Vincenzo inizia la vita   Mi chiamo Vincenzo, ho trentotto anni e porto addosso il peso di una vita trascorsa a guardare. Ho la consapevolezza di ciò che accade nell'ombra, oltre la soglia della nostra camera da letto, dove l'odore di lavanda dei cuscini nasconde il puzzo del tradimento. Nicoletta, mia moglie, ha trentasei anni. È quella che chiamereste una "virago": abbondante e un seno che preme contro le camicette di seta, cercando una libertà che io non so più darle. È la segretaria dell'impresa edile dove lavora da una vita, una donna che emana un'autorità carnale, una sensualità matura e pesante.           Il mio tormento, la mia gioia sporca, ha un nome: Cesare. Sessantacinque anni, geometra responsabile dei cantieri, un uomo che il tempo ha asciugato invece di gonfiare. Ha la pelle coriacea di chi ha passato la vita tra cemento e sole, mani nodose che sanno di tabacco e polvere di mattoni. È il capo di Nicoletta. Ed è l'uomo che la possiede nei modi in cui io, nel mio silenzio di marito cornuto e consenziente, posso solo sognare.           Tutto è iniziato per caso, o forse no. Forse l'ho sempre saputo. Il parcheggio pubblico del Palazzo dello Sport a Roma è un luogo desolato quando non ci sono eventi. Distese di asfalto crepato, erbacce che spuntano dai bordi e il ronzio costante del traffico del Grande Raccordo Anulare in lontananza. È lì che li ho visti la prima volta. Ero in macchina, nascosto dietro un pilone di cemento armato, il cuore che mi batteva nel petto come un uccello in gabbia.           "Cesare, qualcuno potrebbe vederci," aveva sussurrato Nicoletta, la voce che vibrava di un'eccitazione che con me non aveva mai avuto.           "Lasciali guardare, Nicoletta. Guarda me," aveva risposto lui, la voce roca, mentre le sollevava la gonna di lana cotta.           L'avevo vista piegarsi sul cofano della macchina di lui. Cesare non aveva perso tempo. Aveva sbottonato i pantaloni, liberando un membro ancora vigoroso, venato e scuro. Nicoletta lo aveva preso in bocca con una fame che mi aveva fatto tremare le ginocchia. Il suono di quel pompino, quel risucchio umido e ritmico, arrivava alle mie orecchie nonostante la distanza. Mi ero sbottonato i pantaloni, la mano che stringeva il mio sesso, cercando di catturare una scintilla di quel fuoco. Li ho visti spingersi oltre, in pose imbarazzanti, completamente esposti. Lui l'aveva girata, costringendola a offrire il sedere abbondante. Ho visto Cesare sputarsi sulla mano, lubrificare quell'orifizio che a me era sempre stato proibito, e poi spingere. Il grido di Nicoletta, un misto di dolore e piacere assoluto, aveva squarciato il silenzio del parcheggio. "Sì, Cesare, spacca tutto, prendimelo lì, dove quel fallito di mio marito non ha mai osato!"           Quella frase mi era rimasta conficcata nel cervello come un chiodo arrugginito. Non ero arrabbiato. Ero eccitato. La degradazione era il mio nutrimento.           Una sera di novembre, l'aria era intrisa di un'umidità che penetrava nelle ossa. Nicoletta si stava sistemando i capelli davanti allo specchio dell'ingresso, spruzzandosi un profumo dolciastro, troppo forte.           "Vincenzo, devo uscire. C'è un'emergenza in un cantiere, Cesare ha bisogno che io controlli dei documenti urgenti," mi disse senza guardarmi negli occhi.           "Certo, cara. Il lavoro viene prima di tutto," risposi io, seduto in poltrona con un giornale che non stavo leggendo.           Appena la porta si chiuse, presi le chiavi e la seguii. La sua utilitaria bianca si muoveva agile nel traffico romano, diretta verso un quartiere in periferia, dove i palazzi vecchi venivano sventrati per far posto a loft di lusso. Si fermò davanti a un edificio avvolto dalle impalcature, uno scheletro di cemento e tubi innocenti che svettava contro il cielo plumbeo. La vidi entrare attraverso un varco nella recinzione di metallo.           