I. Gli armadiettiRuggero Lanza aveva passato cinque anni di liceo a chiudere Tommaso Ferri negli armadietti dellapalestra.Trent'anni dopo vendeva automobili tedesche in tre concessionarie tra Trieste e Monfalcone. Avevauna villa sulla Strada del Friuli con la piscina a strapiombo sul golfo, un orologio d'oro grossoquanto un sottobicchiere e un'abbronzatura che a ottobre non si spiegava. Quando Tommaso eraentrato nel suo salone per cambiare la macchina, lo aveva riconosciuto da trenta metri.«Ferri! Il secchione!» gli aveva urlato attraverso lo showroom, davanti a due venditori e a unacoppia di clienti. «Ma sei ancora vivo? Ti faccio lo sconto degli amici, va'. E sabato venite a cena,tu e tua moglie. Voglio proprio vedere chi si è sposato il secchione.»Quella sera Tommaso lo raccontò a Livia mentre apparecchiava. Lei leggeva un fascicolo suldivano, con le gambe raccolte sotto di sé.«Gli ho detto che te l'avrei chiesto» concluse. «Possiamo inventarci un impegno. Una cena dellostudio, qualcosa.»Livia alzò gli occhi da sopra gli occhiali.«Quello degli armadietti?»«Quello.»«Quello che ti rubava la merenda e ti chiamava "la signorina Ferri" davanti a tutta la classe?»«Quello.»Livia chiuse il fascicolo e lo posò sul tavolino, con calma.«Digli di sì.»Erano sposati da diciotto anni, e per diciassette erano stati una coppia qualunque. Poi, una sera in unjazz club vicino al porto, Livia si era accorta che a suo marito piaceva guardare un altro uomoguardare lei. Da allora in casa le regole le scriveva lei.Sotto i pantaloni Tommaso portava una piccola gabbia di silicone chiusa da un lucchetto, e la chiavestava al collo di Livia, su una catenina sottile, tra i seni. C'era una parola che fermava tutto,Miramare, il nome del castello bianco sul mare: in un anno lui non l'aveva mai detta. E c'era unaregola: quando Livia gli chiedeva una cosa, lui la diceva completa, intero.II. La Strada del FriuliIl sabato Livia si preparò con calma, e quando uscì dalla camera Tommaso smise di allacciarsi lescarpe.Aveva quarantadue anni e non chiedeva scusa a nessuno. I capelli neri, lunghi e mossi, sciolti sullespalle. Gli occhiali dalla montatura nera, che si toglieva quando voleva essere guardata e sirimetteva quando voleva guardare. Un corpo pieno, che nessun vestito riusciva a rendere discreto: ilseno generoso, la vita stretta, i fianchi larghi, le cosce forti. Quella sera aveva scelto un abito nero aportafoglio, annodato in vita, che a ogni passo si apriva sulla calza velata fin sopra il ginocchio, conuna scollatura in cui la catenina con la chiave scendeva e spariva.«Le regole» disse, mentre lui le apriva la portiera. «Stasera non ti chiedo niente. Stasera guardi.Qualunque cosa dica lui, qualunque cosa faccia io, tu resti seduto, sorridi e non intervieni. Se a uncerto punto non ce la fai, c'è la parola.»«E se lui ci prova?»Livia si sistemò il vestito sulle ginocchia e allacciò la cintura.«Lo spero, amore. Altrimenti che ci andiamo a fare?»La villa dei Lanza era tutta vetrate e travertino, con i faretti nel giardino, il golfo nero sotto e le lucidi Muggia dall'altra parte dell'acqua. Ad aprire venne Daniela.Era una donna minuta e bionda, sui quarantacinque anni, insegnante di pianoforte, in un vestitoazzurro chiuso fino al collo. Aveva un sorriso gentile e l'aria di chi chiede scusa per una casa troppogrande e per tutto quello che ci succede dentro.«Entrate, entrate. Ruggero è in cantina, arriva subito.» Prese il cappotto di Livia e la guardò unsecondo più del necessario. «Che bel vestito.»Ruggero salì dalle scale della cantina con una bottiglia per mano e un sigaro spento tra i denti. Eraalto e largo, con la camicia aperta su un petto abbronzato e peloso e una risata che arrivava prima dilui. Guardò Tommaso, poi Livia, poi di nuovo Livia, e si tolse il sigaro dalla bocca.