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Straordinari. Livia e il marito

Straordinari. Livia e il marito

I. Venerdì, ore diciassette e quarantaAlle cinque e quaranta di venerdì, nell'ufficio sinistri della compagnia sulle Rive, le lampade acceseerano due. Una era quella di Tommaso Ferri, che non usciva mai senza aver chiuso l'ultima praticadella giornata. L'altra era quella dell'ufficio d'angolo, dove il direttore di sede firmava la posta conuna stilografica che costava quanto lo stipendio di uno stagista.In ufficio il dottor Alberto Rocca lo chiamavano il Generale, a bassa voce e mai dove potessesentirli. Cinquantasette anni, un passato da seconda linea nella squadra di rugby della città, i capellid'argento tagliati corti e due mani che facevano sparire le cartelline. Non alzava mai la voce. Nongli serviva: quando attraversava il corridoio, le schiene si raddrizzavano da sole.Tommaso stava spegnendo il computer quando un'ombra gli coprì la scrivania.«Ferri.»«Dottore.» Si alzò d'istinto, con la giacca infilata a metà. «La Benussi gliela lascio sul tavolo.Manca solo la perizia del carrozziere, lunedì mattina…»«Lasci stare la Benussi.» Rocca appoggiò un fianco al bordo della scrivania, senza fretta, e abbassòla voce anche se nel corridoio non c'era più nessuno. «Domani sera alle otto. Confermato?»Tommaso lo guardò senza capire.«Domani sera, dottore?»Rocca lo studiò per qualche secondo. Negli occhi grigi gli si accese una luce lenta, divertita, cheTommaso non gli aveva mai visto in sei anni di riunioni.«Ah» disse. «Non gliel'ha detto.»«Detto cosa?»«Che vengo a cena da voi. Sua moglie mi ha scritto mercoledì.» Si raddrizzò e chiuse il bottonedella giacca. «Mi ha spiegato anche cosa devo portare: il vino, rosso, e un po' di pazienza, perché ilcameriere è nuovo e serve piano.» Fece due passi verso l'ascensore, poi si voltò. «Buona serata,Ferri. A domani.»Tommaso rimase in piedi accanto alla scrivania, con una manica sì e una no, finché in fondo alcorridoio le porte dell'ascensore non si chiusero.II. La telefonataSi chiuse nel bagno del terzo piano, quello che non usava mai nessuno, e la chiamò.Livia rispose al secondo squillo, con la voce bassa e contenta di chi aspetta una telefonata da tregiorni.«Ti ha parlato.»«Livia. È il mio capo.»«Lo so che è il tuo capo, amore. Me lo racconti da sei anni. Che quando entra vi alzate tutti. Che tifa rifare i conteggi tre volte e poi firma senza leggerli. Che alla cena di Natale, al ristorante, hatenuto il braccio sullo schienale della mia sedia dall'antipasto al dolce, e tu hai fatto finta di nonvedere.» Una pausa breve. «Io invece ho visto benissimo. E ho visto anche come lo guardavi tu,mentre lo faceva. Non eri arrabbiato, Tommaso. Eri rosso fino alle orecchie e non hai toccato ildessert.»Tommaso appoggiò la fronte alla piastrella fredda.«Cosa gli hai scritto?»«La verità. Che ho un marito che amo da diciotto anni e che ogni mattina va in ufficio chiuso achiave, e la chiave ce l'ho io. Che gli piace guardare. Che a me piacciono gli uomini che sanno farsiobbedire, e che mio marito a lui obbedisce già otto ore al giorno: tanto vale farlo anche il sabatosera.» Tommaso la sentì sorridere. «Mi ha risposto dopo due ore. Una riga sola: "Il vino lo portoio."»«E poi?»