Parcheggiai lontano, il respiro corto. Mi intrufolai nel cantiere, l'odore di calce fresca e polvere di marmo mi riempiva i polmoni. Salii le scale di cemento grezzo, i passi attutiti dalla suola di gomma delle mie scarpe. Al secondo piano, una luce fioca filtrava da una stanza in fondo al corridoio. Mi avvicinai, il cuore che martellava contro le costole.           La porta era socchiusa. All'interno, l'ambiente era spoglio, le pareti scrostate mostravano i mattoni sottostanti. Per terra, un materasso lurido, probabilmente lasciato lì dagli operai, era l'unico arredamento. Nicoletta era già nuda, la sua carne bianca e abbondante risplendeva nella penombra. Cesare era in piedi davanti a lei, anche lui nudo, la pelle flaccida sulle braccia ma il corpo ancora teso, nervoso.           "Sei in ritardo, cagna," ringhiò Cesare, afferrandola per i capelli neri accuratamente tinti.           "Il traffico, Cesare... e Vincenzo che mi guardava con quegli occhi da cane bastonato," rispose lei, ansimando.           "Tuo marito è un povero idiota. Non sa cosa si perde a non usarti come si deve."           Cesare la spinse sul materasso. Nicoletta cadde di schiena, le gambe che si aprivano naturalmente, rivelando la sua intimità matura, una fessura scura circondata da peli. Cesare si inginocchiò tra le sue cosce possenti.           "Guardati, Nicoletta. Sei tutta bagnata," disse Cesare, sfiorando con le dita nodose le labbra della sua vulva.           "Voglio che mi lecchi, Cesare. Voglio sentire la tua lingua ruvida ovunque," supplicò lei, inarcando la schiena.           Cesare si chinò. Vidi la sua testa sparire tra le gambe di mia moglie. Il rumore iniziò quasi subito: uno schliccare ritmico, il suono della lingua che batteva contro la carne bagnata. Nicoletta iniziò a gemere, le mani che stringevano le spalle dell'uomo.           "Oh Dio, sì... proprio lì... sul clitoride... Cesare, mangiami!" gridava lei, la voce che rimbombava tra le pareti nude.           Potevo vedere tutto dalla fessura della porta. Cesare usava la lingua come un pennello, tracciando cerchi concentrici intorno alla fessura, poi si spingeva dentro con forza, cercando il calore profondo. Le labbra di Nicoletta erano gonfie, di un rosso violaceo, lucide di saliva e dei suoi stessi umori che colavano sul materasso. Lui succhiava con forza, le guance incavate, producendo un suono di risucchio che mi faceva impazzire.           "Sa di buono, Nicoletta. Sa di troia," mormorò Cesare, sollevando la testa per un istante, il mento lucido di liquido seminale e secrezioni vaginali.           "Sono la tua troia, Cesare. Prendimi, ti prego, montami come un animale," rispose lei, afferrandogli il sesso e guidandolo verso di sé.           Nicoletta si girò, mettendosi a quattro zampe. La vista del suo sedere, con la pelle leggermente turgida, mi mozzò il fiato. Cesare si posizionò dietro di lei, le mani che affondavano nelle sue natiche, allargandole con forza. Ho visto il buco del culo di mia moglie, una piccola stella scura che si apriva sotto la pressione delle dita di lui. Cesare non ebbe pietà. Spinse il suo membro dentro di lei con un colpo secco. Nicoletta lanciò un urlo che sembrava un ruggito, la schiena che si inarcava violentemente.           "Senti come ti riempio, eh? Senti la carne che si tende?" urlava Cesare, iniziando a colpirla con spinte feroci.           Il rumore dell'impatto tra i loro corpi era sordo, viscerale. Schiaffi di carne contro carne. Le palle di Cesare sbattevano ritmicamente contro il perineo di Nicoletta con un suono secco, *tac-tac-tac*. Mia moglie assecondava ogni spinta, muovendo il bacino all'indietro per accogliere ogni centimetro di lui.           Io ero fuori, nell'ombra del corridoio. Mi ero già calato i pantaloni e le mutande, che ora giacevano intorno alle caviglie. La mia mano destra stringeva il mio pene, muovendosi freneticamente, mentre la sinistra scivolava dietro, tra le natiche, cercando di imitare quello che vedevo. Mi toccavo il buco del culo, infilando un dito, poi due, sentendo il calore del mio stesso corpo, immaginando che fosse la mano di Cesare, o di qualcun altro, a profanarmi mentre guardavo Nicoletta che si godeva il suo tradimento.           "Sì... sì... scopa la tua segretaria, Cesare! Fammi venire come non ho mai fatto con quel pervertito!" urlava lei, la faccia schiacciata contro il materasso sporco di polvere.           Ero talmente perso in quella visione, nel dolore del mio dito che si spingeva dentro e nel piacere della mia mano che mi segava, che non sentii i passi dietro di me.           All'improvviso, una mano calda e pesante si posò sulla mia spalla. Sussultai, ma prima che potessi girarmi, una voce bassa e ferma mi sussurrò all'orecchio.           "Non fermarti, Vincenzo. Guarda quanto è bella tua moglie mentre si fa sbattere da quel vecchio capocantiere."           Mi irrigidii, il cuore che sembrava voler esplodere. Riconobbi la voce. Era il geometra Marino, cinquant'anni, un collega di Cesare e Nicoletta. Un uomo robusto, con le spalle larghe e un'aria sempre severa, che spesso vedevo in ufficio a scherzare con mia moglie.           "Marino... cosa..." provai a dire, ma la sua mano mi tappò la bocca.           "Zitto. Guarda e basta. È questo che ti piace, no? Vedere lei che si gode il cazzo di un altro mentre tu ti tocchi come un ragazzino pervertito," disse lui, la sua voce intrisa di un disprezzo che mi fece eccitare ancora di più.           Marino si posizionò dietro di me. Sentii il suo corpo massiccio premere contro la mia schiena. Con una mossa rapida, afferrò il mio cazzo con la mano sinistra. Aveva una presa d'acciaio, le dita ruvide che scorrevano sulla pelle sensibile del mio glande, premendo forte.           "Guarda Cesare come la prende. Guarda come le allarga le chiappe," mormorò Marino, mentre con l'altra mano si sbottonava i pantaloni.           Sentii qualcosa di caldo e duro premere contro il mio sedere. Era il suo membro, già pronto, pulsante. Senza preavviso, Marino sputò sulla punta e spinse. Il dolore fu fulmineo, una lama che mi attraversava le viscere. Emisi un gemito soffocato contro la sua mano.           "Rilassati, porco. Ti piace, lo so che ti piace essere usato come una donna mentre tua moglie fa la stessa cosa lì dentro," disse lui, iniziando a muoversi dentro di me con spinte profonde e brutali.           Eravamo lì, in quel corridoio polveroso, a pochi metri da loro. Dentro la stanza, Cesare aveva girato Nicoletta e ora lei era sopra di lui, lo cavalcava con furia, i suoi seni pesanti che ballonzolavano a ogni movimento, le punte dei capezzoli scure e turgide. Il suono dei loro umori era diventato una sinfonia di squelching e sospiri pesanti.           "Oddio, Cesare, sto venendo! Sento tutto il tuo cazzo dentro, mi scoppia la fica!" gridava Nicoletta, muovendo il bacino in circoli frenetici.           Marino dietro di me aumentò il ritmo. La sua mano sul mio sesso si muoveva in sincrono con le sue spinte nel mio culo. Mi sentivo svuotato, posseduto, un oggetto nelle mani di quell'uomo che stava prendendo tutto di me. Il dolore iniziale si era trasformato in un calore sordo e pulsante che si irradiava per tutto il corpo.           "Guarda, Vincenzo! Guarda tua moglie che sta per venire!" ordinò Marino, spingendo la mia testa verso la fessura della porta.           Vidi Nicoletta irrigidirsi, la testa all'indietro, la bocca spalancata in un grido silenzioso mentre Cesare la afferrava per i fianchi, spingendo un'ultima volta verso l'alto con tutta la sua forza. In quel momento, sentii il calore di Marino esplodere dentro di me. Un fiotto bollente che mi riempiva l'intestino, mentre la sua mano mi portava al culmine. Venni con violenza, il mio sperma che finiva sul cemento freddo del pavimento, mentre lui emetteva un grugnito profondo, svuotandosi completamente dentro di me.           Rimanemmo così per qualche istante, il respiro affannato che si mescolava a quello dei due amanti nella stanza. Marino si staccò lentamente, producendo un suono di risucchio d'aria mentre usciva dal mio corpo. Mi sentivo le gambe di gelatina. Mi tirai su i pantaloni con le mani tremanti, senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi.           "Ascoltami bene, Vincenzo," disse Marino, sistemandosi la cintura. La sua voce era tornata fredda, professionale, quasi inquietante. "Non dirai una parola a tua moglie di quello che è successo qui. Né del fatto che l'hai seguita, né di quello che ho fatto a te."           Lo guardai, i miei occhi acquosi cercavano i suoi nel buio. "Perché?"           Marino accennò un sorriso crudele. "Perché prima o poi, me la scoperò anche io. E voglio che tu sia lì a guardare, proprio come stasera. Magari la prenderemo insieme, io da dietro e Cesare davanti. O forse sarai tu a pulirci quando avremo finito."           Mi lasciò lì, solo nel corridoio, mentre si allontanava con passi sicuri verso le scale. Rimasi immobile, sentendo lo sperma di Marino che colava lentamente lungo le mie cosce, un calore residuo che mi ricordava la mia degradazione.           Dalla stanza arrivò la voce di Nicoletta, ora calma, quasi annoiata. "Dovremmo andare, Cesare. Vincenzo si chiederà dove sono finita."           "Lascialo aspettare, quella nullità," rispose Cesare, accendendosi una sigaretta. L'odore del tabacco arrivò fino a me.           Uscii dal palazzo prima di loro, muovendomi come un fantasma tra le ombre del cantiere. Guidai verso casa in uno stato di trance, le mani che stringevano il volante così forte da farmi sbiancare le nocche. Una volta a casa, mi lavai frettolosamente, cercando di cancellare le tracce di Marino, ma la sensazione di essere stato "sfondato" non se ne andava. Era un marchio, una ferita aperta che mi faceva sentire vivo per la prima volta dopo anni di torpore.           Quando Nicoletta tornò, un'ora dopo, mi trovò seduto in poltrona, nella stessa posizione in cui mi aveva lasciato. Aveva i capelli leggermente spettinati e lo sguardo lucido.           "Sei ancora sveglio?" chiese, posando la borsa sul tavolo.           "Ti aspettavo, cara. Com'è andata al cantiere?" chiesi, la mia voce ferma, quasi divertita.           "Stancante. Cesare è un uomo molto esigente quando si tratta di scartoffie," rispose lei, passandosi una mano sulla gonna, proprio dove avevo visto Cesare afferrarla poco prima.           "Immagino. Dovresti riposare," dissi io, alzandomi per andare in cucina.           "Vincenzo?" mi chiamò lei.           Mi voltai. "Sì?"           "Mi sembri... diverso stasera. È successo qualcosa?" Mi guardava con sospetto, come se potesse annusare l'odore di Marino e della polvere del cantiere su di me.           "No, niente. Pensavo solo che Cesare è fortunato ad avere una segretaria così efficiente. E forse dovremmo invitare Marino a cena uno di questi giorni. Mi è sembrato un uomo... interessante."           Nicoletta sbiancò per un secondo, poi si riprese subito, un sorriso malizioso che le increspava le labbra mature. "Marino? Sì, è un tipo in gamba. Molto... vigoroso nel suo lavoro."           "Ne sono certo," risposi io, tornando nella mia stanza.           Quella notte, sdraiato nel buio accanto a lei, sentivo il mio corpo ancora dolorante. Nicoletta dormiva profondamente, il respiro pesante che riempiva la stanza. Chiusi gli occhi e rividi tutto: la lingua di Cesare sulla sua fica umida, il corpo di lei che si inarcava sotto le spinte di lui, e Marino che mi prendeva con violenza, reclamando la mia sottomissione.           Sapevo che era solo l'inizio. Il geometra Marino non era uomo da fare minacce a vuoto. Potevo quasi sentire il sapore del prossimo incontro, l'odore di polvere e sudore, e l'immagine di Nicoletta che veniva condivisa tra quegli uomini forti, mentre io, il marito cornuto e contento, venivo usato come il loro giocattolo privato.           La mia vita di prima, fatta di silenzi e giornali letti a metà, era finita. Ora ero parte del loro mondo sporco, un ingranaggio della macchina del piacere che Cesare e Marino avevano costruito intorno a mia moglie. E mentre scivolavo nel sonno, un unico pensiero mi attraversò la mente, un desiderio che mi faceva tremare di eccitazione: quando sarebbe stata la prossima volta?           