.«Dove vuoi tu.»«Sui capelli» disse Irene. «Su tutta la testa. Che mio marito me lo deve spalmare fino alle punte.»Gavino venne dopo un minuto, con un verso basso, da animale, che fece alzare la testa alla signora di Lugano. Fu una sborrata enorme, una dopo l’altra: sulla fronte, sulla treccia, sulla nuca, sulle spalle. Irene la ricevette a occhi chiusi, sorridendo, con le mani ancora sul cazzo che pulsava.Poi aprì gli occhi. Era bianca di seme da tutte le parti, sui capelli rossi, sulla faccia, sul seno, sulla pancia. Lucida al sole basso delle sei.«Contali, amore.»«Cinque.»«Cinque uomini.» Lo guardò. «Che protezione è, cinque uomini?»Filippo capì. Sorrise per la prima volta in tutta la giornata, di un sorriso vergognoso e felice.«Protezione cinquanta» disse.«A voce alta.»«Protezione cinquanta!»Gli uomini risero. La signora di Lugano rise più forte di tutti. Irene si lasciò cadere sul telo, di schiena, con le braccia aperte, e si offrì al marito.«Allora spalma, Pippo. Che il sole è ancora forte.»VI. Il capperoFilippo la spalmò tutta. Ci mise dieci minuti, in ginocchio accanto a lei, mentre i cinque uomini sedevano intorno sulla sabbia, nudi, a riprendere fiato. La spalmò dalla fronte ai piedi, e lei commentava a occhi chiusi.«Lì manca. Lì sotto il seno. Brava, bravo. Adesso le gambe. No, quello sulle gambe è del dottore, lo riconosco. Quello di Gavino è più denso, lascialo sui capelli che fa la maschera.»Il cappero gli stava ancora dritto, durissimo, e gocciolava sulla sabbia.Quando ebbe finito, Irene si mise seduta e lo guardò. Poi guardò il cerchio di uomini intorno a loro.«Signori» disse. «Adesso faccio una cosa a mio marito. Una sola. E voglio che guardiate.»Si girò verso di lui. Allungò una mano, la destra, quella con cui aveva toccato cinque cazzi in un’ora, e la tenne aperta sopra il cappero, senza toccarlo.«Lo vedete?» disse agli uomini. «Con questa mano ho preso Gavino, e non mi bastava. Con questa mano ho preso Claudio, e le dita non si toccavano.»Chiuse tre dita a pugno. Ne lasciò fuori due: il pollice e l’indice.«A mio marito bastano queste.»Gli prese il cappero tra il pollice e l’indice, delicatamente, quasi con rispetto, e Filippo gemette così forte che la signora di Lugano rise.«Uno» disse Irene, e mosse le dita.Lui tremò tutto.«Due.»Gli si piegarono le ginocchia.«Tr…»Filippo venne prima che lei finisse la parola. Venne sulla sabbia, tra le sue dita, in tre schizzi piccoli e corti, gridando, con la faccia nascosta nel collo di sua moglie, e sua moglie sapeva di cinque uomini.Per un attimo nessuno parlò. Poi Claudio cominciò ad applaudire, e Sandro, e il professore. Jens applaudì per educazione. Gavino batté la mano sul ginocchio due volte.Irene gli tenne la testa sul collo e lo accarezzò.«Due secondi e mezzo» disse dolcissima, abbastanza forte da farsi sentire. «Il più piccolo e il più veloce. Bravo, Pippo. Sei venuto anche tu.»«A voce alta?» chiese lui contro il suo collo.Lei rise.«No, amore. Questa volta no. Questa la dico io.» Gli baciò la tempia. «Ti amo, cappero mio.»Il sole calò dietro la parete di destra. Gli uomini si alzarono uno alla volta, salutarono Irene con un bacio sulla mano e strinsero la mano a Filippo, tutti, anche il professore, anche Jens, che gli disse «Grazie, Filippo, molto gentile», ed era sincero.Gavino fu l’ultimo. Si fermò davanti al telo con la rete in spalla.«Domani» disse. «Alle cinque. Vi vengo a prendere con la barca al porticciolo e vi porto alla grotta.»«Alla grotta?» disse Irene.«C’è una grotta, qui sotto. Ci si arriva solo dal mare.» Gavino guardò Filippo, a lungo. «Porto degli amici.»«Quanti amici?»«Quelli che ci stanno sul gozzo.»Irene guardò il marito. Aveva ancora il seme di cinque uomini addosso, che le si asciugava sulla pelle, e la treccia bianca.«Pippo» disse. «Il signore ha fatto una domanda. Rispondi tu.»Filippo guardò Gavino, poi guardò il mare che diventava viola, e il gozzo sulla battigia.«A voce alta?»«A voce alta.»«Domani alle cinque!» disse Filippo. «Al porticciolo. Portate tutti gli amici che ci stanno.»Sotto la parete di sinistra la signora di Lugano si rimise il cappello di paglia e riaprì il libro.«Domani torno anch’io» disse.
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Aggiunto: 1 giorno fa
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