«E poi giovedì ci siamo visti per un caffè, in piazza Unità. Ha messo una condizione, e devo direche è un signore. Ha detto: Ferri è il miglior impiegato che ho, lunedì in ufficio non deve cambiareniente, io resto il suo capo, lui resta il mio uomo di fiducia, e quello che succede da voi resta davoi.» Una pausa. «Gli ho risposto che è esattamente quello che voglio. Che tu lunedì alle nove gliporti il caffè, gli passi la pratica, gli dici "sì, dottore", e intanto sai cos'ha fatto a tua moglie la seraprima. E sai che lo sa anche lui.»Tommaso chiuse gli occhi. Sotto i pantaloni grigi, qualcosa provò a reagire e trovò il silicone.Da un anno Tommaso portava sotto i pantaloni una piccola gabbia di silicone chiusa da un lucchettod'acciaio. La chiave stava al collo di Livia, su una catenina sottile, e le scendeva tra i seni, dove luinon arrivava. Da un anno, da lì, usciva soltanto quando lo decideva lei.«Senti come tira, amore?» disse Livia, dolcissima, quasi lo vedesse. «Il mignolino. Lo sento da qui.Vorrebbe diventare duro e non può, e più ci pensi, più spinge, e più spinge, più fa male. Dimmi chenon è così.»«È così.»«C'è una parola, lo sai. Se la dici, gli scrivo che è saltato tutto e domani sera andiamo al cinema.» Iltono non cambiò di un grado. «Vuoi dirla?»Tra loro c'era una parola sola per fermare tutto: Miramare, il nome del castello bianco sul mare, adieci minuti da casa. In un anno, Tommaso non l'aveva mai detta.«No.»«Dillo intero.»Lui guardò la porta del bagno, il gancio, la giacca appesa storta.«Non la dico. Voglio che il dottor Rocca venga a cena. Voglio servirvi. Voglio…» Si fermò.«Voglio cosa? Avanti, amore. Lui è appena uscito, non ti sente nessuno.»«Voglio che ti scopi. Davanti a me.»Livia restò in silenzio un secondo. Quando parlò di nuovo, la voce le si era fatta più bassa e piùcalda.«Bravo. Adesso torna alla scrivania, chiudi il computer e vieni a casa. E Tommaso: ti mando unafoto. Guardala qui dentro, non in ufficio.»La foto arrivò che lui era ancora lì, con il telefono in mano.Livia nel suo studio di avvocato, in piedi accanto alla scrivania di noce, con un braccio teso versol'obiettivo e alle spalle la stampa incorniciata di una città di notte. Quarantadue anni portati senzachiedere scusa a nessuno. I capelli neri, lunghi e mossi, sciolti sulle spalle. Gli occhiali dallamontatura nera, e sopra gli occhiali lo sguardo serio, appena severo, che usava con i testimonireticenti. Una camicetta rossa di seta leggera, quasi trasparente, aperta di tre bottoni su un senopieno che il pizzo nero tratteneva a fatica. La vita stretta. Una gonna nera lunga fino alle caviglie,con uno spacco che saliva su una coscia forte fino all'anca. Al polso, l'orologio d'acciaio che lui leaveva regalato per il decimo anniversario.Sotto, una riga sola.Domani metto questa. Lui non lo sa ancora. Tu sì.III. SabatoErano sposati da diciotto anni, e per diciassette erano stati una coppia qualunque: la cena del sabato,le vacanze in Istria, un letto in cui Tommaso faceva quello che poteva e Livia guardava il soffittocon pazienza. Poi una sera di bora, in un jazz club vicino al porto, un contrabbassista avevaguardato Livia per un set intero, e Livia si era accorta che a suo marito piaceva. Le era bastataun'occhiata per capire tutto. Da quella sera, in casa Ferri, le regole le scriveva lei.Il sabato alle sette e mezza la cucina profumava di risotto agli scampi. Tommaso avevaapparecchiato con la tovaglia buona, i bicchieri