«Ferri.» Scosse la testa, lentamente. «No. Non ci credo. Ma vaffanculo, Ferri.» Posò le bottigliesulla consolle e prese la mano di Livia tra le sue. «Signora, mi dica la verità: l'ha pagata? L'hadrogata? Perché al liceo questo qui non lo guardava neanche la bidella.»«Livia» disse lei, senza ritirare la mano. «E no, non mi ha pagata. Mi ha chiesto di sposarlo e hodetto di sì.»«E perché?»«Perché è un uomo che sa obbedire» disse Livia, con un sorriso storto. «Ne sono rimasti pochi.»Ruggero rise forte, buttando la testa all'indietro. Daniela abbassò gli occhi.III. A tavolaDaniela aveva cucinato per due giorni: sardoni in saor, gnocchi di zucca, un arrosto di vitello che sitagliava con la forchetta. Ruggero non disse una parola sulla cena. Parlò di macchine, di un clienterusso che pagava in contanti, di quanto gli costava riscaldare la piscina d'inverno. E guardò Livia,dal primo piatto all'ultimo, senza nessun pudore, con gli occhi che si fermavano sulla scollatura e lìrestavano.«Avvocato» disse a metà degli gnocchi, puntandole contro la forchetta. «Una curiositàprofessionale. In tribunale ci va vestita così?»«Così come?»«Con le tette in vetrina.»«Ruggero!» Daniela posò le posate. Era diventata rossa fino alle orecchie. «Scusalo, Livia. Quandobeve diventa insopportabile.»«Ma lascialo, Daniela.» Livia si appoggiò allo schienale, lenta, e la scollatura si aprì ancora unpoco. «In tribunale porto la toga, e sotto non sa nessuno cosa c'è.» Guardò Ruggero negli occhi.«Però le cause le vinco tutte. Strano, vero?»«Non è strano per niente» disse Ruggero, a voce più bassa. «Ferri, tu lo sai che fortuna hai? Io unamoglie così non la farei uscire di casa. Anzi, non la farei uscire dal letto.»Tommaso sorrise. Gli era stato detto di sorridere. Non disse niente.«Visto?» disse Livia a Ruggero, indicando il marito con il mento. «Non si offende. Non si offendemai, è la sua dote migliore.» Si voltò verso Tommaso, dolcissima. «Vero, amore? Diglielo tu aRuggero, che non ti offendi. Intero.»Daniela guardò Tommaso. Ruggero guardò Tommaso. Tommaso sentì la gabbia stringere sotto iltovagliolo.«Non mi offendo» disse. «Ruggero può dire a mia moglie quello che vuole. Mi fa piacere che lepiaccia.»Per un secondo nessuno parlò. Poi Ruggero scoppiò a ridere e batté il palmo sul tavolo fino a fartintinnare i bicchieri.«Ma tu senti! Ferri, sei rimasto la signorina di trent'anni fa!» Si asciugò gli occhi. «Allora, se non tioffendi, tua moglie la faccio sedere qui vicino a me. Che da lì non le vedo bene le gambe.»«Ruggero, per favore…» mormorò Daniela.Livia si alzò senza dire una parola, prese piatto e bicchiere e fece il giro del tavolo. Si sedette allasinistra di Ruggero, a tre centimetri da lui, e accavallò le gambe. Il vestito a portafoglio si aprì fino ametà coscia, sul bordo di pizzo della calza.«Così le vedi?»«Così le vedo.» Ruggero non provò nemmeno a nascondere dove andava la sua mano. La posò sulginocchio di Livia, sopra la calza, e la fece salire. «E le tocco pure.»Daniela fissava il piatto. Tommaso fissava la mano. Livia fissava Tommaso.Per tutto l'arrosto la mano di Ruggero rimase sotto il vestito di Livia, e per tutto l'arrosto Ruggeroparlò ad alta voce delle cose che le avrebbe fatto. Le disse che aveva un culo da concessionaria dilusso. Le disse che una come lei andava presa sul cofano di una macchina, in salone, a vetrineaperte. Le chiese se almeno il secchione gliela leccasse bene, la passerina, visto che per il resto disicuro non ci arrivava. Livia rideva, con la testa un po' inclinata e le guance rosse, e a ogni volgaritàrispondeva con una frase più gentile e più lenta, che era peggio.«Me la lecca benissimo» disse a un certo punto, guardando suo marito. «È l'unica cosa che gli lasciofare. Per il resto hai ragione tu, Ruggero: non ci arriva. Non ci è mai arrivato.»