Capitolo 1 – La partenza da TriesteIl porto di Trieste, quel pomeriggio di fine maggio, era avvolto da una luce opaca e argentata, come se il cielo avesse deciso di trattenere il sole ancora per un po’. La bora non soffiava ancora con la sua massima forza, ma si sentiva già: un vento freddo e secco che pizzicava le guance, faceva sbattere le bandiere contro i pennoni e, spingendo con vigore verso l'orizzonte, cominciava a ripulire il cielo aprendo i primi squarci tra le nuvole. L’aria odorava di sale vecchio, di carburante diesel, di caffè bruciato dai baracchini lungo il molo e di alghe portate dalle correnti dal Quarnero. Le gru silenziose si stagliavano contro il profilo grigio della città, mentre il Carso si intravedeva appena, una linea scura e morbida all’orizzonte.La nave Aurora Serenissima era ormeggiata al Molo Bersaglieri: una piccola unità extra-lusso, pensata per chi cerca discrezione assoluta. Solo suite, centocinquanta passeggeri al massimo, ponti in teak chiaro lucidato a mano, ampie vetrate a scorrimento che aprivano ogni singola cabina su terrazze private sospese sul mare, arredi in legno pregiato e tessuti naturali, niente folla, niente animazione rumorosa, niente frastuono con annunci continui o spettacoli serali. Era una crociera per chi vuole silenzio, eleganza, spazi intimi e servizio invisibile: camerieri che comparivano solo quando serviva, ristoranti à la carte senza buffet, spa riservata, biblioteca con libri rilegati in pelle, un bar sul ponte superiore con vista a 360° sul mare e divanetti bassi dove si poteva stare ore senza essere disturbati. Niente megafoni stridenti, niente file disordinate per l’imbarco: solo il rumore sordo delle valigie con le rotelle sui sampietrini lucidi di umidità e il richiamo rauco di un gabbiano che planava basso sopra il Bacino San Giusto.Martina e Livia scesero dal taxi con movimenti sincronizzati, come sempre: ventidue anni di abitudine che rendevano ogni gesto una danza silenziosa.Martina, 42 anni, era alta – quasi un metro e settantotto – con un fisico magro ma ben definito, linee asciutte e nervose, spalle dritte, braccia lunghe e sottili, vita stretta che non aveva mai avuto bisogno di nascondere, fianchi appena accennati, gambe lunghe e dritte che sembravano fatte per camminare ore senza stancarsi. Il seno era bello, quasi abbondante per una zitella come lei: pieno, rotondo, alto nonostante gli anni, con una curva generosa che premeva contro la camicia azzurra di cotone pesante, sempre abbottonata fino al penultimo bottone come per contenerlo, per non farlo notare, per non attirare sguardi che lei non avrebbe saputo gestire. I capezzoli chiari, sensibili al freddo, si intuivano appena sotto il tessuto quando inspirava profondamente, ma lei li ignorava, come ignorava tutto ciò che riguardava il suo corpo oltre la funzionalità quotidiana. La pelle era chiara, quasi traslucida sulle tempie e sul collo, punteggiata da qualche lentiggine leggera sul naso. I capelli castani, lisci e fini, erano raccolti in una coda bassa e severa che lasciava scoperta la nuca pallida e vulnerabile. Il viso era regolare, zigomi alti, occhi castani profondi e seri, labbra sottili che raramente si aprivano in un sorriso ampio. Fisicamente era una donna che passava inosservata non perché fosse insignificante, ma perché sembrava fatta di linee rette, di controllo, di economia di movimento – anche il seno abbondante, che avrebbe potuto attirare sguardi, era nascosto da posture composte, camicie larghe, giacche chiuse.Psicologicamente Martina era un enigma quieto: asessuale e aromantica senza mai averlo dovuto decidere. Il desiderio non aveva mai bussato alla sua porta, né sessuale né romantico. Non c’era stato un momento di “e se…”, né un battito accelerato per