di cristallo della zia e le candele. Due coperti. Ilcameriere non si siede: l'aveva imparato presto.Livia uscì dalla camera da letto alle otto meno dieci, e lui dovette appoggiarsi al piano di marmo.Era la foto. Esattamente la foto: la camicetta rossa che lasciava vedere il pizzo, i tre bottoni aperti,la gonna nera con lo spacco, gli occhiali, i capelli sciolti. Cambiavano solo i piedi: nella foto avevale scarpe da ufficio, adesso due sandali neri dal tacco sottile che la facevano camminare più lenta.Al collo, sopra la seta, brillava la catenina con la chiave.«Le regole» disse lei, prendendogli il mento tra due dita. «Te le dico una volta sola. Stasera sei ilcameriere. Non ti siedi. Non parli se non ti interpellano, e quando lui ti chiama rispondi "sì,dottore", esattamente come in ufficio. Se ti faccio una domanda davanti a lui, rispondi intero. E se aun certo punto ti chiedo di metterti in ginocchio, ti ci metti senza farmelo ripetere.»«Sì.»«Sì cosa?»«Sì, Livia.»«Bravo.» Gli sistemò il colletto e gli lisciò il grembiule bianco sul petto. Poi infilò una mano nellospacco, si sfilò un paio di mutandine di pizzo nero e gliele mise nella tasca del grembiule, piegate inquattro. «Tienimele tu. Stasera non mi servono.»Il campanello suonò alle otto in punto.IV. L'aperitivoFuori dall'ufficio, Alberto Rocca sembrava ancora più grande. Cappotto di cashmere grigio, camiciabianca aperta sul collo, una bottiglia di Barolo in mano. Guardò Livia sulla soglia dalla testa aipiedi, con la stessa calma con cui leggeva un bilancio, e non sorrise subito.«Avvocato» disse. «Di persona è peggio della foto.»«Peggio?»«Per la mia pressione.» Le baciò la mano, poi la guancia, piano, vicino all'orecchio. Solo allora siaccorse di Tommaso, due passi indietro, con il grembiule. «Ferri. Buonasera.»«Buonasera, dottore.»Rocca si sfilò il cappotto e glielo porse senza guardarlo, con la naturalezza di chi lo lascia alguardaroba. «È cashmere. Lo appenda dritto.» Poi gli diede anche la bottiglia. «E questo lo apraadesso, che deve respirare. Lei lo sa far respirare un vino, Ferri?»«Sì, dottore.»«Vedremo.»Si sedettero sul divano, Livia con le gambe accavallate e lo spacco aperto, Rocca con un bracciolungo lo schienale dietro di lei, nella stessa posizione della cena di Natale. Tommaso portò duecalici, un piattino di olive e i grissini, poi rimase in piedi accanto al tavolino.«Allora, Alberto» disse Livia, prendendo il calice. «Com'è il mio Tommaso, in ufficio? Dimmelocon sincerità, che lui non si offende. Non gli è permesso.»Rocca bevve un sorso e lo guardò dall'alto in basso, senza fretta.«Preciso. Il più preciso che ho. Se gli chiedo una pratica per le nove, alle otto e mezza è sulla miascrivania. Se trova un errore di dieci euro, me lo segnala con un post-it giallo.» Fece una pausa.«Non chiede mai un aumento. Non chiede mai niente. Ho sempre pensato che fosse timido.»«Non è timido» disse Livia. «È fatto per servire. È diverso.» Posò il palmo sulla coscia di Rocca, inalto, vicino all'inguine, senza nemmeno guardare dove lo metteva. «Sai cosa porta sotto i pantalonigrigi, mentre ti prepara le pratiche per le nove?»«Mi dica.»Livia sorrise a suo marito, con un angolo solo della bocca.