Mi chiamo Cristina, ho 36 anni, sono di Torino, sposata e con mio marito ho gestito un negozio di abbigliamento in centro a Perugia per una decina di anni. Avevamo un bel giro di clienti e le cose andavano bene, fino al sopraggiungere di questa maledetta crisi. Ci siamo visti prima costretti a diversificare l'offerta e poi a licenziare la commessa. È stato un trauma dover dire a Manuela di restare a casa; è stato davvero difficile, era come una figlia. Abbiamo cercato di farla venire solo qualche ora, ma non c'era lavoro e i debiti si accumulavano. Poco alla volta abbiamo usato tutti i risparmi sperando che qualcosa cambiasse, che la situazione migliorasse, e quindi siamo arrivati a un bivio. Una sera Marco, mio marito, mi disse, quasi piangendo: «Dobbiamo chiudere, Cristina, non c'è altro da fare». La sua voce era resa roca dalla commozione. Io così gli proposi la mia idea: «Guarda» gli dissi «abbiamo ancora il magazzino, potremmo chiedere un prestito fino al valore del magazzino stesso e darlo come garanzia»... così facemmo, ma le banche ci rifiutarono il prestito e noi, stupidamente, ne parlammo con un amico che ci consigliò un suo amico e in breve finimmo ad avere soldi da una non ben precisata organizzazione. Questo ci permise di tirare avanti altri sei mesi, ma la situazione non migliorò. Decidemmo di chiudere. Marco chiamò l'amico dell'amico, un certo Vittorio, per comunicarglielo e, con sua grande sorpresa, si sentì dire che ora l'importo che dovevamo era il doppio di quello iniziale. «Perché?» gli chiesi, «gli accordi non erano questi». Marco rispose: «Gli accordi erano che dovevamo restituire il denaro entro sei mesi e i sei mesi sono passati!». Non sapevamo che fare e facemmo finta di niente, forse non volevamo accettare la situazione. In casa non ne parlavamo e intanto avevamo ricominciato a vendere; la situazione forse sarebbe migliorata. Non fu così! Non ci diedero tempo e una sera, mentre Marco chiudeva la serranda, una mano bloccò il suo gesto. La serranda si rialzò per un breve lasso di tempo, quello che bastò per fare entrare tre uomini. Ricordo che li definii subito come grossi ma non grassi, poi, quando si avvicinarono, capii che erano culturisti. Mentre parlavano li osservai e due di loro erano davvero carini. «Caspita, che belli quei due!» pensai e intanto mi avvicinai per udire cosa volevano. «Buonasera, sono Vittorio» disse in modo autoritario il più brutto dei tre, ed era veramente brutto. Lo guardai in volto e scoprii che ad intimorirmi non era solo il nome, ma anche il volto stesso: non c'era nulla di particolare se non una serie di cicatrici dovute all'acne giovanile che lo rendevano inguardabile. «È ora di pagare il debito» continuò, «non posso aspettare oltre, sono passati ormai nove mesi e sono stanco di sentirmi dire che me li darai domani». Mio marito mi guardò e capii che non mi aveva detto nulla delle richieste che gli erano state fatte. «Possiamo vendere il magazzino e darvi il ricavato, ma così facendo non riusciremmo mai a restituirvi tutta la somma. Lasciateci lavorare e vi restituiamo tutto un po' alla volta. Stabiliamo una somma mensile per il rientro, ok?» La proposta di Marco mi sembrava logica e anche a Vittorio non sembrava dispiacesse. «Bene» pensai. La controproposta di Vittorio non si fece attendere: «Va bene, mi sembra corretto. Guarda, ti voglio venire anche incontro e lasciarti il contante per fare gli acquisti necessari per mantenere il negozio». «Benissimo, ma allora non sono poi così stupidi» pensai, ma restai impietrita dalle sue successive parole. «Invece di contanti, ci pagherai in natura e a farlo sarà la tua bella mogliettina!» «No! Questo mai!» sbottò Marco. «Non mi importa quello che pensi, la tua moglie mi piace e visto che mi devi dei soldi, me la prendo! Legatelo»... e mentre i due legavano mio marito, Vittorio lo umiliava: «Se fai il bravo ti lasciamo anche guardare, così magari impari qualcosa». In quei momenti il sangue mi andò alla testa, ero spaventata, le mani fredde e, senza rendermene conto, mi stavo avviando verso l'uscita posteriore retrocedendo. Quando mi girai per andarmene con passo spedito, una mano mi avvinghiò il braccio e mi trascinò verso il bancone. Urlai e li supplicai. In un attimo ero sdraiata sul bancone, con due uomini ai lati che mi trattenevano, ognuno per un gomito e un ginocchio. Non volevo e mi agitai con ogni parte del corpo. Le mie gambe iniziarono ad aprirsi e le sentii tirare all'inverosimile, la going to era ormai avvolta sull'addome, ma