Capitolo 2 – La prima sessione (Foto e illustrazione nei miei album)
Lo studio di mental coaching si trovava al piano terra di un palazzo discreto nel centro di Québec, con le finestre oscurate da tende pesanti e una luce calda che filtrava solo dalle lampade di sale himalayane. Era passato esattamente una settimana dalla cena. Carla arrivò puntuale alle 19:30, con lo stesso tipo di camicetta di seta nera aderente che aveva indossato quella sera, ma questa volta i bottoni sembravano tirare ancora di più sul suo corpo. Aveva messo su parecchi chili negli ultimi anni: ormai sfiorava i 92 kg su quei 159 cm di altezza. La pancia morbida e prominente straripava leggermente sopra la cintura dei jeans scuri strettissimi, che le fasciavano il culo enorme, largo e pesante come un trofeo proibito. Le tette enormi e pesanti ondeggiavano a ogni passo, tese contro la stoffa lucida.
Chiuse la porta dietro di sé con un leggero tremito nella mano.
«Grazie per essere venuta, Carla» dissi con quel tono basso e caldo che usavo sempre prima di una sessione. «Siediti pure sulla poltrona. Quella grande, reclinabile.»
Lei si accomodò, le cosce grosse che si aprirono leggermente, il respiro già un po’ accelerato. Gli occhiali le scivolarono sul naso mentre mi guardava.
«Sono nervosa» confessò a bassa voce. «Non ho mai fatto ipnosi.»
«Tranquilla. Oggi facciamo una regressiva leggera. Voglio solo che il tuo inconscio ti mostri cosa c’è sotto tutta quella rabbia e quella gratitudine che provi verso Marco. Sei pronta?»
Annuì.
La feci rilassare con la mia voce, ancorando il respiro, guidandola giù, sempre più giù. Dopo otto minuti era in trance profonda: le palpebre tremavano, le mani molli sui braccioli, la pancia che si alzava e abbassava lentamente.
«Torna a quando avevi tra i 22 e i 25 anni, Carla. Dimmi cosa vedi.»
La sua voce uscì roca, lontana.
«Cocaina… tanta. Ogni sera. Mi sentivo viva solo quando sniffavo. Poi arrivava Marco. Mi ha tirata fuori. Mi ha detto che mi amava, che non potevo continuare così. Mi ha salvata.»
«Bene. E dopo? Quando hai smesso?»
«Subito dopo il fidanzamento. Ma… ho iniziato a mangiare. Tanto. Come se il mio corpo volesse riempire il vuoto che la coca aveva lasciato. E più ingrassavo, più lui mi umiliava… ma io lo sopportavo. Perché mi aveva salvata.»
Le lasciai assimilare il ricordo, poi cambiai tono. La voce divenne più ferma, chirurgica.
«Adesso ti mostro la verità, Carla. La verità che il tuo inconscio ha sempre saputo ma che hai nascosto per non crollare. Marco non ti ha mai rispettata. Già quando eri incinta del primo figlio, già quando i erano piccoli, lui era un puttaniere noto in tutto l’ufficio. Andava dalle prostitute di strada almeno due volte a settimana. Le pagava di più per non usare il preservativo. Le sodomizzava senza. Poi tornava a casa e ti scopava senza protezioni, mentre tu allattavi o eri ancora incinta. Quando qualcuno lo avvertiva del rischio per te, lui rideva e diceva: “Quella lardona inchiavabile è mia moglie. Deve condividere il mio destino”.»
Vidi il suo corpo reagire nella trance. Il respiro accelerò. Le guance diventarono rosse. Le tette enormi si alzavano e abbassavano più velocemente. Un piccolo gemito le sfuggì dalle labbra.
«Lo sapevi, vero? In fondo lo sapevi.»
«Sì…» mormorò, la voce spezzata. «Ma… gli ero grata. Pensavo che senza di lui sarei morta di overdose.»
«Adesso lascia andare quella gratitudine falsa. È finita. Sei libera di sentire la rabbia. La vera rabbia.»
Lasciai che il sentimento la invadesse per qualche minuto. Poi passai alla parte più pericolosa e più eccitante.
«Ora dimmi, Carla… quali sono le tue fantasie più recondite? Quelle che non hai mai confessato a nessuno. Quelle che ti fanno bagnare quando sei sola.»
Il suo corpo si irrigidì sulla poltrona. Le cosce grosse si strinsero, poi si riaprirono. La voce divenne un sussurro roco, quasi vergognoso.
«Voglio… essere una puttana. Essere pagata per farmi usare da tanti uomini. Essere abusata. Degradata. Essere la schiava totale di un padrone che mi umilia in pubblico. Esibizionismo… farmi vedere da tutti mentre vengo usata. E… anche la merda. Voglio essere degradata con la merda, sporcata, umiliata fino in fondo.»
Fece una pausa. Il respiro era diventato pesante. Vidi una macchia umida formarsi tra le sue gambe sui jeans.
«Ma c’è di più… la cosa che mi eccita di più, quella che mi fa impazzire da venticinque anni… è l’idea di umiliare Marco. Di disonorarlo. Di fargliela pagare. Voglio tradirlo nel modo più sporco possibile. Voglio che sappia che mentre lui mi chiamava culona inchiavabile, io mi facevo scopare da altri. Voglio che lo sappia tutto l’ufficio. Voglio che lo umili in pubblico. Voglio che lo distrugga sessualmente, emotivamente, socialmente. Voglio vederlo crollare mentre io vengo finalmente usata come la troia che merito di essere.»
La sua voce tremava di eccitazione pura. Le mani stringevano i braccioli. La pancia morbida vibrava.
«Quella è la fantasia più forte, vero?» le chiesi piano.
«Sì… è quella che mi fa venire più forte quando mi tocco. Umiliarlo. Disonorarlo. Vendicarmi di ogni “lardona”, di ogni “culona inchiavabile”, di ogni volta che mi ha sfilato il cazzo mentre stavo per venire.»
La lasciai galleggiare in quel desiderio per qualche secondo, poi la riportai lentamente su.
Quando aprì gli occhi, era sudata, le guance arrossate, lo sguardo diverso. Più vivo. Più pericoloso. Più bagnato.
«Come ti senti?» le chiesi.
Carla si passò la lingua sulle labbra. La voce era ancora roca.
«Libera. E… terribilmente eccitata.»
Si alzò dalla poltrona. Il suo corpo enorme tremava ancora di adrenalina e desiderio. Mi guardò dritto negli occhi.
«Grazie… capo. Quando facciamo la prossima sessione?»
Sorrisi.
«Quando vuoi, Carla. La porta del mio studio è sempre aperta per te.»
Lei annuì, ma prima di uscire si voltò un’ultima volta. La sua mano sfiorò inconsciamente la pancia morbida.
«Voglio che mi aiuti a realizzare quella fantasia. Quella più sporca. Quella di rovinarlo.»
La porta si chiuse dietro di lei.
E io sapevo già che il gioco era appena iniziato.
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Aggiunto: 6 giorni fa
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