VIII.   I giorni passarono col dilagare delle efelidi di Claudia [Userò i termini efelidi e lentiggini in maniera intercambiabile, pur sapendo che non si trattino della medesima cosa]. Partita col solo naso punteggiato, esibiva ora un intero nugolo ad affollarle le guance, sù a scemare sfociando nella fronte. Il sogno erotico di quella notte mi si era impiantato in testa, e ad ogni movimento vagamente sinuoso del suo fisico ambrato baluginava nella mia mente la visione dello stesso a cavalcioni sopra di me.La sollecitazione raggiunse il parossismo a metà vacanza: come se non bastassero le seghe che già dedicavo al ricordo di quella scopata onirica, durante un pomeriggio in spiaggia, di punto in bianco, miss Lentiggini si sciolse la parte superiore del costume, e si sdraiò al sole come consuetudine, ma coi seni in bella mostra. "Sto cominciando ad abbronzarmi: sennò mi resta il segno". Alla lagnanza di mia madre lei rispose, accennando nella mia direzione: "E' grandicello oramai, sarà mica il primo paio di tette che vede!". Fortunatamente, il dissenso materno durò cinque minuti, e già l'indomani alla rossa si era accodata la bruna Antonia, col suo seno pallido e longilineo.    L'omogeneità dell'abbronzatura di Claudia divenne da quel momento un soggetto di vitale importanza per il sottoscritto. La delizia che mi procuravano quei capezzoli rosati, svettanti di pallore su quel corpo brunito e rifulgente, faceva da contraltare alla croce d'un'erezione ingombrante e ingestibile. Per qualche giorno credetti che mi sarei abituato, e che il cazzo si sarebbe desensibilizzato alla vista di quei seni caldi e nudi. Mi sbagliavo. Purtroppo. Quando la situazione diveniva insostenibile, con la scusa di andare a far foto mi infrattavo dietro qualche arbusto a castigarmelo, scrutando l'attorno guardingo. Ho ben impresso, per esempio, una volta in cui mi fiondai a chiudermi in bagno non appena fummo tornati dalla spiaggia. Ero reduce da ore di patimento: quel giorno Claudia pareva votata a stuzzicarmi. Dopo l'ormai consueto bagno di sole in topless, venne a sedersi al mio fianco, dove stavano le borse, e tirata fuori la crema solare, si ravvivò la protezione con cura meticolosa, prodigandosi in un lungo massaggio straziante che spandeva profumo e sensualità. Terminato il lavoro, guardando il mare e la gente in passeggiata, mi chiese se mi andasse di fare quattro passi. Io, che ero costretto a stare sdraiato sulla pancia per nascondere l'ormai perenne erezione, fui costretto a declinare l'invito. Mentre vedevo il suo culo a mandolino allontanarsi in un tintinnio di bracciali, maledissi quel mio stato e fantasticai su come avrei potuto approfittare di quel momento insieme per entrare in intimità. Sicché, quando più tardi feci scattare il chiavistello del minuscolo bagno, disponevo d'una sceneggiatura già imbastita a supporto della mia pratica onanistica. A metà dell'opera però dovetti cambiare copione: la voce dell'attrice protagonista era alle prese con altri dialoghi. La sentivo parlare oltre la parete del camper. Ma nessuno le rispondeva. Era evidentemente al telefono. Salii sulla tavoletta del water e spiai fuori dalla finestrella: col cellulare all'orecchio si allontanava verso i pini, per poi tornare indietro, in un andirivieni distratto. Si era messa una maglietta rosa, sotto la quale faceva capolino il costume bordeaux a delinearle ora l'inguine, ora le chiappe. Nella mia testa, Claudia si voltava, mi notava, e ammiccando mi faceva gesto di raggiungerla. Continuando la conversazione telefonica mi avrebbe fatto strada fra gli alberi, e una volta appartati in quel boschetto, si sarebbe spogliata della parte inferiore, offrendomi la fica gocciolante ed eccitata. Mi sarei così inginocchiato in devozione, a leccarle avidamente labbra e clitoride. Avrei servito quella dea facendo breccia nel suo tono di voce squillante. Le avrei scosso le parole, dal ventre sù fino alle corde vocali: avrebbero tremato e balzellato troncandosi per trattenere un ansimo di godimento. Avrebbe riempito le pause fra una frase e l'altra con nettare direttamente nella mia bocca. Fino ad abbandonare il suo interlocutore per stringermi a sé: la presa decisa ai miei capelli, il naso schiacciato al suo monte di venere, la lingua rorida dei suoi succhi... Con un trillo dei suoi bracciali, il convulso tremore sarebbe esploso in un orgasmo sconquassante.    Così venni, bramando quelle cosce che procedevano avanti e indietro al di là del plexiglass. Il primo copione vagheggiato non venne tuttavia completamente sprecato, poiché un paio di giorni dopo ebbi l'occasione per metterlo in scena. O così speravo. Avevamo finito di pranzare, e la sonnolenza post-pasto aveva steso il suo velo su tutti noi. Il gineceo riposava satollo, ed io, puntellato su di un gomito, osservavo sbadigliando due ragazze che giocavano a racchettoni. Avevano lo stesso costume: <Che siano sorelle?