Capitolo 2 – Il primo incontroLa mattina del giorno dopo, l’Aurora Serenissima era già ormeggiata alla Stazione Marittima di Venezia, arrivata di buonora dopo una navigazione notturna lenta, silenziosa e quasi impercettibile.Il risveglio nella Suite 412 fu dolce, naturale, avvolto nella luce dell’alba che filtrava attraverso le tende semiaperte della grande vetrata, tingendo la stanza di un rosa tenue che sembrava polvere di cipria. Dal balcone privato, la laguna emergeva piano dalla foschia del mattino: le cupole lontane e il profilo di San Marco si stagliavano nitidi contro il cielo, mentre il traffico dei primi vaporetti cominciava a muoversi come una costellazione di puntini neri sull’acqua argentea. Da lontano, giungeva il suono ovattato e distante delle campane, un rintocco che arrivava sulla superficie calma del mare come un ricordo.Martina aprì gli occhi per prima, nella quiete sospesa della cabina. Rimase immobile per qualche minuto, ascoltando il respiro regolare di Livia al suo fianco, avvertendo il calore del suo corpo premuto contro la schiena.Martina si voltò piano, senza fare rumore. Livia dormiva ancora, il viso parzialmente affondato nel cuscino e i capelli fiammeggianti sparsi come fuoco sul bianco assoluto delle lenzuola. La maglietta larga con cui dormiva le era scivolata da una parte, scoprendo la linea della clavicola e un lembo di pelle chiarissima. Martina sorrise tra sé, mossa da un pensiero tenero e protettivo, e allungò una mano per sfiorarle i capelli rossi con la punta delle dita, un gesto automatico e affettuoso che faceva parte delle loro mattine da sempre.Livia si mosse, borbottò qualcosa di incomprensibile, poi aprì gli occhi verdi e vivaci. La prima cosa che vide fu il viso di Martina a pochi centimetri dal suo. Sorrise, ancora mezza assonnata.«Buongiorno… siamo arrivate?» mormorò, con la voce rauca per il sonno.«Siamo arrivate» rispose Martina a bassa voce. «Venezia è lì fuori.»«Come ho dormito bene…» Livia si stiracchiò, portando le braccia sopra la testa e facendo inarcare la schiena sotto la maglietta. «Questo letto è una meraviglia, ti culla. Sembra di essere su una nuvola.»«Anch’io. Non mi sono svegliata nemmeno una volta. Questa cabina isola da tutto, non si sente un rumore.»Rimasero sdraiate ancora qualche minuto, faccia a faccia, i gomiti appoggiati sul cuscino, parlando a voce bassa come due adolescenti durante un pigiama party, commentando lo sfarzo silenzioso che le circondava, prima di decidersi ad alzarsi.Andarono in bagno insieme, muovendosi in quel grande spazio di marmo con la consueta familiarità di chi condivide la stessa vita da vent’anni. Si lavarono i denti e il viso affiancate davanti al grande specchio, sfiorandosi i gomiti senza badarci. Il vapore dell'acqua calda appannò rapidamente il vetro; Livia passò la mano per ripulirne un cerchio e iniziò a stendere la crema idratante sul viso. Martina, vedendo che l'amica procedeva a colpi distratti, le prese il tubetto dalle mani e gliela spalmò sulle guance con movimenti circolari, accurati.«Tieni, altrimenti ti si secca la pelle con il vento in barca», mormorò.Livia ricambiò subito il gesto, prendendo un velo di crema e passandoglielo sulle tempie. «E tu tieni, che altrimenti sembri una pergamena.»Si conoscevano e si accudivano così, con la stessa semplicità con cui si passavano il burro a tavola o si sistemavano a vicenda il bavero del cappotto prima di uscire.Si vestirono con calma per prepararsi alla giornata. Martina infilò un abito a camice color tortora e un cardigan grigio perla lasciato sbottonato; per una volta, scelse di pettinarsi lasciando i capelli castani sciolti sulle spalle, senza costringerli nella solita coda severa. Livia optò per un paio di pantaloni in lino beige e una camicetta bianca con il colletto alla coreana, le cui maniche erano già arrotolate sui polsi, lasciando i capelli fiammeggianti liberi e mossi. Prima di uscire dalla suite, si guardarono un istante nello specchio a figura intera, sistemandosi gli abiti con piccoli gesti automatici.