MAMMINA…   L'odore era un miscuglio sudore e qualcosa di dolciastro che mi faceva girare la testa. Avevo quelle mutandine di pizzo nero, sottili come un soffio, avvolte strette attorno al mio membro. Il tessuto era ruvido contro la pelle tesa, ma il calore che emanavano, quel residuo di lei, era l'unica cosa che riuscisse a placare il fuoco che mi bruciava nello stomaco da mesi. Chiusi gli occhi, immaginando il suo corpo, il modo in cui i fianchi oscillavano quando camminava per casa in quelle vestaglie di seta che lasciavano intravedere troppo.           Poi, il clic della maniglia.           Aprii gli occhi e vidi mia madre sulla soglia. Restò immobile, lo sguardo fisso sul mio cazzo che pulsava, ancora prigioniero del suo pizzo nero. Non urlò. Non mi sgridò. I suoi occhi, scuri e dilatati, scivolarono dal mio volto al mio inguine e poi risalirono. C’era un silenzio densissimo, quasi solido, che riempiva la stanza. Lei non disse una parola. Si voltò semplicemente e uscì, chiudendo la porta con una delicatezza che mi terrorizzò più di un urlo.           Passai il resto della giornata in un limbo di vergogna e desiderio. Mi sentivo sporco, ma l'immagine della sua espressione — quel lampo di qualcosa che non era disgusto — continuava a tormentarmi. Evitai ogni contatto visivo durante la cena. Il rumore delle posate contro i piatti sembrava un tuono in quella casa troppo silenziosa. Papà era partito per un viaggio di lavoro, lasciandoci soli in quel guscio di cemento e segreti.           La sera dopo, mentre fissavo il soffitto della mia camera, sentii tre colpi leggeri sul legno della porta.           «Entra», sussurrai, con la voce che mi tremava in gola.           Lei entrò lentamente. Indossava una vestaglia di seta color crema che le scivolava sulle spalle, legata appena in vita da un nastro sottile. La luce della luna filtrava dalle tapparelle, disegnando strisce d'argento sulla sua pelle pallida. Si chiuse la porta alle spalle e rimase lì, a pochi passi dal mio letto.           «Mi scuso per non aver detto nulla l'altro giorno», disse, la voce bassa, quasi un soffio. «Non sapevo cosa pensare. Ero confusa.»           Mi raddrizzai, il cuore che batteva così forte da farmi male al petto.           «Io... scusa, mamma. Io non volevo...»           Lei fece un passo avanti, interrompendomi. Un sorriso ambiguo le incurvò le labbra.           «Sai cosa ho pensato, però?»           Scossi la testa, incapace di parlare.           «Quando ho visto quelle mutandine avvolte attorno al tuo cazzo...» fece una pausa, e vidi il suo petto sollevarsi e abbassarsi rapidamente sotto la seta. «Mi sono eccitata moltissimo. Non avevo mai pensato che tu potessi desiderarmi in quel modo. E scoprire che lo facevi con le mie cose... mi ha fatto bagnare tutta.»           Il mondo sembrò fermarsi. Il terrore svanì, sostituito da un'ondata di calore che mi travolse. Lei portò le mani al nastro della vestaglia e, con un gesto fluido, la fece scivolare via. Il tessuto cadde a terra come una nuvola di crema. Sotto non aveva nulla, tranne un perizoma di pizzo rosso, minuscolo, che spariva tra le pieghe della sua carne. Il contrasto tra il rosso acceso e la pelle bianca era quasi violento.           «Visto che piace a entrambi», mormorò, avvicinandosi al bordo del letto, «ti permetterò di togliermelo ogni notte.»           Mi sedetti sul letto, il respiro corto. La sua figura sovrastava la mia, e mi ritrovai con il viso a pochi centimetri dalla sua spalla. L'odore di lei era ora travolgente: profumo di vaniglia misto all'odore pungente e muschiato della sua eccitazione. Potevo vedere il pizzo rosso che premeva contro le sue labbra intime, leggermente umido, che lasciava trasparire l'ombra scura del suo pube.           Allungai le mani, afferrandole i fianchi con una forza che non sapevo di avere. La pelle era calda, morbida, elastica. La tirai violentemente contro di me, schiacciando il mio viso contro la sua figa. Emise un gemito acuto, un suono di sorpresa e piacere che mi fece vibrare le ossa. Iniziai a baciarla, ma non le labbra; i miei baci scesero lungo il suo ventre, mentre la mia lingua trovava il bordo del pizzo rosso.           Le leccai attraverso il tessuto, assaporando il sapore salato e ferroso delle sue secrezioni. Sputai sulla stoffa per renderla più trasparente, spingendo la punta della lingua contro il suo clitoride, sentendolo gonfio e pulsante sotto la pressione. Lei inarcò la schiena, le dita che si intrecciavano nei miei capelli, tirando con forza.           «Sì... proprio lì... oh Dio, fallo ancora!»           Con un gesto impulsivo, afferrai i lati del perizoma e tirai. Il pizzo resistette per un istante, poi si strappò con un suono secco. La sua intimità fu rivelata completamente: labbra carnose e turgide, di un rosa intenso, che gocciolavano di un liquido viscoso e trasparente. Non resistetti. Affondai il viso in quel calore, divorando la sua clitoride con movimenti rapidi e voraci.           Il suono era sfersante, un *shlick-shlick* ritmico prodotto dalla mia lingua che scivolava tra le pieghe della sua carne. Lei tremava violentemente, i fianchi che scattavano avanti e indietro, cercando di spingersi più a fondo contro la mia bocca. Potevo sentire il sapore intenso della sua eccitazione, un gusto denso che mi riempiva i sensi.           «Basta... non ce la faccio più... prendimi!» urlò, la voce rotta.           Si spostò con un movimento fluido, mettendosi a cavalcioni su di me. Il suo seno, due globi perfetti con capezzoli scuri e duri come sassi, dondolava davanti ai miei occhi. Lei si abbassò, afferrando il mio membro, che era ormai un palo di carne teso e pulsante, lucido di pre-cum. Lo guidò con cura verso l'apertura della sua vagina, che era spalancata e madida.           Quando scivolò giù, sentii un calore soffocante avvolgermi. Il suono dell'aria spinta fuori dall'orifizio fu un soffio udibile, seguito dal rumore viscido della mia testa che affondava nella sua carne.           «Oh, Dio... sei così... così duro...» ansimò lei, chiudendo gli occhi e gettando la testa all'indietro.           Iniziò a cavalcarmi. I suoi movimenti erano lenti all'inizio, quasi esplorativi, poi divennero frenetici. Il suono era costante, un *squelch* umido e ritmato a ogni spinta. Potevo sentire le pareti della sua vagina che stringevano il mio cazzo, quasi volessero risucchiarmelo interamente. I suoi capezzoli sfregavano contro il mio petto, e ogni volta che scendeva, le sue natiche tonde colpivano le mie cosce con un suono sordo e carnale.           La guardai mentre perdeva il controllo. Il suo viso era distorto dal piacere, la bocca aperta in un grido silenzioso. Afferrai i suoi seni, spremendoli tra le dita, mentre lei accelerava il ritmo. La sensazione era travolgente; sentivo ogni singola venatura del mio membro che premeva contro la sua cervice.           «Voglio che mi riempia... voglio sentire tutto!» gridò, mentre i suoi muscoli vaginali iniziavano a contrarsi in spasmi violenti.           L'orgasmo la travolse. Il suo corpo si irrigidì, le dita che mi graffiavano le spalle, e sentii la sua vagina stringersi attorno a me come una morsa. Un istante dopo, fui travolto anch'io. Spruzzai il mio seme caldo e denso all'interno di lei, ondata dopo ondata, sentendo il liquido riempire lo spazio tra noi. Restammo così, intrecciati, mentre i nostri respiri si mescolavano nell'aria pesante della stanza.           Papà era fuori città per un'intera settimana. Quello che era iniziato come un atto di disperazione si trasformò in un rituale notturno. Ogni sera, non appena la casa cadeva nel silenzio, lei entrava nella mia stanza. Non servivano più parole. Il desiderio era diventato un'ossessione condivisa, un segreto oscuro che ci legava più di qualsiasi legame di sangue.           La seconda notte esplorammo territori nuovi. Mi spinse a terra, facendomi girare su pancia. Sentii le sue dita, lubrificate dalla sua stessa saliva, tastare l'ingresso del mio ano.           «Voglio sapere se sei stretto quanto pensi», sussurrò al mio orecchio, il respiro caldo che mi faceva accapponare la pelle.           Quando introdusse il primo dito, emisi un gemito di dolore e piacere. Poi ne aggiunse un secondo, allargandomi con movimenti circolari che mi fecero inarcare la schiena. La sensazione era aliena, invadente, ma terribilmente eccitante. Mi girai, e lei si mise di nuovo sopra di me, ma stavolta guidò il mio cazzo verso il suo culo.           L'ingresso era stretto, quasi impenetrabile. Spinsi lentamente, sentendo la resistenza della carne. Lei ansimava, le mani piantate sul materasso per sostenersi. Con una spinta decisa, scivolai dentro. Il suono fu un *pop* sordo, seguito da un gemito soffocato. Era diverso dalla vagina; era una morsa calda, opprimente, che ogni millimetro di penetrazione rendeva quasi insopportabile per quanto intensa.           «Sì... spingi... non fermarti!»           