X. Mia madre, Antonia e Marta andarono a far la spesa in un minimarket lì vicino. Visto che era l’ultimo giorno, volevano cucinare qualcosa di speciale. Rimasi così da solo con Vittoria e Claudia, e sa dio quali e quanti scenari pornografici mi s’affastellarono nella testa in nemmeno mezzo minuto. Le due stavano sedute sul divano, in pantaloncini e gambe nude. Claudia parlava mentre Vittoria mangiava un’albicocca. Per non avere un esaurimento o, peggio, arrivare a fare qualcosa di compromettente, cercai per casa qualche distrazione.  Non trovando nulla, decisi di prendere la borsa e pulire l’attrezzatura fotografica. Tale era l’attrazione che le due esercitavano sulla mia eccitazione, che finii per sedermi al tavolo della sala, per eseguire il compito che mi ero assegnato. Ma perlomeno diedi loro le spalle, così da evitare distrazioni, pensai. Proposito che si rivelò subito fallimentare. Dunque, senza troppo impegno, svuotai la borsa, la capovolsi scuotendola per far cadere granelli e sassolini vari; quindi passai l’esterno con un panno umido per togliere sabbia e salsedine. Pulii filtri, lenti e corpo macchina e riposi il tutto al proprio posto. Non sapendo più cos’altro fare, cedetti alla concupiscenza e m’accomodai sull’altro divano ad ascoltare le chiacchiere delle due donne. E a guardarle. Il trio rientrò con due buste di plastica gialle e venne preparato un pranzino niente male, che consumammo sotto il porticato, con Marta e Antonia che facevano avanti e indietro dalla portafinestra della cucina portando piatti, pietanze e birre fresche. Svaccati sulle sedie, venne il momento del caffè e, per i tabagisti, della sigaretta. Ci godevamo quel filo di vento che ogni tanto ci arrivava. “Quasi quasi faccio una lavatrice.” soffiò via uno sbuffo di fumo Marta, guardando un punto non ben precisato all’orizzonte. Claudia rise di quel suo proposito: “Adesso?!”. Marta rispose seria: “A pustis.” traducendo subito: “Dopo. Finito di sparecchiare”, quindi guardò le amiche: “Così laviamo i vestiti. Io di puliti non ne ho più. Già che ci sono lavo tutto e no si bi penset pius”. Ai nostri sguardi perplessi ribatté suggerendo: “Potete andare in paese a fare un giro, mentre io faccio. È bellino, sapete”. Si decise quindi per una gitarella a piedi, a supplire la spiaggia quotidiana.Dopo una breve pausa digestiva, ci spalmammo la crema, preparammo una borsa con dell’acqua e poco altro, io presi al volo l’attrezzatura dal tavolo della sala, e lasciammo Marta alle sue faccende casalinghe. Mentre uscivamo dal cancello mia madre urlò verso la casa: “Sicura di non voler venire???”. Da dentro giunse la risposta: “Emmo!” [sardo logudorese: “Sì, sicura!”]. Ci lasciammo trasportare giù dal pendio polveroso che portava al centro. Claudia accennava un trotto, scampanellando come di consueto: “...Vorrà sistemare casa, visto che non ci viene mai”. Antonia considerò: “Mah, per me voleva rimanere un po’ da sola. Averti sempre intorno è dura!”. “Ma!! Senti chi parla!” mollò una sberla sulla spalla dell’amica, che si scostò ridendo di gusto. Fra le case che cominciavano ad assembrarsi in un vero e proprio paesino, notai uno scorcio che dava sulla brulla vallata, di sotto. Mi fermai per fare una foto. Inquadrai, impostai un’iperfocale a diaframma 22, e scattai. Osservai i cirri lievi verso l’orizzonte e intuii che con quella luce non sarebbero risaltati come speravo. Feci quindi per prendere il filtro arancio, ma non lo trovai. Non avevo nemmeno un filtro, nella borsa. Passato quell’attimo di panico in cui credetti d’averli persi per strada, mi convinsi d’averli dimenticati sul tavolo qualche ora prima. <Distratto com’ero da quelle due sul divano, è già un miracolo che perlomeno ci sia la macchina fotografica, in borsa>. Non mi andava di rinunciare a quelle nuvole <e poi giù in paese potrei averne ancora bisogno. Che so, per scurire il cielo, o aumentare la gamma di qualche muro intonacato...