qualcuno, né un sogno a occhi aperti di baci o carezze. Il suo cuore non aveva mai conosciuto la fiamma dell’innamoramento, né la fame del corpo. Non era un vuoto: era una pace. Bigotta nel senso più innocente e tradizionale del termine – cresciuta con valori cattolici semplici, letture classiche, una morale lineare e senza sbavature – non aveva mai nemmeno lontanamente contemplato l’idea di una qualsiasi relazione, né per sé né per gli altri: era qualcosa di estraneo, fuori dal suo orizzonte, non condannato con rabbia ma semplicemente non considerato, come un pianeta in un sistema solare diverso. La sua vita emotiva era realizzata altrove – nei libri, nelle conversazioni con Livia, nel piacere di una tazza di tè caldo, nella soddisfazione di un compito ben eseguito. Livia era la sua famiglia elettiva, la sua casa, la sua costante. Non c’era spazio per chiedersi “siamo solo amiche?”. Erano amiche, punto. E questo riempiva ogni angolo del suo cuore.Livia, 41 anni, era un po’ più bassa – un metro e sessantotto abbondante – ma ben fatta, con un corpo morbido e armonioso, senza complessi né eccessi. Seno medio e pieno, vita morbida ma definita, fianchi rotondi che ondeggiavano appena quando camminava, glutei sodi e alti, cosce tornite ma non pesanti. La pelle chiara era punteggiata da lentiggini sparse sul viso, sul décolleté e sulle spalle, dando un’aria fresca e solare anche sotto il cielo grigio di Trieste. I capelli fiammeggianti, rossi naturali con riflessi ramati, erano sciolti e mossi dal vento, incorniciando un viso rotondo, occhi verdi vivaci, labbra piene che sorridevano facilmente. Fisicamente era una donna che attirava sguardi senza cercarli, con una sensualità naturale che lei stessa non notava.Psicologicamente Livia era un’esplosione di luce contenuta: indifferente al sesso per naturale inclinazione. Il desiderio non aveva mai acceso in lei la scintilla che accende gli altri. Le cotte del liceo erano state ammirazioni intense, quasi estatiche, platoniche ma mai accompagnate dal bisogno di possesso, di esclusività romantica, di “essere insieme”. Con Martina il sentimento era diverso: più radicato, più tranquillo, più quotidiano. Livia amava Martina con la stessa naturalezza con cui amava il mare, un buon libro, una giornata di sole. Non c’era gerarchia romantica: Martina non era “la prescelta”, era semplicemente la persona più importante, la compagna di vita senza bisogno di etichette. Non c’era mai stato un momento in cui Livia si era chiesta “e se la amassi diversamente?”. La domanda non aveva senso. L’amore che provava era già completo nella sua forma attuale: caldo, affidabile, giocoso, protettivo. Il suo cuore non aveva mai conosciuto la fame romantica perché non ne aveva bisogno. Era già sazio di affetto diffuso, di complicità quotidiana, di abbracci che duravano minuti interi senza chiedere di più. Il loro legame era un’isola: un cerchio perfetto, chiuso, autosufficiente. Non c’era triangolo amoroso latente, non c’era tensione “e se”, non c’era spazio per un terzo che potesse “entrare”. Erano due donne che si erano scelte come famiglia elettiva, senza bisogno di innamorarsi, senza bisogno di “fare coppia”. L’amore che le univa non aveva fame, perché era già sazio di sé. Non si erano mai dette “ti amo” nel senso romantico, perché non serviva. Il “ti amo” era implicito in ogni abbraccio, in ogni sguardo complice, in ogni silenzio condiviso. Non c’era bisogno di parole grandi quando il sentimento era piccolo, quotidiano, costante.Pagato il tassista – un uomo anziano con baffi bianchi e accento carsico che le salutò con un cenno gentile – rimasero ferme un attimo davanti alla passerella. La nave sembrava respirare piano: un leggero rollio, il rumore metallico delle bitte che cigolavano contro le cime, il suono distante di un verricello che tirava su una cassa dal ponte inferiore. Martina alzò lo sguardo verso le finestre delle suites al ponte superiore: vetri fumé, tende di lino chiaro che ondeggiavano appena per l’aria condizionata. Poi guardò Livia.