Capitolo 8 – La bestia in calore (foto e immagini fra i miei album)
Durante le pulizie mi accorsi di una cosa importante: l’effetto della parola “Edoné” durava circa mezz’ora, esattamente come una botta di cocaina. Dopo trenta minuti lo sguardo di Carla tornava un po’ più lucido, anche se il corpo restava bagnato e tremante.
Così iniziai a rinforzarla ogni mezz’ora esatta.
«Edoné.» Ogni volta le pupille le si dilatavano di colpo, la smorfia perversa le tornava sul viso, la figa le si inondava di nuovo e il suo corpo grasso ricominciava a tremare di calore animale. La tenevo costantemente in botta, costantemente in calore, costantemente sull’orlo.
All’una le ordinai di prepararmi il pranzo.
La feci mangiare sotto il tavolo, seduta per terra tra le mie gambe. Di tanto in tanto le facevo leccare i piedi. Ogni volta che la sua lingua calda e umida passava tra le dita, lei gemeva come se le stessi toccando il clitoride. Quella degradazione la eccitava in modo particolare.
Nel pomeriggio la feci ballare per me. La filmai mentre, con il latex rosso lucido di sudore, ballava goffamente sui tacchi altissimi, il corpo debordante che ondeggiava in modo osceno. Poi le ordinai di insultare suo marito davanti alla telecamera:
«Guarda che moglie troia che hai, debosciato! Guarda come si degrada tua moglie! Guarda come si veste da puttana e pulisce la casa di un altro uomo vestita da schiava!»
Urlava gli insulti con rabbia mista a piacere, la voce rotta dall’eccitazione.
Quando doveva pisciare, la facevo pisciare in un vaso da notte che tenevo in salotto. Lo stesso per quando doveva cagare. La obbligavo a farlo davanti a me, senza intimità, mentre la filmavo.
Verso le 17:00 la feci sedere sulla poltrona grande del salotto, ammanettata con le mani dietro la schiena, e proiettai sulla TV cinque ore filate di porno della peggior specie: coprofilia, coprofagia, fisting estremo, anal brutale, gangbang violenti, bdsm hardcore, donne degradate fino al limite.
Ogni mezz’ora le sussurravo all’orecchio: «Edoné.»
La sua vagina produceva muco in quantità industriale. Il latex all’inguine era fradicio, un filo continuo di umori le colava lungo le cosce grosse fino ai tacchi. Era una vacca da monta in calore, una bestia pronta all’accoppiamento da ore, ma io non le permettevo di venire.
Alle 22:00, dopo cinque ore di filmati, era esausta, sudata, tremante, con gli occhi vitrei.
La feci alzare, la ammanettai in piedi alla ringhiera della scala interna, le scoprii una tetta enorme e le strizzai il capezzolo con tutta la forza delle dita.
Poi le ordinai con voce bassa e crudele:
«Vieni, cagna. Vieni, Edoné!»
Le pupille le si dilatarono fino a sembrare sul punto di esplodere. Il corpo grasso cominciò a tremare violentemente, come in un attacco epilettico. Un urlo bestiale le uscì dalla gola mentre iniziava a squirtare e a pisciarsi addosso a getti potenti, caldi e continui. Il liquido schizzava tra le sue gambe, bagnandole i piedi e il pavimento.
Urlava come una sirena impazzita. Dovetti schiaffeggiarla più volte per farla stare zitta, ma ogni schiaffo la faceva godere ancora di più. L’orgasmo durò quasi due minuti pieni: un’ondata continua di spasmi, squirt, piscio e gemiti animaleschi.
Quando finalmente si calmò, rimase appesa alla ringhiera, tremante, con il latex rosso lucido di umori e sudore, la maschera spostata, la bocca aperta, gli occhi persi nel vuoto. Aveva appenda provato l’orgasmo, di gran lunga più intenso e lungo della sua vita. Ora quel piacere le si era inciso nella mente.
La guardai.
Avevo creato un mostro.
Una bestia fatta solo per l’accoppiamento, per la degradazione e per il piacere più lurido.
E quel mostro adesso era mio.
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