Odiavo la mia responsabile sul lavoro.Dico davvero: la odiavo, le auguravo le peggio cose.Una donna grossa, grassa, dai fiammanti capelli rossi, lo sguardo tagliente, una voce che pareva una sirena bitonale e modi di fare da generale dell'esercito.Tra di noi impiegati si vociferava che, in privato, usasse quei modi per fare la mistress, dominando gli uomini con il suo culo grande come un baule stretto in una minigonna di pelle nera.Non sapevo se fosse vero e non me ne fregava nulla, avrei solo voluto essere lasciato in pace.E invece no: lei mi stava addosso tutto il santo giorno, tutti i giorni, affidandomi compiti sempre più complessi con sempre meno tempo e criticando a piè sospinto quello che facevo.Forse, una parte di me infastidiva la sua natura dominatrice e voleva piegarmi, ma per me la cosa si faceva sempre più insopportabile.Le cose, tuttavia, erano destinate a cambiare in un modo del tutto inatteso.Una sera ci eravamo fermati in ufficio fino a tardi per completare un lavoro. Sarebbe meglio dire che lei mi aveva costretto a rimanere, minacciando di riportare la cosa ai titolari, nel caso non avessimo finito in tempo per la consegna, dando la colpa alla mia inefficienza, ma la sostanza non cambiava: eravamo da soli io e lei, nell'ufficio deserto, mentre fuori era già scesa la notte.Mancava pochissimo, solo la stampa dell'ultima tavola del progetto, quando la stampante aveva deciso di incepparsi."Ma no! Non è possibile!" Avevo esclamato io, cercando di capire quale fosse il problema."Lascia perdere." Aveva commentato la strega, mettendosi vicino a me, "Ti conviene togliere la corrente e riavviare tutto.""La corrente?" Mi ero chinato, per verificare dove fosse la presa, scoprendo che era, come potevo aspettarmi, dietro la macchina, "Devo infilarmi qua sotto? Aspetta che vado a prendere qualcosa per...""Oh, quanto sei inutile! Spostati che ci penso io!"Mi aveva spinto di lato con malagrazia, per poi spremere le sue spalle da scrofa nel poco spazio tra la stampante e il muro. La macchina si era spenta e riaccesa dopo pochi secondi. Mi seccava ammetterlo, ma era ripartita e aveva stampato la tavola alla perfezione.Mentre facevo per recuperarla, l'arpia mi aveva richiamato: "Sono incastrata.""Cosa?""Mi sono incastrata!" Aveva strombazzato, "Se faccio per uscire sento qualcosa che mi trattiene! Renditi utile e scopri cosa!"Nonostante fossi risentito da quelle parole ingrate, mi ero abbassato di nuovo alla ricerca di quello che la forzava in una posizione così indecorosa.Non ci avevo messo molto a individuare il problema: nello staccare e riattaccare la spina doveva aver smosso alcuni cavi, che ora erano tesi sotto al suo seno strabordante.Avrei potuto spiegarle che bastava scollegare di nuovo la spina, ma volevo prendermi una piccola rivincita."Resta ferma un attimo. Vado a prendere qualcosa per liberarti."La mia intenzione era farle una foto e condividerla in ufficio per deriderla, ma lei aveva aggiunto con tono scocciato:"Datti una mossa! Non voglio passare tutta la serata con una nullità come te!"Di fronte a quell'ennesimo affronto, avevo sentito la rabbia divampare dentro di me. Stavo per risponderle per le rime, quando d'un tratto, mentre lei si dimenava, il suo fianco mi aveva colpito la spalla.Mi ero fermato ad osservare il suo culo grasso che si agitava in aria, avevo seguito la linea delle natiche attraverso la stoffa troppo tirata della gonna verde acido, avevo avvertito il calore di quella massa di carne e, in sottofondo, l'odore della sua figa.Dentro di me si era fatta strada una nuova voglia di rivalsa, accompagnata da una potente erezione: ero eccitato per quello che stavo per fare e il mio corpo aveva risposto subito."Ora ti faccio vedere io, chi è la nullità."Avevo slacciato i pantaloni, iniziando a strofinare il cazzo sulle sue chiappone, attraverso la stoffa. Lei si era zittita solo per un secondo, poi aveva ripreso a urlare, chiedendomi che intenzioni avessi.Non avevo risposto a voce: le avevo sollevato la gonna e abbassato le semplici mutande bianche, poi mi ero sputato sulla mano, mi ero lubrificato il cazzo con la saliva e le avevo dilatato le natiche.Lei aveva cercato di liberarsi, muovendo il bacino con forza, ma io ero stato implacabile: avevo appoggiato la cappella sul suo buchetto, tenendola ferma a forza, poi mi ero spinto dentro di lei con un grugnito soddisfatto.Il suo culo era più accogliente di quanto mi fossi aspettato, bello morbido e caldo, perciò avevo iniziato a fotterla con calma, assaporando la sensazione di essere io, stavolta, a comandare.Le sue grida, mentre affondavo dentro di lei ancora e ancora, si erano fatte presto più deboli, sostituite da gemiti di piacere."Ti piace, eh stronza?" L'avevo provocata, aumentando il ritmo degli affondi, "Lo vuoi tutto nel tuo culo da maiala il mio cazzo duro?""Sì... Inculami!" Aveva risposto lei, agitando il bacino non più per scappare, ma per godere di più, "Non fermarti, fammelo sentire tutto!""Chi è il capo ora?""Tu! Sei tu! Dio che goduria... Montami come una porca!""Supplicami!""Ti prego... Ti prego padrone! Fammi tua!"Sentirmi chiamare padrone mi aveva dato il colpo di grazia: ero venuto dentro di lei con una serie di fiotti di sborra densa, che aveva preso a colarle tra le chiappe fino alla figa fradicia.Nel fotterla, dovevo aver smosso i cavi che la trattenevano, perché mentre mi sfilavo dal suo culo, lei si era liberata e si era messa in ginocchio, prendendomi il cazzo in bocca e iniziando a spompinarmi con fare assatanato.Avevo subito ripreso vigore, sotto un'azione di risucchio così ingorda, ed ero giunto di nuovo al limite dell'orgasmo.Lei, nel frattempo, si era allargata la scollatura per liberare i seni: due otri di carne e grasso dalle areole ampie e pallide e i capezzoli duri che spuntavano fuori."Sborrami addosso, padrone!" Aveva quindi detto, prendendo a menarmelo proprio sopra le sue tettone, "Marchiami con il tuo seme, fa di me la tua porca!"Ero venuto di nuovo, forse ancora di più che la prima volta.Dopo questo secondo orgasmo, mi ero dovuto sedere, mentre quella porcona della mia responsabile restava in ginocchio, spalmandosi la mia sborra su quelle mammelle da mucca e leccandosela dalle dita.Dopo poco ci eravamo rivestiti ed eravamo tornati ognuno a casa propria, ma da quella volta, se di giorno lei godeva nel mettermi i piedi in testa e umiliarmi davanti ai colleghi, io me ne stavo zitto e buono.Anzi, sorridevo tra me e me.Perché quelli era un segnale segreto tra noi due: quella sera, ad ufficio chiuso, avrei guidato io il gioco e avrei avuto a disposizione la mia nuova schiava del sesso, tutta da scopare e da riempire con la mia sborra.Una inversione di ruoli che eccitava entrambi.
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Aggiunto: 1 giorno fa
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