IX.     Restammo distesi sul letto, a goderci la fatica dei nostri muscoli.   Sentii un debole triturìo provenire dal corridoio. Sollevai mollemente la testa: il cane era scomparso. Era il suo sgranocchiare, dalla cucina. <Si sente fin qui> mi stupii del silenzio che c'era. Distinguevo i suoni ovattati del vicinato, attraverso la finestra chiusa, al di là della tenda gialla.   Riconobbi la marmitta d'una moto da enduro passare in lontananza.   "Quanti anni hai?" Aurora ruppe quel silenzio.   "Ventotto" risposi, osservando il lampadario. Quindi girai la testa a guardarla, aspettando una sua reazione. Il suo ventre sobbalzò ridacchiando: "Son caduta proprio bene". Mi scappò un sorriso.   Dopo qualche secondo la sua voce tornò a riempire la stanza: "A mio marito non si rizza".   La fissai in viso: gli occhi verso il cielo, le labbra socchiuse. "Mai?".   "Non quando dovrebbe".   Tornai a guardare il soffitto, attraversato dal tremolio dorato della tenda: "Orpo! Mi dispiace...".   Mi rispose seria: "Spiace più a me, credimi".   Dagli angoli più scuri di quella volta imbiancata e dal rettangolo stirato proiettato della finestra, sfumato dal suo velo giallo, compresi che il pomeriggio stava volgendo a sera.   "Non sai che fatica convincerlo a spostare di nuovo i mobili. Ma volevo rivederti."   "Quindi i mobili li preferivi com'erano prima?" sogghignai sorpreso di quella confidenza.   "In effetti sì" rise lei.   Piegai la testa a guardarla: "E quindi? Te li tieni così?".   Rotolò fino al bordo del letto, ed allungando la mano prese le Camel sul comodino. "Chissenefrega. Sono solo mobili". Se ne accese una con l'inconfondibile sfregamento secco d'un Bic; quindi si sdraiò sulla schiena e soffiò del fumo verso il soffitto, soddisfatta. La osservai. Realizzai che era davvero una donna interessante. Diversa da come sembrasse in apparenza. Una frase come quella, la moglie che credevo fosse, non l'avrebbe mai detta.   Uno stimolo alla vescica mi fece sapere che dovevo orinare. M'alzai: "Vado in bagno".   Nell'andare alla porta, intravidi Aurora tirarsi su e mettersi seduta a bordo del letto.   Al lavandino mi guardai allo specchio: il viso stanco, i capelli spettinati. Mi portai al naso le mani a coppa ed inspirai. L'odore dei suoi umori era ancora ben riconoscibile. Abbassai lo sguardo verso il cesto della biancheria sporca. <Evitiamo...>. Allora mi sciacquai la faccia e m'asciugai.   Quindi raggiunsi il water e alzai la tavoletta.   Mentre stavo pisciando, Aurora venne alla porta e s’appoggiò allo stipite, osservandomi. Con sguardo attento, si godeva la vista di quella parabola dorata che finiva gorgogliando nel buco della tazza.   Appena il getto si spense, la donna s’avvicinò, tirò giù la tavoletta e vi si sedette a gambe divaricate. Gli occhi fissi sul mio sesso floscio. Senza dire una parola, me lo prese in mano, lo ruotò un poco come a volerlo studiare, tirò indietro la pelle scoprendogli la cappella, e la baciò con uno schiocco cartoonesco.   Alzò gli occhi e mi guardò ridacchiando.   Così, vista da sopra, curva sui peli del mio pube, con la spina dorsale nuda e il viso a sbucarle di scorcio sotto la chioma rossa, era ammantata d’un’oscenità elementare, quasi arida.   Lei tornò a guardarselo per bene e gli diede una leccata. Ne soppesò per un momento il sapore, inclinando un poco la testa; quindi prese a gustarselo come fosse un lecca lecca. Io fremevo a quel tocco scivoloso e caldo. Poi me lo sentii avvolto dal tepore del suo palato.   Mentre me lo sentivo succhiare, uno scrosciare sordo risuonò per la stanza. <La porca sta pisciando col mio cazzo in bocca!>.   Quando il suo torrente cessò di rumoreggiare, si sfilò il mio pisello di bocca e guardandomi con fare serio mi disse: "Adesso tu". Non capii, ancora annebbiato da quella goduria appena terminata. Mi sentii tirare il cazzo, lentamente ma con decisione: con presa salda venni costretto ad abbassarmi, per seguire il mio membro, giù verso i polpacci della donna. Intuendo la scomodità di quella mia posizione, me lo lasciò andare e mi intimò con una sfumatura di dolcezza: "In ginocchio". Comprendendo dove voleva arrivare, m’inginocchiai protendendomi verso il suo boschetto castano. Lei sollevò un poco il sedere dalla tazza, porgendomi la fica ancora bagnata. "Pulisci".   M'abbassai a leccargliela, sentendo un sapore acre e un poco amaro. Passai leggera la lingua per tutta la lunghezza delle sue labbra. Lo scoprii un gusto piacevole. Allora presi a lappare tutto.   Così ingobbito, mi veniva il torcicollo.   Dopo un poco, quella sapidità era svanita e non v'era che la mia saliva ad irrigarle il sesso. Allora le infilai la lingua nella vagina e il sapore della sua urina tornò a riaccendersi. Spinsi la punta più a fondo che potei e con lenti movimenti le esplorai la cavità umida.   