«Si vede dalla faccia» disse Ruggero. «Ha la faccia di uno che non ci arriva.»«Ce l'ha anche altrove» disse Livia, e bevve.Daniela si alzò di scatto per andare a prendere il dolce.IV. La cantinaIl dolce era una torta di mele. Ruggero ne mangiò mezza fetta, poi si pulì la bocca e si alzò.«Livia. Vieni giù che ti faccio vedere la cantina. Ho un Brunello del novantasette che non apro pernessuno.»«Per nessuno?» Si alzò anche lei e si lisciò il vestito sui fianchi.«Per nessuno che non se lo meriti.» Ruggero le mise una mano sulla schiena, in basso, molto inbasso. «Ferri, tu resta qui a fare compagnia a mia moglie. Sparecchiate voi. Siete bravi in questecose, voi due.»Livia passò dietro la sedia del marito. Si chinò, gli posò un bacio sulla tempia e gli parlòall'orecchio, piano, perché sentisse solo lui.«Non muoverti. Ascolta. E tieni le mani dove posso immaginarle.»Poi seguì Ruggero giù per le scale di pietra, e la porta della cantina rimase aperta.Per un po' si sentirono soltanto bottiglie: il tintinnio del vetro, la voce di Ruggero che elencavanomi di vini, Livia che rideva. Poi la risata si fermò a metà. Poi più niente.Daniela era rimasta in piedi accanto al tavolo con la torta in mano. La posò. Si sedette di fronte aTommaso, con le mani in grembo.«Ferri» disse, piano. «Tommaso. Posso chiamarti Tommaso?»«Certo.»«Lo sai cosa stanno facendo, di sotto.»«Lo so.»Dalla tromba delle scale salì un suono: un gemito di donna, lungo e basso, poi un rumore secco dibottiglie spostate, poi la voce di Ruggero, roca: «Girati. Appoggiati qui. Così.»Daniela chiuse gli occhi un istante.«E non fai niente» disse.«No.»«Non scendi. Non urli. Non prendi il cappotto e te ne vai.»«No.»«Perché?» Lo guardò, e negli occhi aveva più curiosità che rabbia. «Dimmelo, ti prego. Sonoquindici anni che mio marito fa queste cose e io faccio finta di non sapere. Con la segretaria, con lamoglie del commercialista, con le clienti che comprano la cabriolet. Ma è la prima volta che lo fa incasa nostra. E tu sei seduto qui davanti a me e sorridi. Perché?»Tommaso guardò la torta. Livia aveva detto: guardi e basta. Non aveva detto: menti.«Perché a lei piace» disse. «Perché me l'ha chiesto lei. E perché a me piace sentirla.»Daniela lo fissò.Di sotto il gemito tornò, e stavolta non si fermò. Livia saliva, un respiro dopo l'altro, con quellavoce che Tommaso conosceva in tutte le sue variazioni, e in mezzo c'era Ruggero che parlava, chenon stava zitto nemmeno lì: «Ti piace il cazzo vero, eh, avvocatessa? Il secchione non te l'ha maidato così, vero? Dillo. Dillo forte, che ti sente.»E Livia, chiara, alta, perché arrivasse su per le scale:«Mai così! Tommaso, senti? Mai così!»Daniela si portò una mano alla bocca.«Ti ha chiamato» disse. «Ti ha chiamato mentre…»«Lo fa sempre.»«Sempre?» Daniela si sporse sul tavolo. «Quindi non è la prima volta.»«No.»«Quante?»Tommaso alzò gli occhi.«Ho smesso di contarle.»Daniela rise: una risata breve, nervosa, che le si spezzò in gola. Poi non rise più. Restò a guardarlocon le labbra socchiuse, mentre il gemito di Livia saliva dalle scale e riempiva la stanza.«Sei un cornuto» disse, piano, quasi stupita. «Ruggero me l'aveva detto in macchina, il giorno chevi siete incontrati in salone. Ha detto: il secchione ha la faccia del cornuto. Io gli ho detto che eracattivo, che queste cose non si dicono.» Scosse la testa. «Aveva ragione lui. Per una volta nella vita,aveva ragione lui.»«Sì» disse Tommaso.«Sì cosa?»«Sono un cornuto.»Lo disse intero, senza che nessuno glielo chiedesse. Daniela trattenne il fiato.«E ti piace» disse lei. «Guardati. Sei rosso. Ti tremano le mani. Ti sta…» Abbassò gli occhi sul suogrembo, poi li rialzò, confusa. «Non si vede niente. Perché non si vede niente?»«Perché non può.»