> mi voltai verso la casa di Marta: <però mi tocca farmi la salita> sbuffai. Urlando avvisai il gruppo e tornai indietro, spingendo sulle ginocchia.Arrivai al cancello madido di sudore. Poggiai al tavolo del porticato la borsa e mi sedetti un secondo all’ombra, a riprender fiato. Dalla finestra del bagno, in fondo al muro, mi arrivava il mulinare della lavatrice, con l’inconfondibile picchiettio di cerniere e bottoni metallici contro il cestello. Il respiro si normalizzò, quasi a sincronizzarsi con la cadenza di quel rotolio meccanico. Ogni tanto la macchina faceva un cigolio sommesso, che affiorava dal turbinio sciabordante di fondo. <Dev’essere vecchiotta>. Rimessomi dalla sgambata, entrai dalla portafinestra della cucina e mi presi da bere. Mentre tracannavo l’acqua fresca, notai che dal frigo quello squittio irregolare si sentiva di più. E attraversata la porta che dava sul disimpegno dell’ingresso lo si distingueva ancor meglio. Da lontano riconobbi, sul tavolo, le scatolette dei miei filtri: <Per fortuna erano qui!>. Stavo andando a prenderli, quando identificai quel suono: non erano i cicli della lavatrice. Erano gemiti. E provenivano da dietro l’angolo del muro. M’arrestai all’istante, scosso da una scarica elettrica. Quel lamento di piacere ondeggiava nell’aria della sala. Ero certo di cosa ci fosse oltre quello stipite, ma non volevo crederci. Con uno scatto, il suono di molle del divano accompagnò la comparsa d’un piede nudo, poggiato sul bracciolo visibile dall’ingresso. <Nel caso vi fossero dubbi...>. Il piede si tendeva e si stirava, tormentato dagli spasmi. Pareva la trama d’un racconto erotico. Dovevo andarmene, ma ero ipnotizzato dalla modulazione di quel godimento. La situazione era talmente eccitante che mi venne duro in un secondo. Volevo sentirla arrivare all’orgasmo. <E comunque mi servono i filtri> mi giustificai con una sfacciataggine stupefacente. <Certo, non c’è modo di prenderli senza esser visto. A meno d’esser sicuri che sia una di quelle che godono tenendo gli occhi chiusi. Ma come poterlo sapere in anticipo?> cercavo di ragionare con quel poco di sangue che ancora mi affluiva al cervello. I gemiti s’affievolirono. Rallentarono il ritmo, fino a lasciar spazio ad un respiro affannoso. Il piede tozzo spari dietro l’angolo del muro. Poi un frusciare di qualcosa, e il comprimersi delle molle del divano. Stavo per convincermi ad andarmene, mi sentivo già proteso in direzione della porta, quando con un cigolio deciso quel piede tornò sul poggiolo; anzi, stava ben piantato questa volta, quasi a far perno per l’intera gamba. Di colpo gli ansimi ricominciarono più forti di prima. Questa volta erano accompagnati da dei “Uhhh sì” o dei “Così così…”. <Cos’era successo?>. La curiosità di vedere cosa Marta stesse facendo cresceva di secondo in secondo. Decisi di rischiare il tutto per tutto, di entrare diretto e deciso: <Nel caso abbia gli occhi chiusi, prendo i filtri e filo via; in caso contrario, fingo d’esser appena arrivato, mi scuso e me ne vado simulando dell’imbarazzo>. Nonostante fossi un ragazzino in preda agli ormoni e col pisello a esplodergli nelle braghe, capii che era un piano del cazzo.     [ lirio.racconti@hotmail.com ]  [ https://substack.com/@lirio642235 ] 
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