IX.
In quella maledetta vacanza, la mia inquietudine raggiungeva l'apice la sera. Ogni giorno la sentivo crescere man mano che si avvicinava l'ora d'andare a dormire. L'idea di poter sbirciare Vittoria mi galvanizzava. Montavo sul letto alenando quel prodigio. Ma come un vero mistero taumaturgico, il miracolo non sempre era manifesto: a volte la stanchezza mi prendeva prima che succedesse; altre volte ero in bagno quando avveniva, e dopo null'altro accadeva: Vittoria continuava a dormire quieta al buio. Ma quando riuscivo, assistevo a quell'evento in religiosa contemplazione, col cazzo duro e in fiamme come un cero votivo.
La sua figura m'affascinava anche di giorno.
Con lo scorrere della vacanza io e Vittoria passammo alcuni momenti insieme: qualche chiacchiera, qualche risata. Ad un certo punto vi fu una seconda occasione in cui ascoltammo della musica. La sua espressione un poco malinconica s'accompagnava ad un temperamento più affabile, che la distingueva dal piglio caciarone di quella comitiva donnesca. Inoltre, vuoi per l'età più giovane, ma non mi riusciva di considerarla come una collega di mia madre.
Una delle ultime sere, dopo una cena al ristorante, andammo tutti a zonzo per le vie illuminate a festa. Raggiunto il lungomare, il gruppo scese gli scalini della banchina e proseguì lungo la spiaggia. Io mi attardai per scattare qualche foto al litorale illuminato, che si sdoppiava nello specchio buio del mare. Ripreso il cammino, venni affiancato da una figura. Vittoria, per qualche motivo restata indietro anche lei, s'appese a un mio braccio: "Che fotografi?"
"Le luci sull'acqua. Quelle laggiù" risposi indicando il gruppetto di case sulla sponda a destra.
Lei con naturalezza fece scivolare la mano oltre il mio gomito e finimmo a braccetto. Davanti a noi, ad una quindicina di metri, le sagome scure delle altre ci davano la schiena. Ogni tanto dal parlottare squillava la risata sguaiata di Antonia. Le onde frusciavano nell'ombra, il passo accennava l'affondo nella sabbia asciutta. Passeggiammo così in coda al gruppo.
"Fa freschino stasera eh?" commentò lei. Indossava un maglioncino viola e dei jeans sbiaditi."Peccato che la vacanza stia per finire..."
"Già" chiosai. Non sapevo che dire.
"Chissà se l'ultima notte la passeremo ancora insieme, nel nostro letto rosa. Che ridere!".
<Speriamo!> volevo risponderle.
"Proprio come una coppia di sposini" ridacchiò.
"Sai, quando mi sono svegliata il mattino dopo mi stavi vicino vicino".
Era la seconda volta che tirava fuori l'argomento. <Fosse una ragazza qualsiasi a questo punto starei già alludendo a questo e a quello tirando i miei fili...>. Raggiunto il gruppo ci separammo.
Qualcuno propose: "gelatino e poi a nanna?".
Più tardi, andando a lavarmi i denti con ancora in bocca il sapore del gelato, le passai a fianco mentre si sfilava i jeans seduta sul letto. Nel movimento balenarono degli slip viola, in pendant col maglione. Spazzolandomi i denti con la porta aperta, ogni tanto guardavo nella sua direzione: la intravedevo nell'incasso della cuccetta, sdraiata sulla pancia, coi pedi verso di me, le gambe un poco divaricate, e quella striscia viola a passarle fra le cosce. Attendeva il suo turno. Io sentivo il profumo mentolato del dentifricio ma avrei voluto affondare il naso tra quelle cosce, per scoprirne l'odore. Appena uscii prese il mio posto mia madre, già pronta col suo necessaire in mano. Da vicino, scoprii che gli slip viola avevano delle balze chiare sui lati. Accortasi della mia presenza in fondo al suo letto, Vittoria si girò e mi sorrise. Ricambiai e salii alla mia cuccetta. Mi cambiai la maglietta e mi tolsi i pantaloncini, lanciando il tutto in fondo al letto, oltre i miei piedi. M'infilai sotto le lenzuola e mi sistemai. Scoprii che il mio cazzo piangeva commosso. Poi lo sentii farsi barzotto, pregustando la visione che di lì a poco sarebbe stata trasmessa dal tubo catodico del forno. Lessi distrattamente qualche pagina mentre Vittoria e chi altro rimaneva finivano di usare il bagno. Dopodiché le luci del camper cominciarono a sparire: "Buona notte!"
"A domani, 'notte"
"Sogni d'oro!".