«Siamo sicure?» chiese, con quel tono mezzo serio mezzo ironico che usava quando stava per fare qualcosa di nuovo, come se volesse prendersi in giro prima che lo facesse qualcun altro.Livia rise, una risata breve e luminosa che spezzò il grigiore del mattino. Le diede una leggera spallata, il solito gesto affettuoso che significava “smettila di pensare troppo”. «Siamo sicure di non essere sicure. Ma è proprio questo il bello, no? Sette notti, sei giorni pieni. Trieste–Venezia–Napoli–Grecia. Niente rompi, solo mare, prosecco e calli da perdersi dentro. E noi due, come sempre.»Martina sorrise, un sorriso piccolo ma vero, di quelli che riservava solo a Livia. Si presero sottobraccio, come facevano da ventidue anni, e salirono la passerella. Il legno chiaro sotto le suole delle scarpe sembrava caldo, quasi vivo.La hostess all’ingresso – tailleur blu navy, sorriso professionale ma gentile – porse loro le chiavi elettroniche con un gesto fluido. «Suite 412, signore. Benvenute a bordo. La vostra terrazza privata è già pronta, con sdraio e plaid. Se avete bisogno di qualsiasi cosa, chiamate pure.»Salirono in ascensore in silenzio. Quando la porta della suite si aprì con un click morbido, entrambe rimasero immobili sulla soglia. Non era una cabina, ma un piccolo appartamento. Un salotto con un divano in velluto grigio cenere e due poltrone in pelle scura, una scrivania in noce appoggiata di lato e, in fondo, una parete intera di vetro che si apriva su una terrazza privata sospesa sul mare, quasi grande quanto il salotto stesso.La luce del pomeriggio avanzato inondava ogni cosa, tingendo l'ambiente di oro e rosa mentre il sole cominciava a scendere sul golfo. «Oh...» fu l'unica sillaba che uscì dalla bocca di Livia.Martina camminò come in trance verso la finestra. Il mare era lì, a portata di mano, infinito. Si sentì piccola, esposta, eppure incredibilmente al sicuro in quella bolla di lusso.«Ma... dove mettiamo le cose?» chiese Livia, rompendo l'incantesimo, già con lo sguardo pratico rivolto alle due valigie rigide che il maggiordomo aveva appena sistemato con discrezione vicino all'armadio.Quella fu la loro cerimonia di insediamento. Aprirono le valigie sul letto matrimoniale impreziosito da una trapunta in seta grigia. L'odore di naftalina e di casa si mescolò al profumo neutro e pulito della stanza. Iniziarono a tirare fuori i capi, uno per uno. Erano gli stessi vestiti di sempre, ma lì, in quel contesto, sembravano appartenere a persone diverse.«Questo,» disse Livia, tenendo in alto un abito nero, lungo e semplice, «è per la cena di gala del capitano. Dovremo assolutamente andarci.»«E questi?» chiese Martina, tirando fuori una confezione di pantaloni di lino beige, ancora impeccabili nella loro busta di plastica.«Per le escursioni. A Mykonos, a Santorini... non possiamo certo girare in gonna. Ci sono anche i pantaloncini corti, li hai presi?»Martina li cercò e li trovò, un paio di capri khaki e un paio di bermuda bianchi. «Questi sono perfetti. Pratici.»Man mano che i vestiti trovavano posto nella capiente cabina-armadio, i loro commenti diventavano una sorta di mappa dei desideri inespressi. Indicavano i bikini, mai usati se non per una rapida tintarella in giardino, e li appendevano con una nuova consapevolezza.