>. Tenevo il libro aperto davanti a me, sulla stuoietta, ma la pagina era abbandonata da mezz'ora buona: da quando mi incantai a guardare il culo di Vittoria, distesa sul fianco, a un metro da me. Gli schiamazzi della spiaggia giungevano ovattati: la canicola sospendeva l'aria tutt'attorno e la sabbia abbacinava gli occhi. Con un paio di passi, Claudia mi si avvicinò, ridestandomi da quel torpore. Si piegò sulle ginocchia e dandomi un colpetto sulla spalla mi riferì: "Se mi sdraio ora m'addormento sicuro, e poi stanotte sto sveglia fino alle tre" (<chissà se anche Claudia la notte si spoglia nella cuccetta come Vittoria?>) "andiamo a fare un giro?". Non me lo feci ripetere due volte. Soffiai via i granelli di sabbia che si erano infilati nella piega delle pagine, riposi il libro in una delle borse da spiaggia, vi pescai i miei occhiali da sole, e salutando con un'ultima occhiata il sedere di Vittoria, mi alzai seguendo quell'ondeggiare di coda rossa. Indossava un top sportivo nero e il solito costume color vinaccia. Saltellando in punta di piedi, come attraversando dei carboni ardenti, raggiungemmo la battigia. Appena toccammo la proda soffice e fresca, ci guardammo in faccia e ci scappò da ridere. "Da che parte?" feci io, puntando simultaneamente gli indici a destra e a sinistra. "Dove vuoi tu" mi rispose facendo spallucce. Ci incamminammo senza fretta, lambiti dallo scandire refrigerante delle onde. Rimanemmo in silenzio, a lasciare le nostre impronte lungo il bagnasciuga al suono cadenzato dei bracciali di Claudia. Pareva quasi che la gente attorno fosse svanita. Ero lusingato all'idea che volesse passare del tempo con me. Ma subito realizzai che a conti fatti ero effettivamente l'unico disponibile, visto l'assopimento generale; e ridimensionai quel mio giudizio. Nella fantasia di qualche giorno prima, a questo punto avrei dovuto portare il chiasmo del mio passo a far sfiorare il dorso della mia mano con quello della sua. Ma, dopo un iniziale avvicinamento, non trovai il coraggio di portare a termine il mio proposito. Osservavo di sottecchi quel braccio adorno di fini cerchi metallici. <E se ritrae la mano? O se mi chiede spiegazioni? Se va a finire che le nostre mani si scontrano con troppa forza? E se invece mi prendesse dolcemente la mia nella sua?!>. In ognuno di quei casi, non avrei saputo cosa fare. Avevo solo lo svolgersi d'una fantasticheria che non prevedeva finali alternativi. Ero in preda all'indecisione. Da un lato ero istigato dall'eccitamento d'una fantasia tediata, dall'altro mi rendevo conto che un gesto simile non poteva che metter tutto quanto in subbuglio, con risultati prevedibilmente disastrosi. In quel caso l'unica consolazione sarebbe stata nel fatto che dopo questa vacanza avrei potuto non incontrare mai più Claudia; come in effetti non l'avevo mai incontrata prima. <Sì, ok, ma se ci stesse?> la mia fregola autodistruttiva rivendicava il suo voto di maggioranza. (Ah! L'avere diciannove anni!).    Coi sudori freddi e la caldana, m'avvicinai ondeggiando sui miei passi. E per un istante, i nostri polsi si sfiorarono. Mi parve quasi d'aver sentito la sua peluria accarezzare la mia, per un istante. Quel picco adrenalinico sfamò la mia smania; almeno per il momento.    "E' un peccato che non ci siano delle rovine da vedere qui attorno" osservò lei. Ringraziando dio per avermi salvato dai miei deliri, misi in moto il cervello per assemblare una risposta sensata quantomeno decente: "Forse è meglio così: siamo a piedi scalzi".    Lei ridacchiò, "Sì è vero. C'era tanta di quell'immondizia in quel posto... Era già rischioso con le ciabatte, figuriamoci a piedi nudi!".    La mia mente sfrecciò al ricordo di Claudia piegata sulle ginocchia, intenta a pisciare. Quell'immagine venne seguita a ruota da un'ipotetica scena in cui lei si allontanava da me, entrava in acqua immergendovisi fino all'ombelico, e dopo esser rimasta ferma per qualche momento, tornava rilassata e soddisfatta con un: "Finalmente! Non la trattenevo più". Scappai all'istante da quella fantasia per non sguinzagliare un'erezione. Mi sforzai di pensare ad altro: "Dovevamo organizzarci meglio, sì" commentai. Ma la licenziosità insisteva: <se gli stessi accanto, nell'acqua, sentirei il calore di quel profluvio che si espande tutto attorno?>.    Ignara di tutto ciò, Claudia continuava: "Sarei curiosa di vedere che foto hai fatto, là in quel rudere. Anzi, un giorno ti porto in un posto, vicino dove abito: lì si che faresti delle belle foto!".    Scoprire che mi volesse rivedere dopo quella vacanza trascinò la mia immaginazione dritta allo scenario di noi due soli in un fabbricato abbandonato. In tale altalena di turbamenti, giungemmo al termine della spiaggia. Davanti a noi la sabbia lasciava posto ad una terra battuta e bruna, ricoperta di aghi di pino e sassolini. Non il massimo per una passeggiata da scalzi. Lei mi guardò con un velo di rassegnazione: "Si torna indietro."        [ lirio.racconti@hotmail.com ]  [ https://substack.com/@lirio642235 ]       
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