«Faglielo vedere, amore.»Tommaso sentì il sangue salirgli tutto in faccia. Guardò sua moglie. Guardò il suo capo, cheaspettava con il calice in mano e la stessa espressione con cui aspettava la giustificazione per unritardo.Si slacciò la cintura sotto il grembiule, abbassò pantaloni e mutande fino alle ginocchia e sollevò ilgrembiule bianco con due dita.La gabbietta prese la luce della lampada: piccola, chiara, con il lucchetto d'acciaio che chiudeval'anello alla base. Dentro, il mignolino schiacciato contro il silicone, che poteva soltanto spingere.Rocca posò il calice sul tavolino. Si sporse in avanti, con i gomiti sulle ginocchia, e guardò a lungo.Poi rise: una risata profonda, di petto, che riempì il soggiorno.«Ferri. Mi sta dicendo che mi porta le pratiche così? Chiuso a chiave?»«Da un anno, dottore» disse Tommaso, con un filo di voce.«Da un anno.» Rocca guardò Livia. «E la chiave?»Livia si toccò la catenina, tra i seni.«Qui. Lui non ci arriva. Lo apro io, quando decido io, per lavarlo e per poco altro. Il resto del temposta lì dentro, buono.» Inclinò la testa verso il marito, con una tenerezza che a lui fece tremare leginocchia. «E non è che ci sia molto da chiudere, eh, Alberto. Guarda bene. Diciotto anni dimatrimonio con quel mignolino lì: due minuti, quando andava bene, e io a contare le crepe delsoffitto. La gabbia l'ho comprata per lui, non per me. A me non toglie niente.» Bevve un sorso. «Enon è tutto. Certe sere lo depilo, lo trucco, gli metto una parrucca e lo chiamo Tilde. Ma Tildestasera resta nell'armadio. Con te voglio il mio impiegato.»«Lei è stata molto paziente, avvocato.»«Pazientissima. Adesso basta pazienza.» Gli prese il calice dalle dita, bevve dal punto esatto in cuiaveva bevuto lui e glielo restituì. «Tommaso, ricopriti. Il risotto non si serve da solo.»V. A tavolaIl risotto era perfetto, e nessuno dei due lo disse.Tommaso serviva in piedi, alla destra di sua moglie, con il grembiule rimesso a posto e lemutandine di lei nella tasca, che sentiva contro il petto ogni volta che si chinava. Versava il Barolo.Toglieva i piatti. Tornava in cucina e restava un momento con le mani sul marmo, ad ascoltare lavoce di Rocca che raccontava di una partita a Padova nel novantadue, e Livia che rideva.Ogni volta che tornava in sala, la mano di Rocca era un po' più in alto. Era entrata dallo spacco alprimo piatto, si era posata sul ginocchio, poi sulla coscia, e al branzino era sparita sotto la seta nera,ferma in un punto preciso. Livia mangiava con calma, la forchetta nella destra, e ogni tantochiudeva gli occhi un istante prima di masticare.«Ferri, il pane» disse Rocca, senza girarsi.«Sì, dottore.»«Ferri» lo fermò, quando Tommaso ebbe posato il cestino. «Lo sa cosa sto toccando, in questomomento?»Tommaso guardò la tovaglia.«Sì, dottore.»«Lo dica.»«Sta toccando mia moglie.»«Intero, amore» mormorò Livia, con gli occhi socchiusi. «Al tuo capo si risponde intero.»Tommaso deglutì. Il mignolino spingeva contro la gabbia fino a fargli male.«Il dottor Rocca ha la mano sotto la gonna di mia moglie» disse. «Sulla sua farfallina. E lei èbagnata. Si vede da come mangia.»Rocca annuì piano, soddisfatto, senza togliere la mano.«Fradicia» confermò. «E la cosa interessante, Ferri, è che si è bagnata quando lei si è abbassato ipantaloni. Non prima. L'ho sentito io con le dita.» Si rivolse a Livia. «Dico bene?»