Mi sentii carezzare i capelli: "Adesso credo sia pulita..." l'ultima parola s'aprì nel fiato d'un sorriso. Gliela succhiai forte per dispetto e me ne staccai, raddrizzando la schiena.   Mi sentivo il collo tutto incriccato.   "Vuoi fare un bagno?".    Le sorrisi: "No. Mi piace il tuo odore addosso". Sentivo il gusto pungente della sua pipì avvolgermi il palato.   La donna s'alzò e mi ritrovai nuovamente col suo sesso davanti agli occhi. La sua mano scivolò lungo il mio orecchio e infilandosi sotto il mento me lo sollevò per portarmi a guardarla in faccia. "Cosa vuoi che ti cucini per cena?".       Il telefono squillò guizzando improvviso nella cucina. Aurora mi guardò negl'occhi e sorrise: "Questo so chi è" disse con tono ironico. La donna tolse il piede dalla mia coscia, dove era stato nell'ultima mezz'ora, a massaggiarmi con fare provocante da sotto il tavolo, e andò a rispondere. Da oltre lo stipite della porta la sentii schiarirsi la voce, prima di alzare il ricevitore. "Ciao. Com'è andata oggi? ---- Ho finito poco fa. -- Lasagne". Io osservavo i piatti sul tavolo, sporchi dei resti della besciamella, e ascoltavo la sua voce, quotidiana e abitudinaria: pareva più vecchia di dieci anni.   D'un tratto s'affacciò e mi fece un segno che non compresi. M'indicava il tavolo. Le sue labbra sillabarono mute: S-E-D-I-A. M'alzai, sentendomi pieno come un uovo, e strascicai la sua sedia fino a lei, posizionandogliela di fianco al mobiletto del telefono. Lei mi mandò un bacio di ringraziamento e s'accomodò: "Mh-mh... E lui che ha detto?". Feci per tornare in cucina, quando lei mi prese il polso, trattenendomi. Mi voltai e restai lì in attesa di qualcosa. "Ho capito, e per la commissione... Mh-mh." inclinò la testa bloccando la cornetta fra l'orecchio e la spalla, quindi sollevò il sedere e con entrambe le mani si calò gli slip. "Ho capito. E Luigi che dice?" con indice perentorio mi indicò il pavimento. <Questa donna è insaziabile...>. Contento, ma un poco provato dalla cena, mi inginocchiai al suo cospetto. Le piastrelle severe sotto le mie rotule. Ebbi un'idea. M'alzai e andai in cucina, seguito dallo sguardo interrogativo della donna. Sfilai un coprisedia e tornai indietro, accolto dalla risatina di Aurora: "Scemo..." mi sussurrò. Io le buttai quel cuscino ai piedi e mi sistemai per bene. "No dicevo al cane. Sta combinando i soliti guai." le sfilai le mutande dalle caviglie e lei aprì le cosce: "Sì domani glielo dò il pollo. Non muore mica di fame quello". Mi voltai un secondo verso la sala per assicurarmi che il cane stesse ancora dormendo sul divano; quindi mi chinai su quella fica che reclamava attenzioni.    La baciai con passione. Giochicchiai un poco tirandole piano i bordi dele labbra, così sporgenti verso l'esterno; poi ci affondai la lingua dentro. Sopra di me sentii un sospiro. Inebriato da quel sapore, cominciai a leccarla con dedizione. Delle dita comparvero dietro la mia testa, e affondando nei miei capelli mi spinsero a lei. La sentivo irrorarsi d'eccitazione. Cosa stesse dicendo al marito mi era ormai indistinto e sfuocato: in quel momento c'era solo i sussulti delle sue cosce e il grondare della sua fica.   D'un tratto sentii il suo bacino sbilanciarsi di lato e riconobbi il rumore di plastica dura della cornetta riagganciata. La telefonata era finita. Alzai gli occhi e mi sentii trafitto dai suoi, d'un castano di fuoco: "Adesso tu mi fai venire" mi pigiò nuovamente contro il suo sesso, che io ripresi a leccare avidamente. Mi sentivo i suoi rivoli bagnarmi tutto il mento e impregnarmi le narici.    "Cazzo sì così così... proprio lì proprio lì!". Le cosce s'irrigidirono serrandomi la testa ed uno schizzo caldo m'investì la lingua fiondandosi nella mia gola. Istintivamente tirai indietro la testa ma la presa di Aurara mi teneva con forza incollato alla sua fica. Deglutii cercando un modo per respirare, così appicciato a quella pelle morbida e bollente. Sentivo i tremori scorrerle sottopelle.    Quindi le cosce s'afflosciarono, liberando le mie orecchie, e le sue dita allentarono la presa. La sua mano scivolò mollemente in una carezza, giù fino alla mia collottola. Mi staccai e presi fiato. Lei si poggiò allo schienale della sedia e fece uno sbuffo soddisfatto: "Madonna mia, sei bravo ragazzo". Stette un poco con gli occhi chiusi, godendosi il momento.   Io poggiai la guancia alla sua coscia nuda e da lì sotto le osservavo i seni, nel loro lento inspirare ed espirare.    Mi chiesi cosa avrei dovuto fare adesso. "Vuoi che dorma qui o devo andare?".   Lei aprì gli occhi: "Adesso facciamo il caffè, poi vediamo".     [ lirio.racconti@hotmail.com ]    [ https://substack.com/@lirio642235 ]   
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