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Saldare i debiti: sissy femboy si concedere per un'amica

Saldare i debiti: sissy femboy si concedere per un'amica

Mi chiamavo Fabio, e a quel tempo avevo appena iniziato a farmi chiamare Fabiola. Avevo ventidue anni e da quando ero arrivato nella città universitaria, lontano dalla mia famiglia perbenista e bigotta, avevo finalmente trovato il coraggio di dare sfogo alla mia sessualità. Mio padre, un uomo razzista e retrogrado che mi aveva sempre criticato per i miei modi affettati, per la mia voce squillante, per il modo in cui camminavo, mi aveva comprato un appartamento per permettermi di studiare fuori sede, ignaro di cosa ci avrei fatto dentro.L'appartamento era mio, ma avevo deciso di affittare una stanza a Giulia, una ragazza di ventisei anni fuori corso che passava le giornate tra libri mai aperti e canne sul balcone. Le facevo pagare un affitto ridicolo, quasi simbolico, e lei me ne era grata. Quel denaro che mi dava, insieme ai risparmi che facevo, lo investivo tutto in corpetti di pizzo, tacchi vertiginosi, vestitini attillati che lasciavano ben poco all'immaginazione, e trucchi costosi che trasformavano il mio viso androgino in qualcosa di sfacciatamente femminile.Giulia aveva un problema. Doveva del denaro a uno spacciatore del quartiere, un uomo nero, alto e nerboruto che avevo intravisto qualche volta nelle serate in cui tornava a casa con gli occhi lucidi e l'odore di erba impregnato sui vestiti. Si chiamava Kone, o almeno così lo chiamavano tutti. Era muscoloso, con braccia spesse, cosce da atleta e spalle che riempivano una stanza.Un sera Giulia tornò a casa agitata. «Fabio, devo chiederti una cosa assurda» disse, accendendosi una sigaretta con le mani tremanti. «Kone ha detto che mi cancella il debito. Ma ha una condizione».Mi girai verso di lei, ancora con il rossetto rosso fresco sulle labbra. «Quale?»«Vuole... vuole scoparti. Ti ha vista qualche volta, vestito da donna. Dice che se gli dai una serata, il debito è saldato».Sentii un brivido percorremi la schiena, fino a insinuarsi tra le cosce. Non era paura. Era desiderio. Avevo visto Kone diverse volta, in una era venuto a bussare alla porta, con la sua canottiera nera attillata sui pettorali scolpiti, i pantaloni bassi sui fianchi stretti, quel modo di muoversi da predatore. E ora mi veniva offerto su un piatto d'argento.«Ci vado» dissi semplicemente.Giulia mi guardò sbalordita. «Davvero? Fabio, è pericoloso. Lui vive in un posto di merda, abusivo, pieno di spacciatori. E lui... lui è grosso, potrebbe farti male».«Non mi farà male» risposi, sentendo già il mio sesso irrigidirsi sotto i jeans. «E poi, non sono Fabio. Quando mi vesto così, sono Fabiola. E Fabiola vuole andare».Passai ore davanti allo specchio. Cosparsi la mie pelle glabra di profumo, lasciandola liscia come seta. Indossai un perizoma di pizzo nero che scompariva tra le natiche tonde, poi tirai su le autoreggenti nere, quelle che arrivavano a metà coscia con il bordo in pizzo che mi mordeva la carne. Mi infilai l'abito succinto rosa shocking, quel vestitino cortissimo che mi arrivava appena sotto il culo, aderente come una seconda pelle, con lo scollo profondo che lasciava intravedere il petto piatto e delicato. Ai piedi misi i tacchi pump dello stesso colore rosa shocking, quelli con la punta chiusa e il tacco a spillo che mi facevano alzare di quondici centimetri, costringendomi a camminare con quel passo ondeggiante che adoravo. Truccai gli occhi con eyeliner nero spesso e ombretto glitterato, le labbra le dipinsi di un rosso porpora lucido e appiccicoso.Quando guardai il riflesso, vidi una Barbie sexy. Una bambola voluttuosa con le gambe lunghe avvolte nelle autoreggenti nere, il sedere prominente sotto l'abito rosa, il viso da troietta pronta a servire.Uscii di casa e presi l'autobus che mi avrebbe