I giorni successivi passarono in una nebbia di attesa. Ogni volta che il telefono di Nicoletta squillava, tendevo l'orecchio. Ogni volta che lei usciva "per lavoro", il mio cuore faceva un balzo. Ma Marino non si faceva vivo. In ufficio, lo vedevo ogni tanto quando passavo a prendere Nicoletta. Mi guardava con quegli occhi freddi, un sorriso impercettibile che mi diceva: * Ti sto guardando, Vincenzo. Non ho dimenticato.*           Poi, un pomeriggio di pioggia battente, arrivò un messaggio sul mio telefono da un numero sconosciuto.           * Oggi alle 18:00. Vecchia fabbrica di via Ostiense. Porta tua moglie. Cesare sa già cosa fare. Non deludermi.*           Le mie mani tremavano mentre cancellavo il messaggio. Andai in bagno e mi guardai allo specchio. Il volto di un uomo di trentotto anni mi restituiva lo sguardo, ma negli occhi c'era una luce nuova, una fame che non avrei mai creduto possibile.           "Nicoletta," la chiamai dal corridoio. "Cesare ha chiamato. Dice che c'è un problema urgente alla vecchia fabbrica. Vuole che andiamo insieme. Dice che serve un testimone per certi documenti."           Nicoletta uscì dalla camera, già vestita con un abito di maglia aderente che metteva in risalto ogni curva del suo corpo abbondante. "Insieme? È strano che voglia anche te."           "Forse vuole che io veda quanto sei brava nel tuo lavoro, cara," dissi, porgendole il cappotto.           Lei mi guardò per un lungo istante, poi sorrise. Era un sorriso carico di intesa, di sfida. Sapeva? Forse no, ma il brivido del pericolo le piaceva quanto a me.           Arrivammo alla fabbrica mentre il crepuscolo tingeva il cielo di un viola livido. Cesare era già lì, la sua macchina scura parcheggiata tra i detriti. Ma accanto alla sua, c'era l'auto di Marino.           Entrammo nell'edificio. L'aria era gelida, impregnata dell'odore di ferro arrugginito e muffa. Cesare e Marino ci aspettavano in una grande sala con le finestre rotte. C'era un tavolo di legno massiccio al centro, e sopra, alcune bottiglie di vino e bicchieri di plastica.           "Benvenuti," disse Marino, la sua voce che rimbombava nello spazio vuoto. "Sapevo che non avresti mancato l'appuntamento, Vincenzo."           Cesare si avvicinò a Nicoletta, afferrandola per i fianchi e attirandola a sé con un gesto possessivo. "Tuo marito sta imparando le regole del gioco, Nicoletta. Gli piace guardare, ma gli piace anche partecipare, a modo suo."           Nicoletta guardò prima Cesare, poi Marino, e infine me. Un lampo di comprensione le attraversò gli occhi. Non era shock, era puro, animalesco piacere.           "Quindi è così?" sussurrò lei, la voce roca di desiderio. "Tutti e tre insieme?"           "Tutti e quattro, cara," corresse Marino, avvicinandosi a me. "Vincenzo ha un ruolo speciale stasera."           Marino mi afferrò per la nuca, costringendomi a guardare mentre Cesare spingeva Nicoletta contro il tavolo di legno. Con un gesto violento, Cesare le strappò l'abito di maglia, rivelando la sua carne morbida, il reggiseno di pizzo nero che faticava a contenere il suo seno.           "Guarda, Vincenzo," ordinò Marino, mentre la sua altra mano scivolava già verso la mia cintura. "Guarda come la tua troia si prepara per noi."           Cesare non perse tempo. Si abbassò i pantaloni e, senza preliminari, fece sedere Nicoletta sul bordo del tavolo, aprendole le gambe con forza. Iniziò a leccarla con una ferocia inaudita, la lingua che cercava ogni piega della sua pelle matura. Nicoletta gridava, la testa rovesciata all'indietro, mentre le sue mani cercavano qualcosa a cui aggrapparsi.           "Sì... sì... Cesare, prendimi tutta!" urlava lei.           