«Qui potremmo davvero fare un bagno all'alba,» sussurrò Livia.Martina annuì, immaginandolo per la prima volta non come un'ipotesi, ma come un'eventualità concreta.Una volta sistemate, Livia si stiracchiò. «Bene, ora la doccia e poi cena. Mi sento ancora tutta impolverata dal viaggio.»Andarono in bagno. La stanza era un trionfo di marmo venato di grigio, con grandi specchi riscaldati e un assortimento di asciugamani di spugna così spessi che sembravano coperte. La doccia era una grande cabina in cristallo trasparente, dotata di due ampi soffioni a soffitto che promettevano una pioggia calda e rigenerante.Si spogliarono senza fretta, lasciando cadere ogni capo, dalle camicie alla biancheria intima, nel grande cesto di vimini scuro. La luce calda dei faretti incassati ne illuminava la nudità, mentre le grandi pareti a specchio riflettevano le loro figure, restituendo il contrasto tra due fisicità profonde e diverse.Martina rivelava linee asciutte e nervose, con le spalle dritte, le braccia lunghe e sottili e la vita stretta. Il seno, pieno e rotondo, mostrava una curva generosa che premeva alta, protesa in avanti, con i capezzoli chiari che si tesero appena al fresco della stanza. Più in basso, la pancia piatta sfumava in un fitto sottobosco di peluria scura, un intrico ombroso e compatto che nasceva dal pube e si estendeva in onde dense e vellutate fino alla piega segreta tra le natiche – un manto primordiale, selvaggio, mai sfiorato da rasoi o cerette, cresciuto indisturbato come erba in un bosco dimenticato, parte di un corpo che non aveva mai sentito il bisogno di svelarsi o addomesticarsi.Accanto a lei, l'immagine di Livia mostrava una fisicità più morbida e armoniosa, priva di eccessi. Il seno medio e pieno assecondava la linea di una vita definita che si allargava verso fianchi rotondi, glutei sodi e alti, e cosce tornite. La pelle chiarissima, ovunque punteggiata da quella costellazione di lentiggini che dal décolleté scendeva lungo le spalle, accoglieva il vapore che iniziava a condensarsi sui vetri. La sua nudità svelava un velo di peli rossi, luminosi e leggeri, un prato soffice e ramato che fioriva intorno al pube in ciocche vaporose e calde, diradandosi in fili sottili e danzanti verso l’interno coscia e sfumando dolcemente nella piega tra le natiche – un riflesso vivo e giocoso dei suoi capelli, un fuoco quieto che ardeva sotto la pelle, mai domato, parte di un corpo che lei viveva con serenità assoluta, come se ogni ciocca fosse un piccolo bagliore naturale.I loro corpi raccontavano storie parallele, svelando un'intimità rimasta intatta in una sorta di giovinezza sospesa, lontana dalle tempeste del desiderio estraneo. Martina era fatta di linee rette e controllo; Livia era morbidezza, curve calde e luce diffusa.Entrarono insieme sotto il doppio getto, lasciando che l'acqua calda cominciasse a scorrere sulla pelle e che il vapore, denso e profumato di pino marittimo, le avvolgesse in una nebbia protettiva, isolandole dal resto della nave.Livia prese il flacone del bagnoschiuma e ne versò una noce generosa sul palmo, facendolo schiumare tra le mani. Poi, con un movimento naturale, si voltò verso l'amica per lavarle la schiena. Le sue mani scivolarono sulla pelle bagnata di Martina con cerchi lenti e regolari, partendo dalla base del collo fino alla curva della vita. Era un gesto di cura antico e familiare, lo stesso affetto semplice e protettivo che da ventidue anni legava le loro vite come quelle di due sorelle. Martina chiuse gli occhi, abbandonando le spalle e lasciando cadere la testa in avanti sotto il flusso dell'acqua, accogliendo quel calore che era l'unica vera costante della sua vita. Poi fu il suo turno di ricambiare, massaggiando le spalle di Livia e aiutandola a sciacquare i lunghi capelli fiammeggianti. Scherzarono a bassa voce, ridendo del fatto che con i capelli appiccicati al viso sembravano due annegate scampate a un naufragio, e la loro risata rimbalzò contro le pareti di marmo, limpida e pulita.Uscite dalla cabina