«Che vuol dire, non può?»Tommaso tenne le mani sulle ginocchia, dove Livia poteva immaginarle.«Vuol dire che sono chiuso a chiave. In una gabbietta. La chiave ce l'ha lei, al collo: ce l'ha al colloanche adesso, di sotto, mentre tuo marito…» Si fermò. «Mi fa male. Più lei gode, più mi fa male. Epiù mi fa male, più mi piace.»Daniela restò immobile. Di sotto Ruggero disse qualcosa di volgare, e Livia rispose con un grido.«Dio» disse Daniela. Si passò una mano sul collo, sotto il colletto chiuso del vestito azzurro.Accavallò le gambe, le scavallò, poi le strinse. «Dio, Tommaso. Lo sai cosa mi sta succedendo?»Lui non rispose.«Mi sto bagnando.» Lo disse a voce bassissima, con gli occhi lucidi, quasi con rabbia. «Mi stobagnando a sentire mio marito che si scopa tua moglie in cantina, seduta davanti a te, con la tortasul tavolo. Quindici anni a fare finta di niente, e stasera mi bagno. È colpa tua. È colpa di quellafaccia.»«Mi dispiace.»«No che non ti dispiace.» Lo guardò, e qualcosa nel suo viso si fece chiaro. «Dammi il telefono.»«Il telefono?»«Il tuo. Sbloccalo e dammelo.»Tommaso esitò. Di sotto adesso Livia gridava il nome di Ruggero, e poi il suo, mescolati.Sbloccò il telefono e glielo porse attraverso il tavolo.Daniela scrisse in fretta e glielo girò davanti. In rubrica c'era un contatto nuovo: Daniela, e unnumero.«Così la prossima volta che lui si porta tua moglie in cantina» disse, «non stiamo seduti qui comedue cretini a fissare una torta. Ci vediamo noi due. Non ti chiedo niente, Tommaso, e non ti tocco.Voglio solo sentirti raccontare ancora. Hai un modo di dire le cose…» Si interruppe. «Mi piace cheil mio numero stia nel telefono di un uomo che sente la moglie godere con un altro e non si muove.Va bene?»Tommaso guardò il nome sullo schermo.«Va bene» disse.Daniela gli restituì il telefono. Le dita si sfiorarono, e lei ritirò la mano di scatto.Di sotto Ruggero venne con un ruggito che fece tremare le bottiglie, e Livia con lui, con il suo gridolungo da sotto le costole. Poi il silenzio. Poi, dopo un minuto, una risata di Livia, bassa e sfinita.Daniela si alzò, prese i piatti del dolce e andò in cucina. Tommaso la sentì aprire l'acqua e lasciarlascorrere a lungo.V. Il BrunelloRisalirono dieci minuti dopo. Prima Ruggero, con la camicia infilata male nei pantaloni e ilBrunello del novantasette in mano, stappato. Dietro di lui Livia, con i capelli sistemati alla meglio,il rossetto sparito, il nodo del vestito rifatto più stretto e una smagliatura nella calza, sul ginocchio.«Ferri.» Ruggero gli versò un dito di vino e glielo mise davanti. «Assaggia. Il novantasette. Tuamoglie dice che è il migliore che abbia mai avuto.»«Il vino» precisò Livia, sedendosi accanto al marito. Gli posò una mano sulla coscia, sotto il tavolo,e la lasciò lì. «Parlava del vino, amore.»«Parlavo del vino» confermò Ruggero, con un sorriso enorme.Tommaso bevve. Era un vino straordinario, e non sentì niente.Se ne andarono a mezzanotte. Ruggero li accompagnò alla macchina tenendo un braccio intornoalla vita di Livia fino all'ultimo, e quando lei fu salita le chiuse la portiera e batté due colpi sul tetto.«Ferri. Quando vuoi cambiare macchina un'altra volta, vieni da me.» Si chinò verso il finestrino. «Eporta la signora. I collaudi li faccio io.»Daniela era rimasta sulla porta, nel vestito azzurro, con le braccia strette sul petto. Alzò una manoper salutare. Guardava Tommaso, non Livia.VI. In macchinaLa Strada del Friuli scendeva verso la città a tornanti, con il golfo nero sotto e le luci del porto.Livia si era tolta le scarpe e teneva i piedi sul cruscotto, con la testa contro il finestrino e gli occhichiusi. Sorrideva.«Allora?» disse dopo il primo tornante. «Com'era? Dimmelo intero. Com'era sentirmi da sopra?»Tommaso teneva le mani sul volante. Il telefono, nella tasca della giacca, pesava più del solito.