«Oggi Venezia?» chiese Martina, aggiustandosi una ciocca sfuggita.Livia annuì con un sorriso sereno. «Sì, prima facciamo colazione.»Lasciarono la suite dirette al ponte principale. Il sole inondava di riflessi argentei le ampie vetrate della lounge, un salone ovale con pareti in rovere chiaro e un soffitto a lucernario che accoglieva la luce tersa del cielo, mescolandola ai bagliori della laguna.L'ambiente era intimo: i tavoli rotondi, apparecchiati con tovaglie di lino bianco immacolato e porcellane Rosenthal, erano disposti in modo da favorire la privacy, ma anche abbastanza vicini da conservare quella certa convivialità che a volte si cerca quando si va in crociera. Lungo una parete di specchi era disposto un buffet discreto e raffinato, dove spiccavano croissant appena sfornati, frutta fresca tagliata, yogurt greco e marmellate artigianali. L’aria profumava di pane caldo, di agrumi e di quella salsedine leggera che entrava dalle grandi porte aperte verso il ponte esterno.C’erano pochi tavoli occupati: qualche coppia di mezza età che conversava a voce bassa, un uomo solo concentrato su un libro e un piccolo gruppo che leggeva i giornali internazionali. Martina e Livia presero un tavolo vicino alla vetrata che dava su Venezia. Ordinarono il caffè, cornetti freschi e marmellata di arance, sedendosi vicine, spalla contro spalla.Inzuppando un pezzo di cornetto, Livia guardò oltre il vetro, dove i riflessi argentei della laguna si rincorrevano fin quasi a toccare le prime fondamenta della città.«Oggi niente tabelle di marcia», disse, voltandosi verso l’amica con gli occhi che già brillavano di entusiasmo. «Voglio solo calli tranquille, campielli nascosti, e magari quel caffè in Campo Santa Margherita che ci eravamo promesse ieri sera. Niente fretta, Martina. Solo passeggiare e guardarci intorno.»Martina sorrise, stringendo la tazza calda tra le mani e assaporando il profumo intenso del caffè nero. Sentiva la consistenza leggera del suo abito color tortora sulle gambe e una piacevole leggerezza al petto.«Mi sembra proprio la cosa giusta da fare», rispose, ricambiando lo sguardo.Fu in quel momento che Livia, alzando lo sguardo, vide due donne fare il loro ingresso nella lounge e avvicinarsi al tavolo adiacente al loro.La prima era imponente, spiccatamente alta, con un corpo scolpito da un allenamento costante ma ammorbidito da curve generose: spalle larghe, vita stretta, un seno prosperoso e fianchi sinuosi. Indossava un abito in jersey midi color mattone bruciato, con una scollatura a V profonda ma elegante che accennava al décolleté, e una gonna morbida che seguiva fedelmente il movimento delle cosce tornite. Calzava sandali con tacco basso in pelle dorata, aveva i capelli neri corvini sciolti sulle spalle in onde naturali e indossava un paio di aviator da sole.Sembrava una donna sicura di sé, abituata a muoversi con naturalezza in ogni ambiente.La seconda era più minuta, di statura media, con un corpo altrettanto armonioso: seni medi, addome piatto e fianchi arrotondati. Vestiva un top di seta bianca con scollo a barca che lasciava intravedere le clavicole e shorts bermuda in lino color avorio che esaltavano le gambe muscolose e il sedere sodo. I capelli ondulati, raccolti in uno chignon disordinato, erano di un rosso più scuro e ramato di quello di Livia, e facevano da cornice a due occhi azzurri e a un sorriso aperto.La donna più alta notò il loro sguardo e sorrise, un sorriso diretto e caldo.