di cristallo, si avvolsero nei grandi accappatoi di spugna bianca. Avevano le guance rosse per il calore e la pelle che profumava di buono.Mentre finivano di prepararsi, la nave emise un fischio profondo, sordo, che fece vibrare leggermente i vetri della suite. I motori iniziarono a pulsare sotto i loro piedi con un battito regolare. L'Aurora Serenissima si stava staccando dal Molo Bersaglieri, lasciandosi dietro Trieste e puntando la prua verso il mare aperto.Per cena, Martina scelse un abito a camice color blu notte, mentre Livia ne indossava uno verde smeraldo. Si guardarono allo specchio della suite, compiaciute.«Sembriamo due persone normali,» disse Martina, con un sorriso stranito.La cena nel ristorante principale fu un delirio di sapori e vini pregiati. Pur rimanendo nel loro angolo protetto vicino alla vetrata, avvolte da quel servizio invisibile e impeccabile, assaporarono piatti dai nomi complessi e calici che esaltavano ogni portata, muovendosi con cautela in quel mondo così distante dalla loro quotidianità.Il dopo cena le aveva portate sul ponte superiore, mentre la nave scivolava silenziosa nel buio dell’Adriatico. La sera era ormai molto inoltrata e il cielo si era trasformato in un immenso manto nero e liquido, una volta scura che si fondeva con l'oscurità del mare all'orizzonte, interrotta solo dal riflesso delle stelle sull'acqua. Non cercarono nessuno; si sedettero su due divanetti bassi vicine vicine, con un ultimo calice di prosecco freddo in mano, parlando del prezzo che avevano pagato, di quanto fosse strano trovarsi lì e di come il mare facesse sembrare tutto più leggero.Poi, senza motivo apparente, Livia aprì le braccia. Martina ci entrò subito, come sempre. Fu un abbraccio fraterno lungo, forte, con il mento di Livia appoggiato sulla testa di Martina, le mani che accarezzavano piano la schiena in cerchi lenti. Rimasero così per minuti interi, immobili, ascoltando solo il rumore del mare sotto lo scafo.«Lo sai che questi abbracci sono l’unica cosa che mi fa sentire davvero a casa, vero?» mormorò Livia.Martina annuì contro il suo petto. «Lo so. E per me è lo stesso.» Poi aggiunse piano, quasi sussurrando: «Domani siamo a Venezia. Sarà bello andare per calli, perdersi tra i ponti piccoli, salire su un vaporetto e guardarci il Ponte di Rialto da sotto, con il vento in faccia e te seduta vicino.»Livia sorrise, strinse un po’ di più l’abbraccio. «Sì. Solo noi due, come sempre. Niente fretta, niente programma. Solo calli, vaporetti e magari un caffè in un campo nascosto.»Finirono i loro calici di prosecco lentamente, assaporando le ultime bollicine mentre le luci della costa si allontanavano sempre più. Più tardi, quando il fresco della notte si fece più pungente, un cameriere in divisa bianca si avvicinò silenzioso per portare via i bicchieri vuoti. Con un tempismo perfetto, quasi avesse indovinato il loro bisogno di calore, tornò poco dopo depositando sul tavolino di cristallo due tazze di camomilla fumante.Livia si appoggiò allo schienale, stringendo le mani intorno alla ceramica calda e osservando i dettagli della zona piscina illuminata da luci soffuse e calde che si potevano specchiare nell'acqua. «Hai fatto caso ai lampadari della sala da pranzo, Martina? Quello non era vetro comune. Erano gocce di Murano pesantissime. Credo che solo l’arredamento di quel salone costi più del nostro intero condominio a Bologna.»Martina sorrise, godendosi il tepore della tazza. «E la moquette nei corridoi? I piedi affondano così tanto che sembra di camminare sulle nuvole. Ma la cosa che mi impressiona di più non sono gli oggetti. Sono le persone.»Tornarono a commentare i frammenti di conversazioni intercettati a cena. Livia sussurrò imitando il tono impostato di una signora seduta poco distante: «“Caro, per le Cicladi quest'anno ho preferito non muovere lo yacht, troppi problemi con l'equipaggio, questa linea boutique è così squisita…” Te ne rendi conto? Parlano di yacht come noi parleremmo del rinnovo dell'abbonamento dell'autobus.»