Chiusi il libro e spensi anch'io la mia lampadina. Ora la sola fonte di luce rimasta irradiava da sotto il mio letto, riflettendo sul vetro del forno. Vittoria, decapitata, si stava sfilando il maglioncino. Una volta ripiegato con cura, incrociò le braccia ai fianchi, e con un gesto rapido rivoltò via la maglietta, denudandosi il petto. Liberai il cazzo dalle mutande e cominciai a toccarmi piano, osservandola. Il suo sole tatuato risaltava come macchia nera in mezzo a tutto quel giallo. Poco più sotto, i seni risplendevano chiari. Riposto con calma anche quell'indumento, sollevò le braccia e fece scendere piano la vestaglietta su di sé. Dissi addio ai seni e all'ombelico profondo. Dopo qualche attimo, si portò le ginocchia al petto, poggiando i piedi sul bordo del materasso. Quindi, sollevando appena il sedere, si sfilò gli slip viola facendoli scorrere sù e poi giù fino alle caviglie. Sistemati anche questi, si ritrasse un poco verso l'interno, contro la parete, allontanando così le ginocchia dal petto. Il silenzio cominciava a trapuntarsi dei respiri profondi provenienti dagli altri letti. La mia mano a scorrermi sul cazzo m'infondeva voluttà in tutto il corpo. Lentamente, i piedi di Vittoria si allontanarono spalancando le gambe, che, così piegate, esibivano oscenamente il sesso nudo. Non riuscivo a vederlo, ma sapevo che quella fenditura era là, sotto la sfumatura dei peli. Dalla testa del camper cominciarono a russare. Coperto da quel brontolio, potevo ora incrementare la forza della mia sega, mascherandone lo sfregamento con quella cadenza rumorosa. D'un tratto, una mano si posò su quell'inguine. Le dita di Vittoria si sfiorarono il basso ventre, pettinandosi piano la peluria. Mi mancò il respiro. Arrivai sull'orlo dell'orgasmo. Con un ultimo lungo gesto, dall'interno cosca la mano risalì, scomparendo sotto la vestaglia (che venne trascinata su) fino a quando non raggiunse un seno. Mezzo nascosto dalla seta, se lo palpava. Frenai un gemito che mi sgusciò dalla gola e sborrai copiosamente. Ancora scosso dall'orgasmo, domai l'affanno contenendo il più possibile il fiatone; che pian piano, si acquietò.
Vittoria abbassò la mano, e dopo aver tracciato un paio di cerchi lungo il ventre, aggiustò la vestaglia, si sistemò sul letto, e tendendo il braccio oltre il bordo del forno, spense la luce.
Arrivò l'ultimo giorno.
Giungemmo alla casa di Marta di primo mattino, che mi ero da poco svegliato. La donna scese a spalancarci il cancello cigolante e guidò le manovre di Antonia lungo il breve vialetto. Quindi il motore si spense e scendemmo a sgranchirci le gambe.
Mentre Marta spalancava ogni finestra della casa, noi scaricavamo borse e valige nella sala, oltre al disimpegno dell'ingresso. Questa era una stanza spaziosa, con un tavolo centrale provvisto di sedie, una televisione e due divani. Dalla porta di casa erano visibili tavolo e sedie, così come un angolino del un divano: il resto, insieme con l'altro divano, era nascosto dietro lo spigolo alla fine del disimpegno, sulla sinistra. Dalla parte opposta invece, sulla parete a destra della sala, si intravedeva il profilo della televisione. Nonostante l'orario, il caldo era già tale che per trasportare un paio di valige sudai più del dovuto. Uscii perciò a cercare un po' di ristoro nel porticato. Là Marta stava ripulendo da foglie e polvere il tavolone da giardino, con uno scopino rosso. Feci appena in tempo a sedermi che un grido acuto proruppe dentro casa. Spaventati ci voltammo di colpo: Marta con lo scopino stretto in mano, io sospeso sulla sedia, con le mani ai braccioli di legno: <Cos'è stato?! Devo alzarmi?>. La risposta arrivò subito: Claudia mi chiamò urlando due volte il mio nome. Arrivando trafelato trovai Antonia, coi pantaloncini aperti mezzi calati, che saltellava per il corridoio che portava alle camere: "C'è un insetto c'è un insetto! Un coso enorme!!". M'afflosciai all'istante. <Ed io che mi ero pure preoccupato!>.
"Dov'è 'sto insetto?" chiesi sospirando.
"Di là in bagno!" mi prese per il braccio e m'accompagnò con passo incerto, come se da un momento all'altro quella mostruosità potesse saltargli addosso, da ogni angolo di quel corridoio. Entrati nel bagnetto, mi indicò un punto tra la carta igienica e la tazza del cesso. Era una scolopendra. <In effetti, tanto piccola non è...>.
"Buttalo fuori buttalo fuori!" Antonia mi stritolava il braccio per la tensione, tanto che dovetti far forza per staccarmene.
M'inginocchiai ad osservarla. Un pezzetto di carta igienica non sarebbe bastato. Cercando qualcosa che ne sostituisse la funzione, vidi una vecchia rivista di gossip abbandonata su d'un mobiletto. Ne strappai una pagina, quindi la tenni in verticale, contro la parete, davanti alle antenne dell'artropode. Mossi la mano creando un'ombra, un movimento sulla sua parte posteriore, nella speranza che allontanandosi si spostasse sul foglio; ma non pareva infastidita. Allora infilai uno dei bordi sotto le sue zampette anteriori, e dopo qualche secondo l'animaletto scattò in avanti salendo sulla pagina patinata. Lentamente lo sollevai verso la finestra (udendo Claudia che asseriva compiaciuta: "Ve lo avevo detto che sapeva come fare"), e con un colpo deciso lo feci cadere fuori. Mi voltai con un'espressione condiscendente, allargando le braccia come un prestigiatore che palesa al pubblico che il coniglio non c'è più. Ora che avevo adempiuto al mio dovere, notai, da quella posizione inginocchiata, che dalla zip aperta di Antonia spuntava dell'intimo azzurro. Claudia si sporse da dietro l'amica: "Cos'era?".
M'alzai staccandomi dalle piastrelle fresche: "Un miriapode. Un centopiedi".
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Aggiunto: 1 settimana fa
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