«Livia. Prima devo dirti una cosa.»Lei aprì gli occhi.«Mentre eravate di sotto, Daniela… mi ha chiesto il telefono. Me l'ha fatto sbloccare e ci ha scrittoil suo numero. Ha detto che vuole rivedermi. Che non mi chiede niente, che non mi tocca, ma vuolerivedermi. E io ho detto va bene.»Il silenzio durò un tornante intero.«Ripeti.»«Daniela ha scritto il suo numero nel mio telefono. Gliel'ho sbloccato io. E le ho detto va bene.»Livia tolse i piedi dal cruscotto. Si raddrizzò sul sedile, lentamente, e si rimise gli occhiali.«Accosta.»Lui accostò in una piazzola sopra il golfo e spense il motore. Livia gli prese il mento tra due dita egli girò la faccia verso di sé.«Lo so che non è colpa tua» disse, con una calma che faceva paura. «Lo so che te l'ha chiesto lei.Lo so che me lo stai dicendo perché sei fedele, perché sei il mio uomo, perché in diciotto anni nonmi hai mai nascosto niente, nemmeno le fantasie che ti vergognavi di dirmi.» Strinse le dita. «Esono arrabbiata lo stesso. Lo capisci?»«Sì.»«No che non lo capisci. Te lo spiego io.» Si avvicinò fino a sfiorargli il naso. «In questa famiglia lecorna a casa le porto io, Tommaso. Io. Tu non porti niente: nemmeno un numero di telefono,nemmeno un "va bene". Tu sei il mio cornuto, non il confidente di sua moglie. Stasera, mentre io mifacevo aprire in due su una botte di rovere per te, per farti sentire quanto sei piccolo, tu davi iltelefono a un'altra donna.»«Non volevo…»«Non m'interessa cosa volevi.» Gli lasciò il mento. «Stasera avevo deciso di aprirti la gabbia, lo sai?Era il tuo premio. A tavola ti eri comportato benissimo, quando ti ha chiamato signorina e tu haisorriso. Volevo portarti a letto, aprirti, toccarti con la mano e farti godere mentre ti raccontavo lacantina.» Si sistemò sul sedile e guardò avanti, verso le luci del porto. «Adesso no. Adesso, a casa,ti faccio colare.»Tommaso rimise in moto. Gli tremavano le mani sul volante.«Guida piano» disse Livia. «Che mi esce tutto.»VII. ColareA casa Livia non accese la luce grande. Accese soltanto l'abat-jour sul comodino, si sedette sulbordo del letto con il vestito ancora addosso e la calza smagliata, e lo guardò spogliarsi.«Tutto. Anche la camicia.»Lui si spogliò e restò in piedi in mezzo alla camera, nudo, con la gabbietta chiara tra le gambe e illucchetto che prendeva la luce.«Sul letto. A quattro zampe, con la faccia verso di me.»Lui salì sul letto e si mise a quattro zampe sul piumino. Livia aprì il cassetto del comodino, prese unpaio di guanti di lattice e il tubetto, e si infilò il guanto destro con uno schiocco, guardandolo negliocchi.«Lo sai che differenza c'è, Tommaso, tra godere e colare?»«Sì.»«No. Me lo dici tu, adesso. Intero. Voglio sentire che lo sai.»Lui deglutì.«Godere è quando mi apri la gabbia e mi tocchi. Quando vengo… e provo piacere.»«E provi piacere. Bravo. Con quella faccia da che fai, a scatti, a bocca aperta, che per unminuto sei l'uomo più felice di Trieste.» Si spremette un po' di gel sul dito guantato, senza fretta. «Ecolare?»«Colare è…» Si fermò.«Te lo spiego io, mentre lo faccio. Così non te lo scordi.»Fece il giro del letto e si inginocchiò dietro di lui sul piumino. Gli posò la mano sinistra aperta sullaschiena, in basso. Il dito freddo lo trovò.«Colare è questo.» Entrò, piano, e lui strinse il piumino tra le dita. «Il mignolino non lo tocco. Restachiuso lì sotto, a penzolare nel vuoto, e non c'entra niente. Io lavoro qui dentro. Qui.» Premette, e aTommaso uscì un verso che non era da uomo. «Lo senti? È la ghiandola che ti riempie. Se la premocosì, piano, sempre uguale, con pazienza, il seme esce da solo. Non lo spingi tu e non lo decidi tu.Non arriva niente: nessuna onda, nessuno scatto, nessuna faccia da . Esce e basta, gocciadopo goccia. Un rubinetto che non chiude bene.»Premeva con un ritmo lento e regolare, e parlava con la stessa voce con cui in aula leggeva leconclusioni.