CONFESSIONE 4 Il confessionale odorava di mogano antico e di lussuria repressa. Era l’ora del tramonto, e i raggi obliqui del sole ferivano gli occhi dei santi nelle vetrate. Don Enzo, seduto nel suo scranno buio, sentiva già il prurito dell’attesa sotto la tonaca. Aveva visto entrare lei. Clara. Trentacinque anni, sposata da dieci con Marco, il falegname. Una fedele ogni domenica, un’anima pia con gli occhi sempre un po’ troppo brillanti quando riceveva l’ostia dalle sue mani. Il fruscio di una gonna oltre la grata. Un respiro leggermente affannoso. “Beneditemi, padre, perché ho peccato.” La voce era bassa, vellutata, carica di un’emozione che Don Enzo riconobbe all’istante. Non era il tremito della paura, come nelle bambine. Era il calore umido del desiderio inappagato. “Parla, figliola. La Misericordia di Dio è infinita.” Un silenzio carico di vergogna. Poi le parole uscirono a fiotti, come se il catenaccio di una diga si fosse rotto. “È… è il mio corpo, padre. Non mi dà pace. Di giorno… di giorno va tutto bene. Sono una brava moglie, aiuto mio marito, tengo la casa. Marco è un uomo buono. Ci amiamo.” La voce si fece più bassa, strozzata. “Ma alla sera… quando cala il buio e lui si addormenta accanto a me… è come se un demone si svegliasse dentro di me.” Don Enzo rimase immobile, ogni fibra del suo essere tesa come la corda di un violino. “Che tipo di demone, Clara?” chiese, con tono neutro, professionale. “Desiderio, padre,” sussurrò lei, e la parola sembrò bruciare l’aria. “Un desiderio… animalesco. Vorrei… vorrei che Marco mi toccasse. Ma non come fa lui. Lui è dolce, rapido. Come un dovere. Io… io ne voglio di più. Ne ho bisogno. Mi sveglio nel cuore della notte umida, con le mani tra le gambe, pensando a… a cose turpi. A uomini forti, a mani ruvide che mi prendono con forza. E la mattina, quando Marco si avvicina per il nostro… dovere coniugale… mi sento vuota. È come se il mio corpo chiedesse una cosa di notte e ne ricevesse un’altra, più misera, al mattino. Sono un mostro, padre?” Don Enzo chiuse gli occhi. Nella sua mente vide non un mostro, ma un frutto maturo, pesante di succo, che attendeva solo di essere spremuto. Clara non era una da spaventare con minacce infernali. Era una donna, frustrata, confusa, piena di un fuoco che suo marito non sapeva o non voleva spegnere. Un fuoco che lui, sacerdote, poteva dirigere. Possedere. “Non sei un mostro, Clara,” disse, con una voce che diventò improvvisamente più calda, più intima. “Il Signore ci ha creati con un corpo che desidera. Il peccato non è nel desiderio, figliola. Il peccato è nel lasciare che quel desiderio ci guidi fuori dal disegno sacro del matrimonio.” “Ma come lo controllo, padre?” implorò lei, e nella sua voce c’era una disperazione genuina. “Prego, ma quando la notte arriva, sono di nuovo quella… quella puttana nel mio cuore.” La parola grezza, uscita da quelle labbra da brava moglie, fece sobbalzare Don Enzo di piacere. “Forse,” sussurrò, avvicinandosi così alla grata che il suo alito caldo doveva sfiorare la guancia di Clara dall’altro lato, “non si tratta di controllarlo. Forse si tratta di incanalarlo. Di dargli uno sfogo… sacro.” “Sacro?” mormorò lei, confusa. “Il tuo corpo brucia di un fuoco che tuo marito non può comprendere,” continuò Don Enzo, dipingendo la sua menzogna con toni da mistico. “È un fuoco troppo intenso per la semplice unione coniugale. È un fuoco che assomiglia… all’estasi dei santi. All’ardore per il divino.” Sentì il suo respiro fermarsi dall’altra