mi restavano le mutandine, pensai. Che pensiero stupido, ora mi sembra davvero un pensiero stupido. Mi furono stracciate in un attimo e vidi la testa di quell'uomo così brutto sparire tra le mie gambe. Non smisi mai di dimenarmi, nemmeno quando il piacere della sua lingua sul mio clitoride mi urlava di calmarmi. Non volevo, con tutta me stessa. Guardai mio marito e scoprii con piacere che aveva la testa girata e gli occhi chiusi per non guardare. Meno maschile. Questo fece sì che mi rilassassi un attimo, poi la ragione tornò. Non devo cedere, no, non mi piace e non voglio... Non voglioooo. Il mio pensiero si spense a mano a mano che il piacere cresceva. Cavolo, se ci sapeva fare quello, pensai! ... e poi tutta la situazione era eccitante, essere trattenuta. No, no, no, non posso mollare, mi ripetevo. Finalmente l'uomo si tolse e io respirai profondamente. Capii allora che si stava abbassando i pantaloni. «No, no, NOOO!» urlai. «Nooo, per favore, non farlo!» Fu tutto inutile, sentii la sua grossa cappella che si appoggiava alla mia vagina ormai lubrificata. Si sputò su una mano e se la passò sull'asta, ma non vidi questo passaggio e non vidi nemmeno le dimensioni del suo pene, ma le percepii subito dopo. Entrò piano. Sapeva che quello era il modo giusto. Poco alla volta mi aprii come non ero mai stata aperta da un uomo. Lo sentii arrivare subito in fondo alla vagina e le pareti erano tese all'inverosimile. Non so se mi piacesse, in quel momento non capivo se fosse piacevole, ma dopo qualche colpo il piacere diventò intenso. Mi mise le mani sui seni e... e... e non capii più nulla. Non ebbi le forze di reagire a quel piacere. Continuavo a balbettare «No, no, no», ma il corpo urlava «Sì, sì, sì». Spero che Marco non stesse guardando. Non ebbi lo spirito, la voglia e nemmeno il pensiero di guardare nella sua direzione. Non lo so neppure ora, a distanza di anni, se guardasse o meno; io non chiesi e lui non disse. Quello che ne seguì fu da film porno. Ma non ero io. Oggi mi dico che non ero io quella che si era abbandonata al piacere di quei tre uomini. Sì, perché i due compari capirono che non avrei più opposto resistenza e abbandonarono le braccia, mentre mi sostenevano ancora le gambe, ma non con forza. Si slacciarono i pantaloni e mi diedero il loro membro a portata di bocca. Io li presi uno alla volta. Li succhiai alternativamente e poi mi resi conto che avevo le braccia libere. Le mani si impadronirono di quei due cazzi e iniziarono a segarli. In un attimo erano in tiro, evidentemente eccitati dalla situazione, e in un attimo mi allargarono le guance con le loro enormi cappelle. Vittorio si spostò e si avvicinò alla mia bocca prendendo il posto di uno dei due ragazzi che sostituì Vittorio nella scopata. Entrò anche lui con qualche fatica, ma l'altro aveva ormai aperto la strada. Fu stupendo. Il cazzo di Vittorio era... non so come descriverlo, mai visto qualcosa del genere e ancora adesso mi sto bagnando nel raccontarlo. Sì, lo desideravo, li desideravo, li volevo tutti... credo di averlo detto a voce alta e poi di averli visti sorridere. Avevo le mani sui cazzi e qualcuno mi stava spingendo le palle in bocca. Un cazzo enorme che mi sfondava la fica bagnata e che mi stava portando al piacere... sentii la vampata di piacere partire dall'addome e arrivare al cervello come un fulmine. Urlai, sicuramente urlai, e non era per dolore, ma per l'enorme piacere provato. Non mi fu lasciato il tempo di godere del mio piacere che i due ragazzi si scambiarono di posto. Un altro cazzo, altro piacere in arrivo, questo pensai, ero in uno stato di eccitazione estremo! «Cos'è che stai facendo?» gli dissi! E lui sorrise soltanto. Mi stava mettendo un dito nel culo! Per un attimo fui presa dallo sconforto, mi faceva male e lo sapevo perché Marco ci aveva provato più e più volte, ma non seppi dire di no, non avevo le forze, non volevo, ero infoiata come una ninfomane. Presi atto della situazione e godei del dito che poco alla volta entrava dentro di me. Era stato bagnato a dovere e non faceva tanto male. Poi le dita diventarono due, ma mentre mi scopava come uno stantuffo, non mi dispiacevano quelle dita, anzi. «Sì, dammene ancora» dissi... e mi accontentò. Tolse il cazzo dalla fica e lo appoggiò così, bagnato dei miei umori, allo sfintere! Questi cedette subito e lasciò entrare quell'enorme cazzo con una velocità che mi stupì. Lo sentii penetrarmi le viscere, mentre il bruciore mi toglieva parte del piacere; quindi, poco alla volta, quel disturbo