«Quando godi, Tommaso, ti svuoti e sei contento. Quando coli, ti svuoti e la voglia ti resta. Tutta.La voglia non esce: esce solo il seme. Domattina sarai vuoto e avrai più voglia di stasera, e nonpotrai farci niente, perché la chiave ce l'ho io.» Premette più a fondo. «È peggio, lo so. È per questoche te lo faccio.»Sotto la gabbia cominciò a colare: un filo chiaro e lento, che pendeva dalla punta e cadeva sulpiumino.«Eccolo» disse Livia, guardando da sopra la sua spalla. «Guarda, amore. Guarda cosa esce da uncornuto quando sua moglie è arrabbiata. Acquetta. Nessun piacere, solo gocce.» Non smise. «Ementre coli, pensa a una cosa. Pensa a Daniela, nel suo vestito azzurro, che ti scrive il numero neltelefono con le dita che tremano. Pensa che voleva sentirti raccontare. E pensa che stasera araccontare sono io, e tu coli e basta.»«Livia…»«Il tuo piacere è mio. Lo capisci, adesso? Non lo dai a nessuno. Non lo prometti a nessuno. Nondici va bene a nessuno.» Premette, e il filo si fece più denso. «Stasera non lo do nemmeno a te.»Durò dieci minuti: Tommaso a quattro zampe sul letto, con la faccia sul piumino e il respiro rotto,sotto di lui una macchia chiara che si allargava piano, e mai, nemmeno per un secondo, quello cheavrebbe voluto. Quando Livia sfilò il dito e si tolse il guanto con uno schiocco, lui tremava tutto:duro dentro la gabbia fino a fargli male, e vuoto.«Ecco» disse lei. «Hai colato. Adesso la differenza la sai.»Si sdraiò sulla schiena accanto a lui, sciolse il nodo del vestito a portafoglio e lo aprì. Sotto nonaveva più niente: le mutandine, Tommaso lo capì solo allora, erano rimaste in cantina. La farfallinaera gonfia e rossa, e ancora piena. Il seme di Ruggero le usciva lentamente sulle cosce e sulla calzasmagliata.«E adesso la mia» disse. «È ancora piena di lui. Te l'ho portata a casa intera, apposta: ho stretto legambe per tutta la Strada del Friuli.» Gli prese la nuca e lo guidò in basso. «Lava, amore. Tutto.Fino in fondo, dove lui è arrivato e tu no.»Tommaso si chinò tra le gambe di sua moglie e lavò. Sapeva di Ruggero, di vino rosso e di lei, e cen'era tanto. Lui raccoglieva e inghiottiva, con la gabbia che gli faceva male a ogni respiro e lavoglia intatta, tutta, che non sarebbe uscita da nessuna parte.Livia gli teneva le dita tra i capelli e parlava piano.«Su una botte, Tommaso. Mi ha messa a pancia in giù su una botte di rovere e mi ha presa da dietro,e intanto mi chiedeva se il secchione me la leccava bene. Gli ho detto di sì. Gli ho detto che stanotteavresti lavato tutto quello che mi lasciava dentro.» Il respiro le si fece corto. «Lui ha riso. E me neha lasciato di più.»Venne sulla bocca del marito con un suono lungo e basso, la schiena inarcata e le dita strette neisuoi capelli. Quando ebbe finito non lo lasciò andare: gli tenne la faccia lì, contro di sé, ancora unmomento.«Sei un cornuto» disse piano, quasi con tenerezza. «Dillo.»«Sono un cornuto.»«Di chi?»«Tuo. Il tuo cornuto.»«Il mio.» Lo tirò su sul cuscino, accanto a sé, e gli passò il pollice sulle labbra bagnate. «Non suo.Non di Daniela. Mio.»Allungò una mano verso la giacca di Tommaso, buttata sulla poltrona, e ne tirò fuori il telefono.Glielo porse.«Sbloccalo.»Lui lo sbloccò. Livia aprì la rubrica, trovò Daniela, copiò il numero nel proprio telefono e cancellòil contatto da quello di lui con un gesto solo.«Il numero lo tengo io» disse, e posò i due telefoni sul comodino, accanto all'abat-jour. Poi sirannicchiò contro di lui, con la catenina e la chiave fredde tra i loro petti. «Daniela la chiamo io.»
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Aggiunto: 1 giorno fa
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