portato nel quartiere malfamato dove Kone viveva. Era sera, l'illuminazione gialla dei lampioni entrava dai finestrini. Mi sedetti sui sedili posteriori, incrociando le gambe, sentendo gli sguardi degli altri passeggeri su di me. Un uomo con una felpa nera e il cappuccio tirato su mi osservava dal sedile di fronte, gli occhi che scendevano lungo le mie cosce nere con un calcolo freddo, clinico, come se stesse valutando quanto potevo costare. Due maranza salirono alla fermata successiva, ubriachi, con gli occhi vitrei. Mi sentivo osservata, desiderata, esposta. Il cuore mi batteva forte nel petto, un misto di timore e di eccitazione per quella vulnerabilità. Ero una troia in autobus, diretta a farmi scopare da uno spacciatore nero, e ogni sguardo che mi divorava mi confermava nella mia scelta.Scesi alla fermata giusta e camminai sui tacchi rosa che ticchettavano sull'asfalto rotto. Il quartiere era fatiscente, con edifici occupati abusivamente e finestre sbarrate. Trovai il palazzo dove Kone viveva. Il portone aperto e le scale interne arrugginite.Bussai alla porta che mi era stata indicata da Giulia. Si aprì quasi immediatamente. Kone mi guardò dall'alto in basso, con un sorriso lento che mostrava denti bianchissimi contro la pelle scura. «Cazzo, sei ancora più troia di quello che pensavo» disse. Mi afferrò per il polso prima ancora che potessi rispondere, le sue dita grandi e calde si chiusero come una morsa di ferro, e mi tirò dentro con uno strattone che mi fece inciampare.L'appartamento era piccolo, sporco, con materassi per terra e poche suppellettili. Puzzava di marijuana e sudore maschile. Intorno a me, i resti di una serata: bottiglie vuote e posaceneri traboccanti. Ma non mi interessava il luogo. Mi interessava lui, la sua massa imponente, il modo in cui la canottiera si tendeva sui pettorali, il rigonfiamento già visibile nei pantaloni della tuta.«Come ti chiami, che non lo ricordo» disse, chiudendo la porta a chiave.«Sono Fabiola» mormorai, con voce tremante di eccitazione.«Fabiola» ripeté, assaggiando il nome sulla lingua. «Sei una bambola bianca per cazzo nero. Vieni qui».Mi afferrò per i fianchi con mani enormi, le dita che si chiudevano completamente attorno alla mia vita sottile. Mi baciò con una violenza che mi tolse il respiro, la sua lingua grossa che si insinuava nella mia bocca, esplorando, dominando. Potevo sentire il suo odore, muschiato e maschile, che mi riempiva le narici.Mi spinse in ginocchio. «Toglili» ordinò, indicando i suoi pantaloni.Le mie mani tremavano mentre gli abbassavo la tuta. Il cazzo, che balzò fuori sbattendomi sul mento e lasciandoci una striscia di precum, mi fece sussultare. Era enorme, nero come il carbone, con le vene che pulsavano lungo l'asta spessa. La cappella era lucida e umida, un odore salato e intenso che mi fece girare la testa.«Hai mai succhiato un cazzo nero, puttanella?» chiese, afferrandomi per i capelli con una mano.«No» ammisi, la voce roca.«Inizia. E usa la lingua come una brava troia».Aprii la bocca e lo presi dentro. Era così grosso che dovetti spalancare la mascella fino a farmi male, le labbra che si tendevano attorno alla circonferenza. Iniziai a succhiare con avidità, muovendo la testa avanti e indietro, cercando di prenderne sempre di più. Il sapore era salato, muschiato, potentemente maschile. Lo sentivo pulsare sulla mia lingua, duro come il ferro ma caldo e vivo.Kone gemette sopra di me, stringendomi i capelli e guidando i miei movimenti. «Sì, così, piccola troia. Succhia questo cazzo nero. Guarda come ti piace, sei fatta per questo».Poi mi prese per la testa con entrambe le mani e iniziò a spingere. «Ora ingoia tutto, troia. Sbavalo».Il cazzo enorme prese a scendere nella mia gola, spingendosi oltre il punto di resistenza. Ebbi un riflesso faringeo, ma lui non si fermò. Continuò a spingere, affondando fino alle palle, il suo ventre che premeva contro il mio viso, il mio naso che affondava nei suoi peli pubici. Non potevo respirare, le lacrime mi rigavano il viso, il trucco che colava sulle guance. Ero completamente piena, la gola dilatata intorno a quel cazzo nero enorme, le labbra che toccavano la base dell'asta.