Capitolo 3 – Il primo contattoPoco prima delle dieci Martina e Livia uscirono dalla suite. Il corridoio era silenzioso, illuminato da luci soffuse e dal riflesso del sole che entrava dalle finestre alte. Scesero con l’ascensore di vetro fino al ponte principale, dove la passerella della nave era già aperta: una rampa corta e larga che portava al molo della Marittima, con un piccolo desk dove un addetto della nave coordinava i motoscafi che facevano la spola tra la città e il molo.L’aria era tiepida, con un sentore salmastro di alghe e di pane fresco che arrivava da qualche panificio nascosto nei dintorni. Daniela e Lorena erano già lì e guardavano distrattamente l’acqua mentre le aspettavano. Daniela indossava ancora l’abito in jersey mattone, ma aveva aggiunto un foulard leggero color crema intorno al collo per il vento; Lorena aveva infilato un cappellino di paglia morbido sopra lo chignon disordinato. Entrambe si voltarono quando le videro arrivare.«Puntuali» disse Daniela con un sorriso aperto, rilassato. «Abbiamo già chiamato il motoscafo. Dovrebbe essere qui in un minuto.»Livia annuì entusiasta. «Ottimo. Visto? Ce l'abbiamo fatta anche noi.» Martina sorrise, annuendo. Il formicolio della colazione si era dissipato, ma sentiva ancora quel calore strano nello stomaco quando incrociava lo sguardo di Daniela. Non sapeva spiegarsi il perché di quella sensazione indefinita, come se l’aria intorno a lei fosse diventata più densa.Il motoscafo arrivò puntuale: un elegante scafo in vetroresina bianca con inserti in mogano scuro, lungo una decina di metri, la cabina chiusa dai vetri trasparenti e il tetto apribile. All'interno si intravedevano due panche longitudinali in pelle chiara. Il conducente, un veneziano sulla quarantina con gli occhiali da sole e la polo bianca, salutò con un cenno cortese e accostò con precisione millimetrica contro il pontile. La fiancata era alta, quel tanto che bastava per richiedere un piccolo passo deciso per salire a bordo.Lorena salì per prima con agilità, seguita da Livia che ricevette un leggero scossone per la prima oscillazione dello scafo. Daniela salì subito dopo, senza esitazione, e si voltò per porgere la mano a Martina.Martina si avvicinò al bordo del pontile. Guardò il motoscafo che dondolava piano sull’acqua, il gradino metallico stretto e liscio, l’interno della cabina che sembrava invitante ma un po’ lontano. Non era alta come Daniela, e l’abito midi tortora le arrivava sotto il ginocchio, rendendo il passo un po’ più incerto. Esitò un attimo, solo un secondo, ma sufficiente a farle irrigidire le gambe. Daniela se ne accorse. Subito si sporse leggermente e tese entrambe le mani aperte verso di lei.«Vieni, ti aiuto io» disse con voce calma, con rassicurante disinvoltura.Martina esitò, ma si appoggiò sulle sue mani. Le dita di Daniela si chiusero intorno alle sue con una presa salda e sicura. Mentre tentava il passo in avanti, la tirò verso di sé con dolcezza e istintiva sicurezza, sostenendola per la vita con il palmo aperto sul fianco e il pollice che premeva appena sotto le costole. Il contatto fu breve e calibrato, non un gesto di semplice cortesia, ma qualcosa di premuroso che guidava e accompagnava il corpo di Martina finché entrambi i piedi non trovarono stabilità sul pagliolo della cabina. Martina sentì il calore della mano di Daniela irradiarsi dal fianco allo stomaco: lo stesso formicolio leggero che le faceva accelerare il battito cardiaco. Arrossì, distolse gli occhi verso il mogano lucido della parete interna, ma quella sensazione rimase, come se la stoffa avesse trattenuto per un istante il calore della mano.Perché mi tremano le gambe? È solo un aiuto. È solo gentile.Non riusciva a spiegarsi quella reazione.«Ecco fatto» disse piano Daniela, ritraendo lentamente le mani. «Tutto a posto?»«Sì… grazie» sussurrò Martina, un po’ confusa e imbarazzata.Si accomodarono sui divanetti longitudinali: Martina a destra, con le ginocchia strette e le mani in grembo; Daniela di fronte a lei, le gambe leggermente divaricate per assecondare il rollio del motoscafo. Lorena e Livia si sistemarono accanto, ma la cabina era intima: Daniela era esattamente di fronte a lei, a meno di un metro di distanza.Il conducente chiuse il piccolo portello della cabina, diede gas piano e il motoscafo scivolò via dal molo, diretto verso il bacino di San Marco.All’interno il rumore del motore era attutito, un ron ron gentile; la luce entrava dai vetri e danzava sulla pelle chiara delle imbottiture mentre il motoscafo avanzava nel Canale della Giudecca, rallentando in mezzo al groviglio di vaporetti, altri taxi, grossi mototopi da carico e caorline che si incrociavano tra i flutti.Daniela, indicando la chiesa che si vedeva in lontananza: «Quello è San Giorgio Maggiore», disse. «Sembra quasi galleggiare, come se non toccasse il fondo. E questa è la Salute... guardate come la sua cupola imponente schiaccia la punta della Dogana, quella laggiù dove la palla d'oro brilla anche quando il cielo è coperto.» «Prima volta a Venezia?» aggiunse, vedendo la meraviglia negli sguardi di Livia e Martina.