«Dici benissimo.» Livia posò la forchetta. «Mi bagno quando lo vedo piccolo, Alberto. Quando lovedo in piedi con il grembiule mentre tu mi tocchi sotto il tavolo. È questo che mi fa impazzire, eprima di lui non lo sapevo nemmeno io.» Si voltò verso il marito, gli prese la mano libera e lastrinse. «Diglielo tu, al tuo capo, cosa vuoi stasera. Diglielo intero, davanti a me, che vogliosentirtelo dire a lui.»Tommaso guardò Rocca. Il Generale. L'uomo che gli firmava le ferie.«Voglio che lei scopi mia moglie, dottore» disse. «Stasera, qui, a casa nostra. Voglio guardarlamentre lo fa. Voglio vedere quello che io non ho mai saputo farle.»«E dopo?»«Dopo pulisce» disse Livia al posto suo, con una dolcezza infinita. «Prima te, poi me. Lo fabenissimo, sai. È l'unica cosa che gli riesce meglio dei conteggi.»Rocca si appoggiò allo schienale e la guardò a lungo. Poi guardò Tommaso.«Ferri» disse. «In un contratto, questo si chiama straordinario.»«Sì, dottore.»«Non pagato.»«Sì, dottore.»VI. Il divanoLivia si alzò per prima. Senza una parola girò intorno al tavolo, prese Rocca per il colletto apertodella camicia e lo portò fino al divano. Lo fece sedere. Poi si inginocchiò sul tappeto tra le suegambe, con la gonna aperta fino all'anca, e alzò gli occhi sul marito.«Vieni qui, Tommaso. Accanto a me. In ginocchio.»Lui si inginocchiò accanto a lei, sul tappeto che avevano scelto insieme in un negozio di via SanNicolò.Livia slacciò la cintura di Rocca con calma, poi abbassò la cerniera un dente alla volta, senzastaccare gli occhi da Tommaso. Infilò la mano.Quando lo tirò fuori, a Tommaso il fiato uscì dal petto tutto insieme.Era un bastone. Non c'era un'altra parola. Grosso, pesante, già mezzo dritto, con le vene in rilievo ela punta scura, e nella mano di Livia sembrava non finire mai. Il bastone di un uomo abituato a farsilargo.«Guarda, amore» sussurrò Livia, con la voce che le tremava. «Guarda cosa porta il tuo capo sotto ipantaloni mentre firma le tue pratiche. Guarda la differenza. Tu hai il mignolino chiuso a chiave, elui ha questo.» Prese la mano di Tommaso e la portò sul bastone, sotto la sua. Le dita di lui nonriuscivano a chiudersi. «Ecco. Lo senti quanto pesa? Questo è un uomo. E adesso, amore, tienimi icapelli.»Tommaso le raccolse i capelli neri sulla nuca, in una mano, e Livia abbassò la bocca.Lo prese piano, all'inizio, con gli occhi chiusi, poi sempre più a fondo, con un suono basso in gola.Rocca lasciò andare la testa contro lo schienale e disse il nome di lei una volta sola. Tommaso leteneva i capelli e guardava, a venti centimetri, la bocca di sua moglie riempirsi del bastone del suocapo, e lei ogni tanto apriva gli occhi per cercare i suoi.«Più vicino» disse Livia, staccandosi un momento, con le labbra lucide. «Voglio che tu veda bene.Diglielo, Alberto, com'è la bocca di sua moglie.»«È una bocca da avvocato, Ferri» disse Rocca, con il respiro corto. «Non lascia niente fuori dalfascicolo.»Livia rise contro di lui, e lo riprese.Poi Rocca la sollevò. La prese sotto le braccia con quelle mani da seconda linea, la tirò su senzasforzo e la fece sdraiare sul divano, sulla schiena. Le aprì la gonna lungo lo spacco. Sotto non c'eraniente, e la farfallina di Livia era lucida, gonfia, aperta.«Le mutandine?» chiese.«Ce le ha Tommaso» disse lei. «Nel grembiule. Le custodisce lui.»Rocca guardò Tommaso, in ginocchio sul tappeto, con il grembiule bianco e la tasca gonfia, e scossela testa, quasi ammirato.