«Cazzo, che gola» ringhiò Kone, tenendomi ferma. «Tienilo, troia. Tienilo tutto».Rimasi così per secondi interminabili, con quel cazzo che mi bloccava la trachea, sentendo i battiti del suo cuore attraverso l'asta che pulsava nella mia gola. Poi tirò indietro, facendomi uscire il cazzo con un suono viscido di saliva, e io annaspai, tossendo, il viso bagnato di lacrime e bava.«Adesso tocca a te, troia» ringhiò. «Voglio sentire quella lingua bianca sul mio culo nero».Mi spinsi all'indietro, guardandolo negli occhi mentre lui si girava. Si abbassò i pantaloni fino alle ginocchia, piegandosi leggermente in avanti e appoggiandosi al muro sporco. Il suo culo era muscoloso, due emisferi neri e potenti, le natiche sode e leggermente sudate. Mi avvicinai con il cuore che martellava, sentendo l'odore intenso che emanava da lui, quel profumo salato e muschiolo di maschio attivo che mi fece girare la testa.«Leccalo» ordinò, voltando la testa per guardarmi con occhi di fuoco. «Spalma quella lingua da troia sul mio buco».Mi inginocchiai dietro di lui, con i tacchi rosa ai piedi e le ginocchia piantate sul pavimento sporco, e avvicinai il viso alle sue natiche. Il calore che emanava era incredibile, la pelle scura e liscia che si tendeva sui muscoli. Stesi la lingua e leccai, partendo dalla base delle natiche e risalendo lentamente verso la fessura. Il sapore era intenso, salato, il gusto puro di un uomo sudato. Gemetti contro la sua pelle, affondando il viso tra le sue chiappe, le mani che gli afferravano le cosce nerboruteIniziai a leccare con avidità, la lingua che si insinuava nella fessura, cercando il buco. Quando lo trovai, lo circondai con la punta umida, lambendolo in cerchi concentrici, sentendo i peli ruvidi che mi grattavano la lingua. Kone gemette sopra di me, una mano che si portava al cazzo per masturbarsi mentre io lo leccavo.«Cazzo, sì» ringhiò. «Leccami il culo, piccola troia bianca. Mettici dentro la lingua, tutta».Obbedii, spingendo la lingua dentro il suo buco, sentendo la muscolatura che si contraeva attorno a me. Leccavo con movimenti profondi, entrando e uscendo, bagnandolo completamente con la mia saliva. Il mio viso era premuto tra le sue natiche, il naso che affondava nella sua pelle, l'odore che mi ubriacava.Poi Kone si staccò dal muro. «Sul letto» ordinò. «Ti voglio in ginocchio».Si spostò verso il letto e si sdraiò supino sopra di esso, si portò le ginocchia verso il petto, sollevando il bacino. La posizione era ancora più esplicita: le ginocchia sollevate, premute sull'ampio torace, le natiche nere ben divaricate, il buco scuro e umido che mi guardava. Era completamente esposto, vulnerabile, eppure dominante nella sua potenza.«Vieni» ordinò, voltando la testa verso di me. «Leccami il culo così».Mi avvicinai da dietro, inginocchiandomi tra le sue gambe divaricate. Da quella posizione potevo vedere tutto: il buco che si contraeva leggermente, le palle pesanti che pendevano da sopra, il cazzo duro che premeva contro il suo ventre.Affondai il viso tra le sue natiche, stendendo la lingua e leccando dall'alto verso il basso, partendo dalle palle e scendendo fino al buco. Kone gemette forte, le dita che affondavano nel materasso. Iniziai a leccare il buco con movimenti circolari, la punta della lingua che premeva contro l'apertura, cercando di entrare.