Capitolo 7 – La prima pulizia (foto e immagini fra i miei album)
Sabato mattina, poco dopo che Edoné era entrata in casa, le indicai la borsa che avevo preparato per lei.
«Vai in bagno e cambiati. Troverai tutto lì dentro. Vestito di latex rosso superaderente, scarpe nere di vernice col tacco vertiginoso da 14 cm, e la maschera da schiava. Voglio vederti vestita così tra cinque minuti.»
Carla non disse una parola. Prese la borsa e scomparve in bagno.
Quando uscì, rimasi senza fiato.
Il vestito di latex rosso era così aderente che sembrava dipinto sulla sua carne. Le stringeva le tette enormi e pesanti fino a farle strabordare dal décolleté profondo, schiacciandole e facendole gonfiare in modo osceno. La pancia grassa e morbida creava un rotolo prominente sopra il ventre, mentre il latex le fasciava i fianchi larghissimi e il culo enorme, enorme, debordante, trasformandolo in due enormi sfere lucide e tremolanti. Le cosce grosse sfregavano tra loro a ogni passo. Le scarpe col tacco altissimo la costringevano a camminare con un’andatura instabile, accentuando il dondolio del suo corpo grasso.
La maschera da schiava nera le copriva gli occhi e parte del naso, lasciando libera solo la bocca carnosa e rossa.
Era un mix perfetto tra una bambola di carne per feticisti e una caricatura da fumetto porno. Sicuramente non aveva mai indossato niente di simile in vita sua.
«Ora mi farai tu i servizi domestici, vero Edoné?»
Nel momento esatto in cui pronunciai la parola Edoné, il suo corpo reagì come se avesse preso una striscia di cocaina pura.
Le pupille le si dilatarono all’istante. Una smorfia perversa, quasi animalesca, le deformò il viso. Un tremito violento le attraversò tutto il corpo grasso: le tette enormi ondeggiarono dentro il latex, la pancia sussultò, le cosce si strinsero. Un gemito basso e gutturale le uscì dalla gola.
L’effetto ancorato funzionava alla perfezione: la disinibizione della cocaina mescolata alla perversione più lurida la trasformava all’istante in una ninfomane avida, bagnata e pronta a tutto.
La portai davanti allo specchio a figura intera del salotto.
Appena vide la sua immagine riflessa — quel corpo debordante strizzato nel latex rosso lucido, la maschera da schiava, il tacco vertiginoso — cominciò a sbavare letteralmente. Un filo di saliva le colò dall’angolo della bocca.
Allungai la mano e le toccai tra le gambe, proprio sopra il latex.
Era fradicia.
Il lubrificante vaginale le colava copiosamente lungo l’interno delle cosce grosse, aveva già bagnato l’interno delle natiche e stava macchiando il pavimento. Il latex all’inguine era lucido e bagnato. Sembrava una vacca in calore, con la figa gonfia e aperta che pulsava sotto il vestito.
«Ti prego…» mormorò con voce rotta, la bocca aperta.
«Non ancora» risposi secco. «Prima devi lavorare.»
Le ordinai di passare l’aspirapolvere per tutta la casa, vestita così. Poi di lavare il pavimento a quattro zampe. Nel frattempo io la fotografavo e la filmavo da varie angolazioni: il culo enorme che ondeggiava mentre strisciava, le tette che penzolavano pesanti dentro il latex, la maschera da schiava, la saliva che le colava dal mento.
Lei gemeva a ogni flash. Ogni volta che si sentiva osservata in quella condizione degradante, il suo corpo grasso tremava di piacere.
Dopo due ore buone, quando era sudata, rossa in viso e con il latex che le aderiva ancora di più alla pelle bagnata, le dissi:
«Ora vai a pulire il bidet e il water. Con le mani e con la spugna. E voglio che lo fai bene, Edoné.»
La vidi deglutire, gli occhi lucidi di eccitazione perversa.
Si inginocchiò davanti al water, il culo enorme che sporgeva all’indietro, il latex teso allo spasimo sulle natiche.
E iniziò a pulire.
Il mostro che avevo creato era finalmente al lavoro.
E questo era solo l’inizio del suo primo weekend da schiava.
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Aggiunto: 3 giorni fa
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