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la sessione con Valentina di sabato pomeriggio: la tortura estrema delle tette

la sessione con Valentina di sabato pomeriggio: la tortura estrema delle tette

per chi mi volesse contattare @blogbdsmnuovo o @padronebastardo49Sabato pomeriggio.Avevo scelto di proposito quell’orario. Il sole era ancora alto quando ho parcheggiato in Via del Commercio, a San Martino Strada, davanti al Silk Motel. Valentina sedeva sul sedile del passeggero in silenzio. Portava già il collare di cuoio nero che le avevo allacciato quella mattina. Sapeva dove stavamo andando. Quello che non sapeva del tutto era quanto tempo avessi aspettato questo preciso momento.Prima di scendere le ho preso il mento.“Regole di oggi. Safe word: rosso. Se non puoi parlare, tre colpi con la mano sinistra. Se perdi sensibilità o formicoli troppo, me lo dici subito. Capito?”“Sì, Master.”Siamo scesi nel dungeon. L’aria era fresca, densa di cuoio e metallo. Ho chiuso la porta di ferro. Il tonfo ha isolato tutto.Mentre la spogliavo, lentamente, pezzo dopo pezzo, pensavo a quanti mesi — forse anni — avevo immaginato esattamente questa scena. Non una generica tortura delle tette. Quella specifica. I secchi. Le pietre aggiunte una alla volta. Il peso che cresce lentamente finché le tette non sono allungate, tirate, quasi al limite. L’avevo visualizzata così tante volte che ora, vedendola nuda sotto le catene, mi sembrava quasi irreale riuscire finalmente a farla.Le ho sollevato le braccia e le ho chiuse i polsi nelle manette imbottite. Ho regolato le catene in modo che stesse appena in punta di piedi, con le tette spinte in avanti. La posizione doveva reggere a lungo. L’avevo studiata.Mi sono messo di fronte a lei. Le ho preso le tette, le ho pesate, le ho osservate. Poi ho preso le pinze a coccodrillo pesanti. Le ho aperte lentamente davanti ai suoi occhi.“Guarda.”Ho chiuso la prima sul capezzolo sinistro. Il metallo ha morso. Valentina ha emesso un suono acuto e controllato. Il capezzolo si è gonfiato intorno ai denti della pinza. Ho aspettato, osservando. Poi ho chiuso la seconda. Stesso dolore, stesso controllo.Da ciascuna pinza ho fatto scendere una catena corta. All’estremità ho agganciato i due secchi di metallo vuoti. I secchi dondolavano appena sotto le sue tette.Quello era il momento.La fantasia che avevo tenuto dentro per tanto tempo stava per diventare concreta.Ho preso la prima pietra.L’ho fatta cadere nel secchio sinistro. Un tonfo sordo. La tetta sinistra si è allungata. Valentina ha tirato aria tra i denti. Seconda pietra. Terza. Quarta. Ho fatto lo stesso con l’altra tetta. I due secchi si bilanciavano. Le tette erano già sotto trazione.“Respira. Lenta.”Ho continuato ad aggiungere pietre con una lentezza deliberata. Una manciata ogni pochi minuti. Tra un’aggiunta e l’altra le circolavo intorno, le controllavo le mani, le chiedevo il colore delle dita, osservavo il respiro. Ogni tanto le passavo una mano tra le gambe: era già bagnata. Non l’ho commentato. Lasciavo che se ne rendesse conto da sola.Mentre i secchi si facevano più pesanti, la guardavo.Osservavo le sue tette allungarsi centimetro dopo centimetro. Guardavo la pelle diventare lucida di tensione. Guardavo i capezzoli quasi bianchi nelle pinze. Ed era esattamente come l’avevo immaginato tutte quelle volte. Solo che adesso era reale. Valentina era reale. Il peso era reale. Il suo respiro corto era reale.Quando i secchi erano a circa un terzo, ho preso la frusta di cuoio a tre code. Schiocchi precisi, misurati, sopra e sotto i secchi, sui lati delle tette già tirate. Ogni colpo faceva oscillare i pesi. Valentina gemette, poi iniziò a respirare più pesante. Le lacrime le solcavano le guance, ma restava presente.Ho aggiunto altre pietre. Ora i secchi erano mediamente pesanti. Le tette si erano allungate in modo evidente. A quel punto ho alzato leggermente le catene dei polsi. I secchi non toccavano più terra. Tutto il peso era sulle tette e sulle spalle.L’ho lasciata così a lungo.Passeggiavo intorno a lei. Ogni tanto sollevavo un secchio di qualche centimetro e lo lasciavo ricadere. Ogni tanto le mettevo due dita dentro, lente, mentre i pesi oscillavano. E mentre lo facevo pensavo: ci sono riuscito. Dopo tanto tempo, questa fantasia era finalmente qui, davanti a me, sul corpo di Valentina.Verso sera i secchi erano quasi pieni. Valentina tremava. Le cosce si contraevano. Il respiro era corto ma ancora controllato. Le ho chiesto lo stato delle mani.“Formicolano un po’, Master, ma riesco ancora a muovere le dita.”Ho abbassato di un filo le catene dei polsi, ma ho lasciato intatto il peso sulle tetteA quel punto l’ho presa.Le ho afferrato i fianchi e l’ho penetrata in piedi, legata, i secchi che battevano contro le sue cosce a ogni spinta. Ogni volta che entravo fino in fondo, i pesi tiravano più forte. Il contrasto tra la penetrazione e la trazione costante sulle tette le faceva emettere suoni rotti. L’ho scopata a lungo, mantenendo il controllo. Quando era vicina all’orgasmo l’ho fermata e ho aggiunto le ultime pietre.Solo quando i secchi erano pieni e lei era al limite di quello che potevo ragionevolmente chiederle, ho deciso che era abbastanza.Ho cominciato a togliere le pietre. Una manciata alla volta, con la stessa lentezza con cui le avevo aggiunte. Il sollievo progressivo è stato quasi più intenso del dolore. Valentina singhiozzava. Quando i secchi sono diventati leggeri le ho tolto le pinze. Il sangue è tornato a circolare nei capezzoli con un bruciore acuto. Ha pianto liberamente.L’ho calata dalle catene. L’ho fatta sdraiare sulla panca, le ho messo una coperta sulle spalle e ho iniziato il dopo sessione . Le ho massaggiato a lungo le tette, i segni profondi delle pinze, la pelle ancora calda. Le ho controllato i capezzoli, la circolazione, lo stato generale. Le ho dato da bere. Le ho parlato a voce bassa.Mentre la tenevo, mentre le carezzavo i seni ancora sensibili, mi sono reso conto di quanto fossi soddisfatto. Non solo per la sessione. Per aver finalmente realizzato qualcosa che avevo immaginato per così tanto tempo. Non era più solo una fantasia. Era successo. Sul corpo di Valentina, in quel dungeon, quel sabato.Fuori era completamente buio.Nel dungeon del Silk Motel, Via del Commercio, San Martino Strada, Lodi, Valentina era ancora mia. Le tette segnate, i capezzoli gonfi e dolenti, il corpo stanco e soddisfatto. L’ho tenuta stretta a lungo.“Mia schiava”, le ho detto.Ha annuito contro il mio petto.E io sapevo che quella sera, dopo anni di attesa, avevo finalmente trasformato la fantasia in realtà.http://www.padronebastardo.org
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