«E l'uomo d'affari dietro di te?» aggiunse Martina, abbassando ancora di più la voce. «Discuteva al telefono di una svalutazione azionaria a Hong Kong mentre si lamentava che il caviale Beluga non fosse alla temperatura corretta. Due gradi in più, diceva. Due gradi! Io non sapevo nemmeno che il caviale avesse una temperatura ideale. Mi sento un’intrufolata, Livia. Questa gente vive in un pianeta parallelo, dove i problemi reali non esistono e tutto si misura in base alla rarità di ciò che si possiede.»Livia guardò un gruppo di passeggeri poco più in là: donne con collier di diamanti che riflettevano le luci del ponte e uomini in smoking sartoriali che parlavano di aste d'arte a Londra, sorseggiando cognac invecchiati. Il rango di quelle persone traspariva da ogni gesto, da quella sicurezza di chi è abituato a muoversi in un mondo di privilegi esclusivi.«È un rango a cui non apparteniamo e che, sinceramente, non mi fa invidia», disse Livia, tornando a guardare l'amica. «Però devo ammettere che questo isolamento dorato ha un suo fascino. Qui dentro tutto è progettato per cancellare lo sforzo. Ti aprono le porte, ti anticipano i pensieri, ti cullano. È un lusso sfacciato, ma ci permette di stare noi due da sole, senza il rumore del mondo vero di sotto.»Martina posò la tazza e si strinse nelle spalle, lo sguardo fisso sulla scia bianca che la nave lasciava dietro di sé. «Vedi, Livia... tutta questa gente ostenta certezza. Sembra che abbiano pianificato ogni singolo dettaglio della loro esistenza, come se tutto fosse dovuto, tutto scontato. A me questo lusso fa quasi paura. Mi fa pensare a quanto siamo piccole noi, che non abbiamo mai voluto rischiare nulla per non rompere il nostro equilibrio.»Livia si voltò verso di lei, colpita da quella nota di vulnerabilità. Le prese una mano, accarezzandole il dorso con il pollice. «Perché dici così? Il nostro non è un ripiego. Abbiamo una vita pulita, senza le complicazioni e i drammi che vediamo in giro. Ci siamo fedeli l'un l'altra, nel nostro affetto, e siamo fedeli a noi stesse. Non è forse questo il modo giusto di vivere?»Martina sospirò, riguardando le luci lontane della costa che sfilavano come una striscia dorata sull'acqua sempre meno visibile. «Sì, è il nostro modo giusto. Ci basta e ci protegge. Però, guardando questo mare immenso, stasera mi viene un dubbio strano. E se la vita non fosse così scontata come crediamo? Se ci fosse una bellezza diversa, che non abbiamo mai voluto vedere solo per paura di complicarci le cose? Forse essere fedeli a se stessi non significa per forza chiudersi in una fortezza.»Livia la guardò intensamente, sorpresa da quella riflessione. Ma invece di contraddirla, sorrise, stringendole le dita. «Se anche fosse, Martina, siamo insieme. Se questo viaggio deve mostrarci qualcosa di nuovo, lo vivremo insieme, alla nostra maniera. Finché ci saremo noi due a sostenerci, niente potrà davvero ferirci.»Martina ricambiò la stretta, sentendo il petto alleggerirsi. Finirono la camomilla in silenzio, ascoltando il battito regolare dei motori. Poco dopo si alzarono, pronte a scendere nella loro cabina per riposare. Erano felici, unite, e aperte all'idea che quel viaggio fosse solo una bellissima pagina bianca ancora tutta da scrivere. Sapevano solo che la mattina dopo si sarebbero svegliate a Venezia, pronte a camminare per calli e a godersi la bellezza della città, una tappa alla volta, nell'unico modo che conoscevano: insieme.
Visualizzazioni: 325
Aggiunto: 1 giorno fa
Utente:
Tag:
turiste


Commenti · 0