parte. “Ma io… io penso a cose terrene, padre. Impure.” “L’impurità,” tagliò corto lui, “sta nell’intenzione, non nell’atto. Se un atto fisico viene compiuto non per lussuria, ma come sacrificio, come penitenza per domare quel fuoco… allora può diventare un strumento di grazia.” Il silenzio che seguì era denso, elettrico. Clara stava bevendo ogni parola, aggrappata a questa assurda ancora di salvezza. “Vieni qui, dalla mia parte, Clara,” ordinò Don Enzo, con una dolcezza autoritaria che non ammetteva repliche. “Devo valutare la profondità di questa… crisi spirituale.” La porticina cigolò. Ed eccola lì. Clara era una donna formosa, con fianchi generosi e un seno abbondante stretto in un semplice vestito marrone. I suoi occhi castani erano lucidi per le lacrime represse e per qualcos’altro: una speranza disperata. Don Enzo le indicò di sedersi sulla panca accanto a lui. Il confessionale era stretto. Le loro ginocchia si toccavano. “Il demone del desiderio,” disse lui, posando una mano sulla sua, “si annida nel corpo. Per combatterlo, dobbiamo conoscerne le vie. Le sue… geografie.” La sua mano si sollevò e, con un movimento lento e inevitabile, andò a posarsi sul ginocchio di Clara. La sentì irrigidirsi, ma non ritrarsi. “Dove senti questo fuoco, Clara? Mostrami.” Era una richiesta oscena, blasfema. Clara arrossì fino alle radici dei capelli. Ma nella sua confusione, nel suo bisogno disperato di purificazione, obbedì. Con mano tremante, prese la mano di Don Enzo e la guidò, prima sul suo ventre, poi più in basso, sopra il tessuto grezzo della gonna. “Qui, padre,” sussurrò, morendo di vergogna. “Qui brucia sempre.” Don Enzo premé la mano su quel Monte di Venere già caldo attraverso la stoffa. Sentì un tremore profondo percorrere tutto il corpo di lei. “Vedi?” mormorò, mentre le dita iniziavano a tracciare piccoli cerchi. “Il fuoco è qui. Concentrato. Una fiamma che tuo marito non sa attizzare né spegnere.” La sua voce era ipnotica. “Ma io posso. Posso offrirti una penitenza fisica, Clara. Un sacrificio del corpo per placare il demone del desiderio. Sarà duro. Sarà umiliante. Ma potrebbe darti la pace che cerchi.” “Cosa… cosa devo fare?” chiese lei, la voce rotta dall’eccitazione e dalla paura. “Devi offrirmi il tuo corpo,” disse Don Enzo, senza più mezzi termini. “Non per piacere. Per penitenza. Per permettere a me, ministro di Dio, di estrarre quel veleno di lussuria con il mio stesso strumento consacrato.” Mentre parlava, con l’altra mano si apriva la tonaca. La sua erezione, lunga e spessa, emerse nell’aria quieta del confessionale. Clara la vide e emise un gemito soffocato. Non di rifiuto. Di terrore sì, ma anche di un’attrazione fatale, proibita. “È… è enorme,” mormorò, ipnotizzata. “È lo strumento della tua purificazione,” la corresse lui. “Ora. Inginocchiati.” Clara scivolò in ginocchia sul pavimento di legno. La posizione era umiliante, sottomessa. Proprio ciò di cui il suo cuore segreto aveva bisogno. “Prendilo in bocca,” ordinò Don Enzo. “Non come un atto impuro. Come un’ostia amara. Come una comunione inversa, dove tu ricevi il mio sacrificio per espiare il tuo peccato.” Clara obbedì. Aprì le labbra e accettò quella punta turgida. Un sapore maschile, salato, la invase. Fu un’onda di vergogna così intensa da sfiorare l’estasi. E mentre iniziava a muovere la testa, guidata dalle mani di Don Enzo che le affondavano nei capelli, sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé. La brava moglie di giorno moriva, sostituita dalla penitente