Capitolo 4 – Il mostro (foto e immagini fra i miei album) Il primo mese di sessioni fu intenso e metodico. Carla veniva tre volte a settimana, sempre alle 19:30, con quel corpo grasso e morbido che sembrava occupare sempre più spazio nella stanza. Ogni volta si sedeva sulla poltrona reclinabile, la camicetta di seta nera tesa sulle tette enormi, la pancia prominente che strabordava dai jeans scuri, il culo enorme che si allargava sul cuscino. Prima della prima seduta del mese le chiesi ancora una volta, guardandola dritto negli occhi: «Carla, sei davvero sicura? Stiamo per risvegliare qualcosa di profondo. Una volta che uscirà, sarà molto difficile rimetterlo a dormire. A 50 anni vuoi davvero cominciare una vita completamente nuova… e appagante?» Lei non esitò nemmeno un secondo. La sua voce era ferma, quasi febbrile. «Fino a oggi non ho vissuto. Ho solo sopportato. Voglio tutto. Voglio sentirmi viva, desiderata, usata, liberata. Sono pronta.» Annuii e iniziai. Seduta dopo seduta la portai in trance sempre più profonda. Esplorai ogni angolo oscuro della sua mente. Amplificai l’eccitazione per l’umiliazione, per la degradazione, per il dolore anale brutale, per l’esibizionismo osceno, per l’idea di essere riempita di sperma e di essere guardata mentre si sporcava. Ogni volta che emergeva un nuovo desiderio, lo nutrivo, lo ingrandivo, lo ancoravo al suo corpo grasso. Dopo tre settimane il cambiamento era già visibile. Il suo sguardo non era più timido. Quando mi guardava, le labbra si incurvavano in una smorfia depravata, gli occhi si stringevano leggermente, come se mi stesse già immaginando mentre la usavo. Il suo corpo reagiva prima ancora della voce: le tette enormi si inturgidivano sotto la seta, la macchia umida tra le gambe appariva già dopo pochi minuti di trance. Alla fine del primo mese, quando si alzò dopo l’ultima sessione, aveva le guance rosse e il respiro corto. «Grazie» mormorò. «Mi sento… rinata. Una donna nuova.» Iniziò il secondo mese. Prima della seduta decisiva le chiesi di nuovo: «Carla, vuoi che questo percorso diventi irreversibile? Che non ci sia più ritorno?» Lei mi guardò con quegli occhi già diversi e rispose con voce bassa e decisa: «Sì. È esattamente quello che voglio. Sono sicura.» La feci sdraiare. Quella sera la portai in una trance profondissima, più profonda di quanto avessi mai fatto con chiunque altro. Il suo corpo diventò quasi inerte, il respiro lentissimo, la mente completamente aperta. «Adesso rivivi la sensazione più potente della cocaina… quella scarica di piacere puro, di euforia, di energia sessuale che ti attraversava tutto il corpo.» Vidi il suo corpo grasso reagire immediatamente: un tremito violento, le cosce grosse che si aprivano, un gemito gutturale che le uscì dalla gola. Amplificai quella sensazione, la moltiplicai, la legai indissolubilmente alle sue perversioni più oscene: l’umiliazione pubblica, la degradazione con la merda, la dilatazione anale estrema, l’essere usata da molti uomini, l’ingoiare sperma come una troia, il desiderio bruciante di disonorare e umiliare suo marito in ogni modo possibile. Infine ancorai tutto con due parole potenti. «Da questo momento, la parola “Edoné” sarà il tuo nome d’arte. Quando la sentirai o la dirai, la tua eccitazione e la tua perversione esploderanno senza limiti. Diventerai la troia più lurida, più depravata, più insaziabile che esista.» Feci una pausa, poi aggiunsi: «L’altra parola è “Mamma”. Quando la sentirai, tutto si spegnerà immediatamente. Tornerai calma, lucida, controllata. È la tua parola di sicurezza.» La lasciai galleggiare ancora qualche minuto in quello stato di estasi ipnotica, poi la riportai su lentamente. Quando Carla aprì gli occhi, il cambiamento era completo. Il suo sguardo era puro osceno. C’era dentro la sodomia brutale, la perdizione, la troiaggine più lurida, il desiderio di essere degradata fino al midollo. Le labbra erano socchiuse, umide. La pancia morbida si alzava e abbassava velocemente. Tra le gambe la macchia sui jeans era ormai evidente e larga. Mi guardò come se fossi l’unico uomo al mondo in grado di soddisfare il mostro che avevo appena creato. «Edoné…» sussurrò piano, assaporando la parola sulla lingua. Un brivido le attraversò tutto il corpo grasso. Mi resi conto in quel momento di aver creato qualcosa di pericoloso. Un mostro sessuale, una ninfomane parafiliaca senza freni, una donna di 50 anni con un corpo enorme e una mente ora completamente dedicata al piacere più estremo e più sporco. Dovevo tenerlo sotto controllo. O forse… dovevo solo decidere come usarlo. Carla si alzò in piedi, il culo enorme che ondeggiava. Si avvicinò alla mia scrivania, si chinò leggermente in avanti, lasciando che le tette enormi si schiacciassero contro il bordo del tavolo. «Grazie, maestro» disse con una voce bassa, roca, carica di promesse oscene. «Adesso sono pronta. Davvero pronta.» I suoi occhi non mentivano. Il mostro era sveglio. E aveva fame.
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