«Sì» rispose Martina. «Abbiamo letto tanto, visto documentari… ma dal vivo è tutta un’altra cosa.»Daniela annuì, guardandola come da lontano «lo è sempre. Succede a tutti. Io ci vengo spesso per lavoro, ma ogni volta trovo qualcosa di diverso.»Nel risistemarsi sul divanetto dopo un'oscillazione più marcata, Daniela incrociò le gambe e le distese leggermente. La gonna in jersey, morbida e fluida, si ritirò di qualche centimetro lungo le cosce, lasciandole scoperte fin quasi a metà.Quasi per un riflesso condizionato Martina distolse lo sguardo da quello di Daniela calamitata dalla curva della coscia dove la luce radente accendeva la pelle nuda e la tensione dei muscoli che assecondavano il rollio in un accordo cromatico perfetto con il mattone scuro del tessuto.Non dovrei, si disse, e un'ondata di calore le risalì dal petto al viso. Si mosse appena sul divanetto, stringendo le mani in grembo, scossa dal pensiero di averla guardata, di aver guardato le sue gambe. C’era qualcosa di magnetico in quella pelle esposta, in quella postura spontanea ma irresistibile allo stesso tempo.Daniela notò immediatamente il movimento rapido dei suoi occhi. Un sorriso impercettibile le incurvò le labbra, mentre una luce lieve e divertita le brillava nello sguardo. Sapeva perfettamente che tipo di reazione stava provocando e, la timidezza di Martina, rendeva il gioco ancora più interessante. Niente fretta, solo piccoli passi.Lentamente, come per caso, spostò la gamba destra in avanti sfiorando appena il suo ginocchio con il proprio. Un contatto leggerissimo, apparentemente accidentale: pelle nuda contro la stoffa dell’abito tortora, calore contro tessuto. Lo scafo oscillò di nuovo su una piccola onda di scia, accentuando ancor di più quella pressione.Martina sentì le guance bruciarle intensamente. Non osò spostarsi, né alzare gli occhi per paura di tradirsi. Dentro di sé cercava solo di soffocare quella confusione. È solo il dondolio, si ripeteva, è solo casuale. Eppure quel tocco la faceva fremere, provocandole un turbamento che rifiutava e che non voleva avere. Non aveva mai provato niente del genere. Per una donna, poi.Daniela ritrasse piano la gamba, incrociandola di nuovo con studiata disinvoltura, mentre la gonna rimase sollevata quel tanto da lasciare le cosce in evidenza. Parlò con voce tranquilla, come se nulla fosse accaduto. «Guardate là, il Campanile di San Marco sta spuntando.» Livia e Lorena si sporsero verso il vetro, chiacchierando animate. Martina annuì senza parole, lo sguardo perso fuori, ma il calore sulle guance non se ne andava. Il motoscafo continuò la sua corsa lenta verso la destinazione. Martina cercò di concentrarsi su Venezia, sui palazzi che scorrevano oltre il vetro, sulla voce di Livia e sulle osservazioni di Lorena, tentando di respingere quel pensiero, ma la sua attenzione tornava senza volerlo alla persona seduta di fronte a lei. Non capiva ancora cosa stesse succedendo, e la sua stessa resistenza la metteva a disagio. Pochi minuti dopo arrivarono a Piazza San Marco.Il tassista ridusse il gas lasciando che il fianco del motoscafo entrasse morbido tra i pali d'ormeggio e bloccò la barca a ridosso della passerella in legno. Spense il motore e agganciò la cima alla bitta. Qui la risacca era meno nervosa, un po' riparata dal traffico del bacino.Lorena e Livia, che si trovavano più vicine all'uscita della cabina, scesero agilmente di lato per prime spostandosi di qualche passo lungo la passerella per dare spazio. Daniela le seguì subito dopo muovendosi agevolmente e una volta scesa si voltò offrendo entrambe le mani aperte verso il trincarino del taxi.Martina vi salì sentendo ancora le gambe molli. Questa volta la presa di Daniela fu familiare e ancora più decisa, la strinse per la vita per contrastare il movimento della barca sulla risacca tirandola contro il proprio corpo, calibrando il peso per stabilizzarla prima di lasciarla andare.Fu un abbraccio breve camuffato da una impeccabile prontezza marinaresca, ma l’impatto ravvicinato con il calore di Daniela aumentò ancor di più il turbamento che la pervadeva.Per istinto, le mani di Martina cercarono un appoggio sulle spalle di Daniela, sfiorando per un attimo la nuca e i capelli corvini. Sentì tutto: il profumo di agrumi e legno, il calore intenso del corpo premuto contro il suo e la fermezza di quel palmo che la trattenne un istante prima di lasciarla andare. Il respiro le si bloccò in gola, le guance si tinsero di un rossore marcato e il cuore le martellava nel petto. Quando Daniela la lasciò andare piano, facendo scivolare via le dita con un’ultima carezza quasi impercettibile, Martina barcollò appena sul pontile, con le ginocchia insolitamente molli.«Tutto ok?» chiese Daniela a voce bassa, con un sorriso tranquillo.«Sì… grazie. Ti ringrazio» sussurrò, respirando profondamente per calmarsi. Sorrise un po’ più rilassata, scrollando le spalle come per allontanare l’ultima tensione. Il contatto era stato intenso, ma ora, con i piedi saldi sul pontile e il sole caldo sulla faccia, si sentiva improvvisamente più leggera. È stato solo un aiuto, pensò, e Venezia era così bella quel giorno che non aveva senso logorarsi con pensieri strani.
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Aggiunto: 1 giorno fa
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Prime Esperienze


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