«Ferri, lei ha sposato un genio.» E la prese.Livia gridò: un grido lungo, da sotto le costole, che Tommaso le aveva già sentito fare, ma mai conquel nome dentro. Rocca si muoveva piano e a fondo, con la calma del Generale, e Livia teneva latesta girata sul cuscino verso il marito e non smetteva di guardarlo.«Guarda, amore» ansimava. «Guarda come mi riempie. Qui tu non ci sei mai arrivato. Mai. Con ilmignolino non ci arrivi nemmeno a metà. Lui sì. Lui arriva dove finisco io.» Una spinta più forte, ela frase si spezzò. «Dio… Tommaso… stai guardando?»«Sto guardando.»«Intero!»«Sto guardando il mio capo che scopa mia moglie sul nostro divano. E lei gode come con me nonha mai goduto.»«Sì!» Livia si inarcò. «Sì, così, diglielo ancora…»Lui lo disse ancora. Lo ripeté tre volte, in ginocchio sul tappeto con le mani sulle ginocchia, mentreil mignolino spingeva dentro la gabbia, gli faceva male e gli toglieva il respiro. Livia venne la primavolta con il nome di suo marito in bocca e le unghie piantate nella schiena di Rocca.Rocca non si fermò. La girò sul fianco, poi a quattro zampe sul divano, con la gonna arrotolata invita, la camicetta rossa aperta e il seno fuori dal pizzo. Livia appoggiò la guancia sul bracciolo, amezzo metro dalla faccia del marito.«Alberto» disse, con la voce roca. «Dietro.»Rocca si fermò.«Sicura?»«Il buchetto di dietro» disse lei, guardando Tommaso. «Diciotto anni, e lì mio marito non è maientrato. Non ce l'ha mai avuto abbastanza duro per aprirmi. Voglio che me lo apra il suo capo.Stasera. Davanti a lui.» Allungò una mano e prese quella di Tommaso. «Tienimi la mano, amore.All'inizio fa un po' male. Poi no.»Tommaso le tenne la mano. Rocca entrò piano, con una pazienza che in ufficio non aveva mai avutoper nessuno. Livia strinse le dita del marito fino a fargli male, poi aprì la bocca senza suono, e poi ilsuono arrivò.Venne di nuovo così, a quattro zampe sul divano, con il capo di suo marito che le teneva i fianchi esuo marito che le teneva la mano. Poi Rocca disse «adesso», piano, con la voce di chi chiude unariunione, affondò e si fermò dentro di lei con un verso lungo dalla gola. In quel momento Tommasosentì la gabbia diventare una morsa e venne anche lui: senza una mano, senza un tocco, in ginocchiosul tappeto, dentro il silicone, a scatti che gli piegarono la schiena.Livia se ne accorse dalla mano.«Sei venuto» sussurrò, ancora a quattro zampe, con il fiato rotto e un sorriso enorme. «Sei venutoguardando il tuo capo che mi riempiva il buchetto di dietro. Senza toccarti.» Gli baciò le nocche.«Ti amo, Tommaso. Lo sai?»«Lo so.»«Dillo intero.»«Ti amo anch'io.»VII. PulizieRocca si lasciò andare contro lo schienale, con la camicia aperta, il petto che si alzava e siabbassava, e il bastone ancora pesante sulla coscia, lucido di Livia.«Amore» disse lei, girandosi sulla schiena. «Hai sentito il dottore, a tavola. Straordinario. Primalui.»Tommaso si spostò sulle ginocchia davanti al suo capo.Rocca lo guardò dall'alto, con un sopracciglio alzato. Non lo prese per la nuca e non lo spinse:aspettò, con la stessa calma con cui aspettava una relazione in ritardo.Tommaso si chinò e lo pulì. Piano, con cura, dalla base alla punta, il sapore di Livia e il sapore dilui insieme. A un certo punto Rocca gli posò una mano sulla testa, pesante, e la lasciò lì.«Bravo, Ferri» disse. «Preciso anche qui.»«Grazie, dottore.»