di notte che succhiava il sesso di un prete nel buio di un confessionale. Don Enzo gemeva di piacere, osservandola. La vedeva arrendersi non alla violenza, ma alla sua stessa perversa teologia della salvezza attraverso la corruzione. “Bene,” ansimò. “Così il fuoco si trasferisce. Dal tuo corpo peccaminoso al mio, che lo può sopportare.” Era una follia, ma Clara annuiva, con gli occhi chiusi, le guance scavate dallo sforzo. Quando fu sul punto di venire, Don Enzo si ritrasse. “No,” disse, tirandola in piedi. “La purificazione deve essere completa.” Le girò le spalle, le sollevò la gonna e le abbassò le mutandine. La posizione era brutale, da animale. “Il demone risiede nella tua matrice, Clara. È lì che deve essere scacciato.” E senza alcuna delicatezza, mentre lei si aggrappava alla grata del confessionale con le nocche bianche, la penetrò. Clara urlò, un urlo soffocato dal legno che le premeva contro la bocca. Era una presa infinitamente più invasiva, più piena di quella di suo marito. Don Enzo la scopava con colpi profondi e regolari, affondando in quel caldo umido di moglie frustrata con una forza che Marco non avrebbe mai osato usare. “Ecco,” ringhiava Don Enzo contro la sua nuca, annusando il profumo dei suoi capelli sudati. “Ecco la penitenza. Sentila! Il mio corpo consacrato scava via la tua lussuria! La sostituisce con obbedienza!” E Clara sentiva. Sentiva il dolore del dilatarsi, la vergogna atroce, ma anche, strisciante e inconfessabile, un piacere mostruoso. Era la forza che desiderava di notte. Era la possessione totale che suo marito non le dava. Piangeva, ma le sue lacrime ora erano di una liberazione perversa. Don Enzo accelerò, il suo ritmo diventando furioso. Le mani le stringevano i fianchi, lasciandovi segni rossi. “Prega, puttana!” le ordinò. “Prega mentre ti scopo l’inferno dal corpo!” E lei pregava, balbettando Ave Marie e Pater Noster mentre veniva violentata dal suo confessore. L’orgasmo la colse prima del previsto, un’esplosione di vergogna e piacere così intensa da farle vedere stelle. I suoi spasmi interni fecero perdere il controllo anche a Don Enzo, che si svuotò dentro di lei con un ruggito soffocato, riempiendola del suo seme caldo. Rimasero così per un minuto, appoggiati alla grata, ansimanti. Poi Don Enzo si ritrasse. Sistemò la tonaca. Guardò Clara che si rimetteva a posto con movimenti meccanici, il viso rigato di lacrime e sperma. “La tua penitenza è iniziata, Clara,” disse, con voce ormai normale, come se commentasse il tempo. “Il fuoco si è calmato?”   Lei annuì, senza guardarlo. Si sentiva vuota. Sporca. Eppure… stranamente in pace. Il demone della notte sembrava placato, saziato da qualcosa di più grande di lei. “Tornerai domani sera,” non era una domanda. “Il trattamento deve essere continuativo. Fino a quando il demone non sarà domato per sempre.” Clora annuì di nuovo. Uscì dal confessionale a testa bassa, reggendosi i vestiti addosso. Camminava in modo diverso. Si sentiva usata. E redenta. Don Enzo rimase seduto nell’oscurità, un sorriso di soddisfazione sulle labbra. Clara non sarebbe più tornata dal marito con lo stesso desiderio notturno. Perché ora sapeva dove andare a spegnerlo. E lui aveva trovato una nuova fonte di piacere: non l’innocenza da spezzare, ma la frustrazione coniugale da sfruttare. Una donna matura, desiderosa, che credeva di essere salvata mentre veniva dannata. Era una corruzione ancora più sottile. E forse, ancora più dolce.  
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