«Scusate» disse la donna dai capelli neri. «Possiamo sederci qui?»Livia indicò le sedie libere.«Certo.»Le due posarono i vassoi.«Buongiorno» disse la donna dai capelli neri, sfilandosi gli occhiali da sole. La sua voce era profonda, calda e leggermente rauca. «Il caffè qui è buono?»Livia rispose subito con il suo solito calore: «Buongiorno! Sì, ottimo, soprattutto con il latte caldo. E i cornetti sono appena sfornati, ve li consiglio finché sono caldi».La donna sorrise.«Grazie. Io sono Daniela, lei è Lorena.»«Livia.»Martina fece un piccolo cenno.«Martina.»«Piacere» disse Lorena.«Piacere» rispose Livia.Daniela si voltò verso Martina e le tese la mano. Martina la prese.La stretta fu semplice, cordiale, ma durò un istante più del necessario. Il pollice di Daniela sfiorò appena il dorso della sua mano prima che le dita si separassero.Quando i loro occhi si incontrarono per un istante, Martina abbassò lo sguardo.«Piacere.»«Piacere» rispose Daniela.La mano di Daniela tornò sul tavolo.Martina ritirò la mano e riprese la tazza.La sensazione che aveva avvertito le rimase addosso per un momento, lieve e inconsueta.Mentre i camerieri servivano la colazione al tavolo, la conversazione tra le due coppie continuò a fluire con naturalezza. Fu Daniela a tenere il filo del discorso, chiedendo da dove venissero.«Bologna, entrambe», rispose Livia con scioltezza.Daniela sorrise.«Io sono di Milano. Lorena anche.»«Vivete lì?» chiese Livia.«Sì.»Daniela raccontò di essere una personal trainer freelance e Lorena spiegò di lavorare nel marketing digitale.«E voi?»«Io traduco» disse Livia. «Freelance anche io.»«E Martina?»Martina posò la tazza.«Lavoro in una biblioteca universitaria. Archivio.»Daniela sorrise.«Allora abbiamo finalmente qualcuno che sa dove mettere le cose.»Martina sorrise a sua volta.«Cerco di saperlo.»«Io no.»«Si vede» disse Lorena.Daniela la guardò.«Non ricominciamo.»Livia rise.Martina abbassò gli occhi sulla tazza, ancora sorridendo.Daniela indicò il bicchiere di Martina.«Vuoi ancora dell’acqua?»Martina annuì.Daniela allungò il braccio e le versò dell’acqua nel bicchiere quasi vuoto. Nel farlo, le loro mani si sfiorarono di nuovo sul tavolo.Martina avvertì ancora quella sensazione, lieve e indefinibile, e per un momento guardò fuori dalla vetrata.Lorena se ne accorse.«Tutto bene?»«Sì, sì… solo il caffè è molto caldo stamattina» rispose Martina, sorridendo debolmente.Daniela annuì.«Venezia fa quest’effetto. Ti scalda piano piano, senza che te ne accorgi.»Poi, dopo un sorso di caffè, aggiunse con naturalezza:«Noi pensavamo di andare a camminare per le calli stamattina, prima che arrivi troppa gente. Magari Campo Santa Margherita, un giro tranquillo. Vi va di farlo assieme? Sarebbe bello avere compagnia simpatica.»Livia guardò Martina, poi annuì entusiasta.«Ottima idea. Anche noi avevamo deciso di fare proprio quello: un giro tranquillo, senza programmi prefissati. Ci stiamo volentieri.»Martina esitò un secondo, poi sorrise.«Sì, va bene. Ci vediamo alla passerella alle dieci?»Daniela sorrise.«Perfetto. Alle dieci alla passerella.»La colazione continuò tra chiacchiere leggere, parlando di Venezia e dei luoghi che avrebbero voluto vedere.Martina ascoltava, intervenendo ogni tanto, ma il pensiero tornava ancora a quella stretta di mano e a quel calore rimasto sul palmo.Dopo colazione, Martina e Livia tornarono in cabina per un’ultima sistematina: si diedero una pettinata veloce, controllarono di avere tutto in borsa, si misero un filo di crema solare sul viso e sulle mani.Livia rise.«Sembriamo due vecchie signore che vanno a fare la spesa.»Martina sorrise.«Meglio così, almeno non ci perdiamo.»Fuori, la laguna scintillava sotto lo splendido sole di fine maggio. La nave era ferma, Venezia era lì, a pochi passi.
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