«E adesso me» disse Livia.Si aprì sul divano, con la gonna arrotolata in vita e le cosce lucide. La farfallina era rossa e aperta, epiù giù anche il buchetto di dietro era aperto e colava piano sul velluto.«Tutto, amore. Davanti e dietro. Non lasciare niente del tuo capo.» La voce le si fece dolce, perfida,innamorata. «E lunedì, quando gli porti il caffè alle nove, ricordati che sapore ha.»Tommaso si chinò tra le gambe di sua moglie e pulì. Dal basso, piano, con la lingua larga,raccogliendo quello che il suo capo le aveva lasciato dentro. Lei gli teneva una mano tra i capelli econ l'altra teneva la mano di Rocca, e a un certo punto venne una terza volta sulla bocca del marito,lentamente, con un sospiro lungo che finì in una risata.Rocca si rivestì alle undici e mezza. Nell'ingresso, Tommaso gli porse il cappotto di cashmere,dritto, come gli era stato detto.«Ferri.» Rocca lo infilò senza fretta. «Lunedì alle nove nel mio ufficio. Mi porti la Benussi, con laperizia. E due caffè.»«Sì, dottore.»Rocca guardò Livia, in piedi in fondo al corridoio: scalza, con la camicetta rossa chiusa da unbottone solo e la catenina con la chiave che le brillava sul petto. Le fece un cenno con la testa, e leirispose allo stesso modo.Poi tornò a guardare Tommaso.«Lunedì in ufficio non è successo niente, Ferri. Siamo intesi?»«Sì, dottore.»«Bene.» Si sistemò il colletto, aprì la porta e si fermò sulla soglia. «Però il risotto glielo invidio.»VIII. Lunedì, ore noveAlle nove meno due Tommaso bussò alla porta dell'ufficio d'angolo, con la pratica Benussi sotto ilbraccio e due caffè della macchinetta in mano.«Avanti.»Il Generale era alla scrivania, in giacca e cravatta, la stilografica in mano e gli occhiali sulla puntadel naso. Non alzò la testa. Tommaso posò la pratica sul piano di noce, poi uno dei due caffè.«Il secondo è suo, Ferri» disse Rocca, sempre senza alzare gli occhi. «Si sieda un minuto.»Tommaso si sedette. Rocca lesse la perizia pagina per pagina, con la penna sospesa a mezz'aria.Arrivò all'errore di dieci euro, segnato con un post-it giallo, e un angolo della bocca gli si mosseappena.«Ottimo lavoro, Ferri» disse, e firmò.«Grazie, dottore.»Tommaso si alzò, prese la pratica e il bicchierino vuoto, e arrivò fino alla porta.«Ferri. Un'ultima cosa.»Rocca aprì il primo cassetto e tirò fuori una busta bianca, chiusa, senza niente scritto sopra. Glielaporse attraverso la scrivania.«Da parte di sua moglie. Mi ha chiesto di consegnargliela di persona, lunedì alle nove.» Tornò allesue carte. «Può andare.»Tommaso la aprì nel bagno del terzo piano, quello che non usava nessuno.Dentro c'erano un biglietto, nella calligrafia ordinata di Livia, e una cosa piccola di pizzo nero,piegata in quattro.Stasera straordinario. Alberto torna alle otto e il vino lo porta lui. Tu esci alle sei, passi dalpescivendolo e non dimenticare il grembiule.Le mutandine tienile in tasca tutto il giorno, alla scrivania. Non annusarle prima delle cinque.Ti amo. — L.Tommaso piegò il biglietto e lo infilò nel taschino della camicia, sopra il cuore. Le mutandine lemise nella tasca della giacca, dove la mano le trovava da sola.Tornò alla sua scrivania e accese il computer. Alle sei meno un quarto aveva chiuso tutte le pratichedella giornata, e anche due di martedì.***se il racconto vi è piaciuto oppure avete suggerimenti, scrivetemi; laurasweetalecuck@gmail.com ***
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