In quel momento, Marino mi fece voltare. Mi spinse contro il muro freddo della fabbrica, calandomi i pantaloni con un gesto secco. Sentii il freddo dell'aria sulla pelle nuda, e subito dopo, il calore della sua mano che mi afferrava il sesso.           "Stasera non scappi, vecchio mio," mormorò Marino contro il mio collo. "Voglio che senti tutto. Voglio che senti quanto sei piccolo rispetto a noi."           Sentii la sua erezione premere contro di me, ancora più dura della volta precedente. Marino non usò lubrificante stasera. Spinse con forza, cercando di farsi strada nel mio corpo. Il dolore fu atroce, mi sembrò di essere spaccato in due. Gridai, ma il rumore fu coperto dai gemiti di Nicoletta e dai grugniti di Cesare.           "Soffri, Vincenzo. È il dolore che ti rende degno di guardarla," diceva Marino, aumentando la violenza delle sue spinte.           Mentre venivo posseduto da Marino, i miei occhi erano fissi su mia moglie. Cesare l'aveva girata di nuovo. Ora lei era piegata sul tavolo, il sedere rivolto verso di noi. Cesare le stava prendendo il culo, spingendo con forza mentre le schiaffeggiava le cosce.           "Guarda come la sfondo, Vincenzo! Guarda come ride mentre la prendo dove tu non hai mai osato!" urlava Cesare tra un ansimo e l'altro.           La scena era un caos di carne, sudore e rumori osceni. Il suono della pelle che sbatteva contro il legno del tavolo, le grida di Nicoletta che chiedeva sempre di più, e il respiro pesante di Marino dietro di me che mi riempiva le orecchie. Mi sentivo come se fossi sospeso in un vuoto di sensazioni pure, dove il dolore e il piacere non avevano più confini.           Ero il marito cornuto. Ero l'oggetto del desiderio deviato di Marino. Ero lo spettatore della gloria carnale di mia moglie. E in quel momento, immerso nella sporcizia di quella fabbrica abbandonata, circondato dall'odore del sesso e del tradimento, mi sentii finalmente completo.           Marino venne dentro di me con un urlo soffocato, il suo corpo che vibrava contro il mio. Quasi nello stesso istante, Cesare esplose dentro Nicoletta, crollando sopra di lei mentre entrambi cercavano di riprendere fiato.           Il silenzio che seguì fu rotto solo dal rumore della pioggia che batteva sul tetto di lamiera. Ci staccammo lentamente, quattro corpi esausti, segnati dalla violenza del loro desiderio.           Nicoletta si sollevò dal tavolo, i capelli un groviglio selvaggio, il trucco colato che le segnava il viso. Mi guardò, e per la prima volta in vent'anni, vidi in lei un rispetto profondo, una complicità che non avevamo mai avuto.           "Vincenzo," disse lei, la voce debole ma ferma. "Andiamo a casa."           "Sì, cara," risposi io, mentre Marino mi dava una pacca sulla spalla, un gesto quasi amichevole, se non fosse stato per l'oscurità che portava negli occhi.           "Ci vediamo presto, Vincenzo. Cesare ha ragione, sei un ottimo allievo," disse Marino, sorridendo.           Uscimmo dalla fabbrica insieme, marito e moglie, camminando verso la macchina sotto la pioggia scrosciante. Non dicemmo una parola durante il tragitto. Non ce n'era bisogno. Il segreto che ora condividevamo era più forte di qualsiasi promessa matrimoniale.           Arrivati a casa, Nicoletta si spogliò lentamente davanti a me, senza vergogna, mostrando i segni rossi delle mani di Cesare sulla sua pelle. Si infilò sotto le coperte e mi fece cenno di avvicinarmi.           "Vincenzo," sussurrò mentre mi sdraiavo accanto a lei. "Domani... chiama Marino. Penso che dovremmo invitarlo a cena per davvero."           Le presi la mano, la pelle ancora calda di sesso e adrenalina. "Lo farò, Nicoletta. Lo farò."           Chiusi gli occhi, sapendo che il domani sarebbe stato ancora più buio, ancora più sporco, e immensamente più eccitante. Il mio viaggio nel cuore del tradimento era appena iniziato, e non c'era modo di tornare indietro. Ero Vincenzo, trentotto anni, cornuto e finalmente, totalmente, contento.
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Categorie: Incesti
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