Capitolo 3 – La liberazione (immagini fra i miei album) Carla tornò esattamente sette giorni dopo, alle 19:30 in punto. Indossava di nuovo una camicetta di seta nera, questa volta leggermente più aperta sul collo, ma sempre senza eccessi. I jeans scuri le stringevano il corpo abbondante in modo quasi osceno: la pancia morbida e prominente strabordava sopra la cintura, le cosce grosse sfregavano tra loro a ogni passo, e il culo enorme, largo e pesante sembrava sul punto di far scoppiare le cuciture. Pesava ormai stabilmente sui 92-93 kg, e si vedeva. Appena entrò nello studio si fermò davanti alla mia scrivania, le mani che tremavano leggermente. «Mi sono sentita… viva, dopo l’altra sessione» disse con voce bassa ma decisa. «Per la prima volta da anni non mi sono sentita solo una culona grassa e inutile. Mi sono toccata pensando a quello che mi hai detto… e sono venuta come non mi succedeva da tanto tempo.» Fece un respiro profondo, le tette enormi che si alzavano. «Voglio continuare. Voglio un percorso vero. Voglio essere liberata dalle mie insicurezze, dai blocchi, dai timori… e soprattutto nella mia sessualità. Ho fretta. Voglio fare tre sessioni a settimana. Non posso più aspettare.» La guardai per qualche secondo, poi annuii. «Va bene, Carla. Ma sappi che una volta aperta questa porta, non si chiude facilmente. Sei sicura?» «Sono sicura.» La feci accomodare sulla poltrona reclinabile. Questa volta non ci furono preamboli lunghi. La portai in trance profonda in meno di sei minuti. Il suo corpo si rilassò completamente: la pancia morbida si sollevava lenta, le mani abbandonate sui braccioli, le labbra socchiuse. «Adesso scendiamo nella tua sessualità, Carla. Nel tuo subconscio più profondo. Dimmi cosa ti eccita davvero. Senza filtri.» La sua voce uscì calda, un po’ roca, come se parlasse da un luogo molto lontano e molto bagnato. «Mi eccita… l’umiliazione. Più vengo umiliata, più godo. Quando Marco mi diceva che ero una culona inchiavabile… mi bagnavo. Quando mi guardava con disgusto mentre mangiavo… mi si indurivano i capezzoli. Più mi sento grassa, inutile, brutta… più il mio corpo reagisce.» Fece una pausa. Le cosce grosse si strinsero leggermente. «Mi eccita la degradazione. Essere guardata mentre mi umilio. Essere sporcata, degradata davanti a qualcuno. Vedere negli occhi degli altri lo schifo… e il desiderio perverso. Mi eccita scioccare. Mi eccita quando gli sguardi diventano osceni, quando mi guardano come una troia grassa da usare, non come una persona.» La voce diventò più bassa, più eccitata. «Mi piace l’esibizionismo… ma solo quello sporco. Non voglio sguardi innocenti. Voglio essere esposta mentre vengo usata, mentre mi apro, mentre vengo degradata. Voglio che la gente veda quanto sono porca dentro.» Poi arrivò la parte che mi fece alzare un sopracciglio. «Il dolore anale… quello vero. Quando Marco mi sfilava il cazzo dalla figa proprio mentre stavo per venire e me lo spingeva dentro il culo a secco, con forza… quei colpi brutali, secchi, che facevano male… mi facevano impazzire. Sentivo il culo che si apriva, che bruciava, che veniva forzato… e venivo come una fontana. Mi piace la dilatazione. Mi piace quando è grosso, quando fa male, quando mi allarga fino al limite.» Un piccolo gemito le sfuggì dalle labbra mentre lo diceva. «E poi… ingoiare lo sperma. Mi fa sentire donna. Mi fa sentire utile. Quando un uomo mi viene in bocca e io lo mando giù… è come se ricevessi dentro di me il suo piacere. Mi gratifica. Mi eccita da morire.» La lasciai galleggiare in quel mare di confessioni per qualche minuto, registrando ogni dettaglio. Il suo corpo nella trance era visibilmente eccitato: le guance rosse, il respiro corto, una macchia umida che si allargava sui jeans all’altezza del cavallo. «Molto bene, Carla. Il tuo subconscio è chiaro. Sei una donna che trae piacere dall’umiliazione, dalla degradazione, dal dolore anale estremo e dal sentirsi usata e riempita. Ora ti do un comando semplice, che porterai con te quando ti sveglierai: ogni volta che penserai a queste cose, sentirai un’ondata di eccitazione e di libertà. Non vergogna. Solo desiderio puro.» La riportai su lentamente. Quando aprì gli occhi, mi guardò con uno sguardo nuovo: più intenso, più affamato. Si passò la lingua sulle labbra. «Ho detto… tutto questo?» chiese, la voce ancora un po’ impastata. «Sì. E il tuo corpo ha reagito molto chiaramente.» Carla abbassò lo sguardo sulla macchia umida tra le sue gambe, poi lo rialzò su di me. Non sembrava imbarazzata. Sembrava eccitata. «Tre sessioni a settimana, allora?» «Tre sessioni a settimana» confermai. «E tra una e l’altra… voglio che inizi a notare come il tuo corpo reagisce quando ti senti umiliata o degradata. Annota tutto. Voglio sapere ogni dettaglio.» Si alzò in piedi, il corpo grasso che ondeggiava. Prima di uscire si voltò sulla porta. «Grazie… maestro.» La parola le era uscita naturale. Quasi senza pensarci. La porta si chiuse. E io rimasi solo nello studio, con il cazzo duro dentro i pantaloni e la certezza che Carla stava per trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso e molto più eccitante di una semplice moglie frustrata.
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