«Sì, così» ansimava lui.Risalii con la lingua, bagnando tutta la fessura, poi tornai a concentrarmi sul buco, spingendo dentro con insistenza. La lingua entrava e usciva, leccando le pareti interne, sentendo il sapore intenso e salato di lui. Ero completamente sottomessa, una bambola in rosa inginocchiata che leccava il culo di un delinquente negro. Cosa poteva esserci di più umiliante? Di meno maschile? E la cosa mi eccitava da morire.Pensai a mio padre, a come avrebbe reagito vedendo suo figlio, vestito come una mignotta da marciapiede, perdipiù rosa, affondare la faccia tra le natiche nere di uno spacciatore, leccare il suo buco grinzoso come una schiava sessuale. Avrebbe urlato, sputato veleno razzista, avrebbe negato di avermi generato. E io, mentre la mia lingua scivolava dentro il buco di Kone, mentre sentivo il suo sapore sul palato, desideravo solo andare più a fondo, offrirgli tutta me stessa.«Basta» ringhiò Kone, tirandosi su. «Ora tocca a me. Girati».Mi girai, appoggiandomi sul pavimento coi gomiti, con il sedere in alto. L'abito rosa era talmente corto che risalì da solo sulla schiena. Lui, con le sue grandi mani, mi strappò via il perizoma con un colpo secco. Ero completamente esposta, con il buco che si contraeva nell'aria fredda, bagnato della mia eccitazione.«Ora ti scopo» annunciò semplicemente.Sentii la cappella grossa premermi, cercare ingresso. Urlai quando entrò, un suono acuto e femminile che riempì la stanza. Era enorme, ogni spinta mi sconquassava e mi dilatava. Sentivo il suo cazzone nella pancia. Kone iniziò a scoparmi con ritmi lenti e potenti, ogni spinta che mi faceva scivolare in avanti. Le sue mani mi tenevano i fianchi stretti, le dita che affondavano nella mia pelle bianca lasciando segni rossi. Poi alzò una mano e mi sferrò una sculacciata violenta, il suono secco echeggiò nella stanza, il dolore mi bruciò la carne del culo già teso.«Guarda» ringhiava, «tuo padre sarebbe orgoglioso, eh?».Pensai di nuovo a mio padre, al suo viso violaceo per l'ira se avesse potuto vedermi in quel momento. Le gambe divaricate, i tacchi pump rosa ancora ai piedi, il trucco sbavato, un uomo nero che mi penetrava con forza brutale dopo che io gli avevo leccato il culo in ginocchio e ingoiato il suo cazzo fino alle palle. Avrebbe avuto un infarto. E io, mentre il cazzo di Kone mi premeva sulla prostata, sentendo le sue grandi palle che sbattevano contro le mie, mosce, desideravo solo che durasse per sempre. Il piacere e la vergogna si mescolarono in modo estremamente stimolante. Ebbi ripetuti orgasmi.«Più forte» implorai con la voce rotta dal piacere. «Scopami più forte, ti prego».Kone accelerò, trasformandosi in una macchina per sbattere checche come me, ogni spinta mi faceva tremare le gambe in modo incontrollato. La stanza si riempì del rumore del suo basso ventre duro che sbatteva forte contro il mio culo, venne inondata dai miei gemiti acuti e dai suoi ringhi selvaggi.Mi afferrò i capelli biondi, tirandomi indietro la testa con una forza bruta. La mia bocca si spalancò in un grido muto, la lingua penzolava fuori involontariamente, bagnata. Gli occhi mi si rivoltarono all'indietro, il bianco spuntava da sotto le palpebre tremanti, mentre la bava mi colava dagli angoli delle labbra insieme al rossetto sbavato.Ero completamente persa, la testa piegata all'indietro incapace di controllo, gli occhi persi nel vuoto con solo il bianco visibile, la lingua fuori che luccicava di saliva. Il mio trucco costoso era sbavato sulle guance in strisce grottesche, ero una puttana sfatta. La bava mi colava sul mento, gocciolando sul pavimento sporco mentre ansimavo con la bocca spalancata in quella espressione idiota e assoluta di piacere animalesco.Il suo cazzo nero continuava martellarmi facendo sbattere le mie natiche bianche e molli. «Guarda come sei ridotta, puttana». Non potevo dire nulla, solo ansimare, la mia mente era spenta, ero solo a un buco da fottere.Kone, da dietro, mi dava degli schiaffi sulla guance bagnata di bava.Non avrei voluto essere da nessun'altra parte.Quando venne, lo sentii dentro di me, caldo e