Scopammo in ogni angolo della casa. Sul divano del soggiorno, mentre l'orologio della parete scandiva i secondi di un rischio costante; nella doccia, dove l'acqua calda scivolava sui nostri corpi sudati, rendendo ogni movimento scivoloso e rumoroso. Il suono del sesso era diventato la colonna sonora delle nostre notti: il battito della carne, i gemiti soffocati nei cuscini, il rumore viscido dei fluidi che si mescolavano.           La quarta notte, lei decise di prendermi la bocca. Si sedette sul bordo del letto e mi spinse verso il basso.           «Ora tocca a te servirmi», ordinò, la voce carica di un'autorità nuova e oscura.           Afferrai le sue cosce, aprendole completamente. La sua figa era lì, pulsante e rossa. Iniziai a leccarla con una foga quasi animale, risucchiando il clitoride con forza, mentre lei mi spingeva la testa più a fondo, quasi volesse soffocarmi con la sua carne. Potevo sentire l'odore di sesso che ormai impregnava le lenzuola, un aroma pesante, quasi stordente.           Poi, lei si girò e mi offrì il suo sedere. Le natiche erano due sfere perfette che tremavano leggermente. Iniziai a leccare l'anello stretto del suo ano, sentendo il sapore amaro e muschiato. Lei gemeva, i fianchi che oscillavano, mentre io usavo la lingua per esplorare ogni singola piega, spingendola all'interno finché non iniziò a tremare.           «Oh, Dio... è così... così sporco... mi piace così tanto!»           Dormimmo insieme per tutta la settimana. Il letto era diventato il nostro santuario, un luogo dove le regole del mondo esterno non esistevano più. Mi svegliavo con il calore del suo corpo contro il mio, l'odore della sua pelle che mi avvolgeva come un bozzolo. Non c'era più vergogna, solo una fame insaziabile. Ogni volta che ci guardavamo durante il giorno, in cucina o in corridoio, c'era un codice invisibile nei nostri occhi. Un invito. Una promessa.           L'ultima notte prima del ritorno di papà fu la più intensa. Sembrava che volessimo consumare tutto il tempo rimasto in un unico, immenso atto di sottomissione reciproca. La penetrazione era diventata meccanica, quasi violenta. Lei cavalcava il mio cazzo con una foga che faceva cigolare il letto, le unghie che scavavano solchi nella mia schiena.           «Prendimi tutto... non lasciarne fuori nemmeno una goccia!» gridava, mentre i suoi seni rimbalzavano selvaggiamente.           Il finale fu un'esplosione di fluidi e grida soffocate. Mi strinsi a lei, sentendo il mio seme inondare l'interno della sua utero, un calore che sembrava sigillare un patto eterno tra noi. Restammo abbracciati per ore, sudati, esausti, mentre l'alba iniziava a colorare il cielo di un grigio malato.           Oggi papà è tornato. La casa è tornata alla sua normale, asettica routine. Lui parla di riunioni, di contratti, di stress. Noi gli rispondiamo con sorrisi composti e toni neutri. Ma sotto la superficie, tutto è cambiato.           Mia madre è diversa. C'è una luce strana nei suoi occhi, un segreto che brilla ogni volta che incrocia il mio sguardo. È diventata più silenziosa, più riflessiva, ma ogni volta che passa accanto a me, lascia che la sua mano sfiori appena la mia spalla, un contatto elettrico che mi fa battere il cuore.           Ultimamente, ho notato dei cambiamenti in lei. È più stanca, ha spesso nausea al mattino, e il suo seno sembra ancora più gonfio, le vene bluastre che si disegnano sotto la pelle tesa dei seni. Ieri l'ho vista in bagno, mentre fissava un test di gravidanza con un'espressione che non era paura, ma una sorta di oscura soddisfazione.           Siamo consapevoli di ciò che abbiamo fatto. Siamo consapevoli del mostro che abbiamo nutrito in quella settimana di silenzio. Ma mentre la guardo camminare per casa, sento che non importa. Se lei è incinta, se quel è il frutto della nostra follia, non mi spaventa.           Anzi, l'idea che una parte di me cresca dentro di lei, in quel luogo caldo e umido dove ho spinto il mio cazzo ogni singola notte, mi eccita più di ogni altra cosa.           Mentre papà dorme profondamente nell'altra stanza, sento un leggero bussare alla mia porta. Non serve che lei dica nulla. So che è lì. So che indossa quel perizoma rosso, o forse non indossa nulla.           Apro la porta e lei entra, chiudendola dietro di sé con quel solito, terrificante clic. Mi guarda, e vedo che i suoi occhi sono già carichi di desiderio. Si siede sul letto e allarga le gambe, rivelando la sua intimità ancora umida, pronta a accogliermi di nuovo.           «Vieni qui», sussurra.           Mi lancio su di lei, e il ciclo ricomincia, più oscuro e profondo di prima.
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Categorie: Incesti
Tag: Incesto