Come spesso accade nelle controversie degne di essere annotate ai margini di qualche trattato immaginario, anche la nostra modesta chelononinfomachia non nacque da un vero torto, né da un’offesa memorabile, ma da quella sottile miscela di curiosità, orgoglio e divertimento intellettuale che talvolta spinge due menti a stuzzicarsi oltre il necessario.  Da una parte vi era lei, fata gemellina e mercuriale, capace di mutare registro con la stessa disinvoltura con cui un prestigiatore rovescia un bicchiere senza versare una goccia. Con lei, la conversazione non procede mai rettilinea: è una danza di orbite impreviste, in cui l’intelligenza seduce prima ancora delle parole e il potere — quando compare — non è mai brutale, ma teatrale, scintillante e vagamente sadico. Le fate, si sa, trasformano le regole come fanno con la luce: piegano la realtà senza chiedere permesso. Dall’altra parte, invece, si trovava lui, tartaruga di inclinazione saturnina, lenta, metodica e sospettosamente orgogliosa, convinta che ogni passo misurato fosse una strategia di guerra. Maschio attraversava l’elegante salotto pieno di specchi come se stesse marciando verso una vittoria epica, quando in realtà il nemico principale era… l’ironia cosmica del destino. Ne seguì ciò che era quasi inevitabile: le osservazioni leggere divennero frecce intellettuali, le citazioni si trasformarono in schermidori verbali, e il divertissement, invece di danzare, marciò con il rigore di un plotone di filosofi sotto caffeina. La fata rideva dietro ogni mossa ponderata, mentre Maschio continuava a ponderare, convinto che l’aria potesse essere sconfitta con la strategia. Ogni chelononinfomachia che si rispetti produce i suoi paralipomeni: note a margine in cui i contendenti, una volta deposte le armi immaginarie, riconoscono con un sorriso che il punto non era vincere — ma osservare fino a che punto le rispettive mappe mentali riuscissero a descrivere il territorio. Ed è qui che emerge il piccolo vantaggio strutturale della fata: mentre lui calcola, pesa, rimugina e sospira, lei ha già trasformato la scacchiera in un caleidoscopio di specchi, luci e trappole invisibili, semplicemente per vedere quanto lontano la tartaruga possa avanzare prima di inciampare… con grazia, naturalmente. Quanto a Maschio, pare che nel frattempo abbia smesso di combattere l’aria. Non per resa — sarebbe poco dignitoso — ma perché ha finalmente capito che, con certe fate, l’unica strategia sensata è continuare a giocare, anche quando il gioco ride di te, e perfino con te.
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