denso, che mi riempiva completamente. Gemette come un animale, affondando fino alle palle e rimanendomi dentro, pulsante.Crollai sul pavimento, sfinita, con il culo che bruciava e il cuore che batteva all'impazzata. Kone si sedette sul letto, accendendosi una canna, il sudore che gli lucidava la pelle nera.A carponi, le mani che scivolavano sulla polvere del pavimento, mi avvicinai a lui in quella posizione umiliante, da animale domestico. Strisciai sul pavimento con le autoreggenti strappate e il vestito rosa in ancora sollevato, con la schiena inarcata. Mi avvicinai ai suoi piedi, alle sue calze bianche sporche e sudate, il respiro affannoso.Mi guardò dall'alto mentre io ero lì, in ginocchio, adorante e svergognata. Poi inclinò il capo, mi prese per il mento con due dita, e mi soffiò il fumo dolciastro in faccia, costringendomi a tossire e ad annusare l'odore di quella sostanza che mi faceva sentire ancora più sporca, ancora più sua.«Giulia è a posto» disse, soffiandomi il fumo in faccia. «Ora però devi andare, troia. Questo non è fottuto albergo.Mi alzai a fatica, le gambe che tremavano, il seme che colava lungo le cosce bagnando le autoreggenti nere. Mi sistemai l'abito rosa con mani incerte, sentendo il tessuto leggero che mi scivolava addosso, sporco di polvere e di sudore. Non ebbe pietà. Non mi diede nemmeno un fazzoletto, nemmeno il tempo di raccogliere la dignità che avevo lasciato in quella stanza insieme alle mutandine strappate. Mi afferrò per un braccio e mi tirò via, spingendomi verso la porta.«Forza, muoviti» ringhiò, aprendo la porta e spingendomi fuori quasi con violenza. «La serata è finita. Torna a casa tua, bambola».Mi ritrovai sulle scale esterne, nel buio pesto, con il freddo della notte che mi colpiva la pelle nuda delle cosce. La porta si chiuse dietro di me con un tonfo secco, lasciandomi sola in quel quartiere malfamato, con il trucco sfatto, che mi faceva sembrare un clown, le autoreggenti smagliate, di cui una strappata all'altezza del ginocchio, il culo che bruciava e colava del suo seme.Iniziai a scendere le scale sui tacchi rosa, faticavo a reggermi in piedi. Il quartiere era deserto. Passai davanti a un gruppo di ragazzi che mi fissarono, ridacchiando tra loro, urlando qualcosa. Ero un miraggio grottesco in quel posto di merda: una Barbie rosa e nera che camminava a mezza notte tra cumuli di spazzatura e auto abbandonate.Il freddo mi entrava sotto l'abito corto, facendomi rabbrividire. Il mio riflesso apparve in una vetrata sporca: sembravo una puttana usata e gettata via, il rossetto sbavato, l'eyeliner che mi correva sulle guance a formare strisce nere, i capelli arruffati, gli occhi lucidi di una follia appena soddisfatta.Camminai per strade che non conoscevo, cercando la fermata dell'autobus, i tacchi che ticchettavano sull'asfalto rotto e sporco di vetri. Ogni passo mi ricordava quello che avevo appena fatto, il bruciore che persisteva, l'odore di lui che ancora mi impregnava la pelle. Mi sentivo usata, sporca, eppure stranamente viva, più reale di quanto non fossi mai stata in tutta la mia vita da figlio perbene di famiglia borghese.Finalmente trovai una fermata, un palo arrugginito con un cartello sbiadito. Mi sedetti sulla panchina di plastica rotta, incrociando le gambe, sentendo il seme che continuava a colare, bagnandomi le mutandine. Aspettai l'autobus che mi avrebbe riportato a casa, al mio appartamento comprato da mio padre, dove Giulia stava probabilmente fumando una canna.Guardai le luci lontane della città, il buio che mi avvolgeva come una coperta sporca. E sorrisi, nonostante tutto, nonostante il freddo e il dolore e la sporcizia. Perché in quella notte, in quel quartiere malfamato, buttata fuori come una troia usata, mi ero sentita finalmente me stessa. Ero Fabiola. Ero nata per questo.
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