Capitolo 1 – La cena e il primo sguardo (Le foto e illustrazioni sono nei miei album) Quella sera di due anni fa, il mio appartamento al sesto piano nel centro di Roma profumava di arrosto di maiale alle erbe, patate al rosmarino croccanti e un buon Chianti Classico che respirava già da un’ora sul tavolo. Avevo cucinato io, come sempre quando volevo controllare ogni dettaglio. A 47 anni sapevo esattamente cosa stavo facendo, sia in cucina che fuori. Marco arrivò puntuale, come al solito, con sua moglie Carla al seguito. Lui 51 anni, pancetta da bevitore, faccia da simpaticone un po’ troppo sicura di sé. Lei, Carla, 48 anni appena compiuti: 159 centimetri di altezza per 85 chili di carne morbida e generosa. Due tette enormi che tendevano la camicetta di seta nera, un culo largo, alto e formoso che riempiva i jeans scuri in modo quasi osceno. Camminava con quel passo un po’ pesante ma sensuale delle donne pienotte che sanno di avere un corpo che fa voltare la testa, anche se il marito si divertiva a ricordarle il contrario. Durante la cena l’atmosfera si scaldò in fretta. Il vino faceva il suo lavoro. Marco, dopo il terzo bicchiere, iniziò con le sue battute. Le stesse di sempre, quelle che usava da vent’anni quando si confidava con me nel mio ufficio o al bar dopo il lavoro. «Amore, vacci piano con quella porzione, eh? Di ciccia ne hai già abbastanza. Dopo chi ti chiava?» disse ridendo, dando una pacca sul fianco di Carla come se stesse parlando di un cavallo. Carla abbassò lo sguardo sul piatto, forzando un sorriso tirato. Io sentii una fitta di fastidio salirmi dallo stomaco. Lui continuò, imperterrito: «Sai, capo, mia moglie non sa fare nemmeno una O con un bicchiere. Te lo giuro. Ogni tanto quando la vedo coi bigodini in testa mi spavento, cazzo. Sembra una culona inchiavabile.» Rise forte della sua stessa battuta. Io no. Sapevo troppe cose su di loro. In vent’anni di confidenza, Marco mi aveva raccontato tutto: le prostitute una volta a settimana, quasi sempre a pelle, le trans che si faceva mettere in ginocchio e sodomizzava senza preservativo, la gonorrea e l’epatite che aveva attaccato a Carla senza nemmeno chiederle scusa. Mi aveva descritto con dovizia di particolari come, quando scopavano, le sfilava il cazzo dal figa proprio mentre lei stava per venire, glielo ficcava nel culo e rideva mentre lei urlava di piacere misto a frustrazione. Poi, quando aveva scoperto che lei riusciva a venire come una fontana col culo, aveva cambiato tattica: finiva sempre in bocca, svuotandosi sulla lingua e obbligandola a ingoiare. E lei, Carla, sopportava. In silenzio. Con quegli occhi castani grandi e un po’ tristi che quella sera, però, iniziarono a cambiare quando mi guardò. Approfittai di un momento in cui Marco si alzò per andare in bagno. Mi sporsi leggermente verso di lei, abbassando la voce in quel tono caldo e profondo che usavo nelle sessioni di coaching e ipnosi. «Carla… posso essere sincero?» Lei annuì, incuriosita. «Sei una donna bellissima. E non lo dico per cortesia. Il tuo corpo ha una presenza, una sensualità potente che poche donne hanno. Peccato che certe persone non sappiano valorizzarla.» Vidi le sue guance arrossire leggermente. Le pupille si dilatarono appena. Continuai, usando le tecniche di PNL che conoscevo benissimo: mirroring del respiro, linguaggio inclusivo, ancoraggi vocali. «Io lavoro anche come mental coach e ipnotista, sai? Aiuto le persone a riconnettersi con il proprio corpo, con il proprio piacere, con la propria potenza sessuale repressa. Molte donne della tua età scoprono, grazie all’ipnosi erotica e al lavoro sul corpo, sensazioni che non credevano più possibili.» Carla mi guardava fisso. Le sue labbra si socchiusero leggermente. «Davvero?» mormorò. «Davvero. Se ti va, una di queste sere puoi venire nel mio studio. Solo una chiacchierata. Nessun impegno. Ti mostro come funziona una sessione leggera. Magari scopri qualcosa di nuovo su di te… e su quello che il tuo corpo può provare.» In quel momento Marco tornò a tavola, ma il seme era stato piantato. Carla non disse nulla davanti a lui, però quando si alzarono per andare via, mi strinse la mano un secondo di troppo. Le sue dita erano calde. Il suo sguardo, per la prima volta da anni, non era più spento. Mentre chiudevo la porta alle loro spalle, sorrisi tra me e me. Sapevo già che sarebbe tornata. E sapevo già che quella culona formosa, umiliata da vent’anni, stava per scoprire cosa significava essere desiderata davvero.