sparì, mentre il piacere aumentava. Mi stava inculando! Questo pensiero mi piacque, mi gongolai un attimo in questa perversione, ma le mani forti di quegli uomini mi riportarono al presente. Mi sollevarono di peso e mi misero seduta su quel cazzo che non aveva lasciato per un solo istante il mio foro anale. Abbracciai quel ragazzo con entrambe le gambe e con le braccia, mentre mi sollevava e mi lasciava cadere inculandomi di peso sul suo membro. Qualche colpo ben assestato e le cose cambiarono ancora. Mi sentii sospesa in aria, mentre abbracciavo ancora quell'uomo con braccia e gambe. Lo spostamento era dovuto al passaggio del suo grosso cazzo dal mio ano alla mia vagina... gli amici lo aiutarono e, quando mi depositarono, ero penetrata davanti... pochi istanti e qualcosa si appoggiò al mio sfintere, sapevo cos'era... era il bellissimo cazzo duro di quell'altro ragazzo. «Wow» pensai... e ora? Entrò senza problemi e subii la mia prima doppia penetrazione. I due ragazzi mi sollevavano e mi lasciavano andare in modo da svuotarmi e da riempirmi in un colpo solo; la sensazione era... non so descriverla, era... entusiasmante! Il piacere non era localizzato, godevo, godevo e godevo. Credo di essere venuta almeno cinque o sei volte, di un piacere diverso, di un piacere animale, di un piacere anale e vaginale. Stanchi e sudati, i ragazzi mi depositarono con i piedi per terra e io corsi da Vittorio, mi inginocchiai davanti a lui e lo succhiai. Una volta portato alla massima erezione, mi prese per i capelli della nuca e mosse la mia testa a suo piacimento su quel pene enorme. Vidi i due ragazzi che si stavano masturbando e feci per andare da loro ad aiutarli, li volevo tutti, ma Vittorio mi buttò per terra e con un piede mi schiacciò il collo e la testa sul pavimento, costringendomi a mettermi carponi. Quando mi lasciò, restai lì ferma ad aspettare e in breve fui accontentata. Vittorio si mise dietro di me penetrandomi la fica con quell'enorme arnese di cui madre natura lo aveva dotato e i ragazzi si inginocchiarono davanti a me, mettendomi i loro cazzi a portata di bocca. Con un piccolo spostamento potevo passare a succhiare l'uno e l'altro, mentre le mie mani non abbandonavano mai quello che era senza bocca. Che meraviglia quelle grosse turgide cappelle! Erano sul punto di venire e rallentai le mie attenzioni, per dedicarmi di più a Vittorio. Con il bacino lo assecondavo nei movimenti e gli andavo incontro quando spingeva; questo deve averlo eccitato particolarmente, perché mi disse: «Non pensavo che tu fossi così troia». Mi eccitai e venni ancora, urlando e contorcendomi e inarcando ancora di più la schiena. Quando mi ripresi, avevo il cazzo di Vittorio in culo; non mi resi conto di nulla, ormai era lì e si stava già muovendo liberamente nel mio intestino, riempiendolo. Godevo ancora. Ripresi i cazzi dei ragazzi mentre Vittorio, in piedi su di me, mi stava sfondando letteralmente il culo. Sentivo le sue palle sbattere sulla fica fradicia. Sentivo le sue mani sui miei fianchi. Sentivo le cappelle enormi contro le mie guance. Sentivo lo sperma caldo inondarmi la bocca... lo succhiai tutto, lo spremetti, gli strizzai le palle come se ne volessi ancora e, una volta leccata l'ultima goccia, alzai la testa e lo guardai negli occhi, lasciando a lui la vista del contenuto della mia bocca. Deglutii. Passai all'altro e in un attimo, eccitato dalla visione precedente, mi sborrò in faccia. Aprii la bocca cercando di intercettare più sperma possibile e quindi lo segai per fare uscire tutto il succo. Lo asciugai con la lingua e in quel momento sentii Vittorio che mi inondava la schiena con il suo sperma. Riuscii a girarmi e a prendere i rimanenti schizzi in faccia, qualcosa anche in bocca, e quindi anche a lui riservai le attenzioni degne di una vera ninfomane. Leccai la sua cappella e, in ginocchio, lo ringraziai. Sì, così piena di sperma, di uno sperma non cercato ma subito, io li ringraziai del piacere che mi avevano fatto provare. Li ringraziai mentre si stavano rivestendo e stavano uscendo dalla porta… poi mi addormentai, stanca morta. Mi risvegliai a notte fonda su quel pavimento freddo. Iniziavo a ricordare, ma non capivo ancora se avessi sognato, poi... l'odore inconfondibile del sesso di cui ero intrisa; quindi mi resi conto di essere nuda e, infine, realizzai che era stato tutto reale. Dov'è Marco? Marcellove@hotmail.it
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Aggiunto: 1 giorno fa
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